L’AQUILA – “Ho parlato con il premier, Mario Draghi, di proposte per ora teoriche per recuperare i borghi anche ‘minori’ come San Lorenzo di Beffi che si trova in un territorio in cui ci sono molti altri tesori. Forse c’è bisogno di fare come ha fatto Kihlgren a Santo Stefano di Sessanio, con la creazione dell’albergo diffuso. Insomma, rendersi ‘attivi’. E continuare a rompere i coglioni allo Stato e alle altre istituzioni”.

Una brutta malattia non è riuscita a far perdere a Vittorio Sgarbi, critico d’arte, storico dell’arte, saggista, politico, personaggio televisivo e opinionista italiano, la sua naturale propensione a non girare intorno agli argomenti. Intervistato da AbruzzoWeb sul “silenzio” che ha ormai avvolto la chiesa di San Lorenzo di Beffi, frazione del comune di Acciano (L’Aquila), Sgarbi, che in questi luoghi ha messo piede anni fa, non ha dubbi: le comunità locali devono andare verso lo Stato e proporre, chiedere, portare istanze, “Cioè devono, anche se la prima battuta spetterebbe allo Stato, fare da ‘terminali attivi’”.

Specie se si tratta di “dare voce” a una chiesa tardo secentesca, di cui ci sarebbe traccia addirittura in una Bolla Papale di Giulio I datata 337 d.C, che ha conservato l’impianto originario del ‘300 e affreschi di grande valore, oltre a una catacomba del IV secolo dopo Cristo e a un organo del ‘700 restaurato prima del sisma; una chiesa, però, ancora orrendamente terremotata dal 2009 e che se ne sta lì, senza che nessuno se ne occupi concretamente, in quel minuscolo borgo di poche anime che guarda il Sirente, incastonato com’è nello splendore della valle Subequana, purtroppo uno degli innumerevoli casi di abbandono e di degrado in cui versano dei veri e propri tesori storici ed artistici.

In una regione straziata da terremoti, deindustrializzazione, disoccupazione crescente e ora dalle conseguenze della deficitaria gestione dell’emergenza Covid-19, con uno Stato che da troppo tempo non fa più lo Stato, imbrigliato e bloccato in quei vincoli europei che ne limitano fortemente il ruolo e che finiscono per rendere le amministrazioni comunali poco più che comparse.

“Più un luogo è lontano e remoto e più varrebbe la pena fare un’operazione come quella che ha portato, con l’idea dell’albergo diffuso, al recupero di Santo Stefano di Sessanio, grazie all’opera dell’imprenditore italo-svedese (suo amico, ndr), Daniele Kihlgren”, afferma Sgarbi a questo giornale, proponendo una idea che a suo avviso può essere applicata anche ad altri borghi o già quasi deserti, oppure a rischio spopolamento nonostante la ricostruzione post sisma e che hanno, come anche nel caso del vicino Beffi, dei gioielli artistici come il celebre “Trittico di Beffi”, citato per l’occasione proprio da Sgarbi.

“Mi rendo conto che è una questione di principio, quella di recuperare un patrimonio del genere in un territorio che conosco benissimo e che, non dimentichiamolo, ha il vantaggio di non avere a che fare con lo sviluppo industriale. È una condizione, questa, che in un contesto simile rappresenta un assoluto privilegio”, dice ancora.

“Ma bisogna andare e a cercare l’intervento dall’alto, nel momento in cui lo Stato è lento”, prosegue lo storico dell’arte. Che promette, una volta messa da parte la malattia, di visitare, di nuovo e questa volta per contribuire a “risvegliarlo”, un borgo che è quasi del tutto ristrutturato ma che è ancora con gli occhi chiusi da quel maledetto 6 aprile di dodici anni fa.

“Il fatto che ci sia qualcuno convinto e determinato e che continua a rompere i coglioni, significa che sarà inevitabile che ce ne occuperemo”, la chiude così, nel suo stile.