L’AQUILA – Quattordici anni dal terremoto che ferì profondamente L’Aquila spezzando 309 vite, anni di una difficile ricostruzione sociale che pure hanno visto altre tragedie, dai gravi eventi sismici che hanno colpito il Centro Italia fino alla vicenda di Rigopiano. Drammi diversi ma che portano superstiti e famigliari delle vittime a farsi la stessa domanda: “di chi ci si può fidare ancora?”.
Se lo chiede Maria Grazia Piccinini, avvocato di Lanciano, che la notte del 6 aprile 2009 ha perso sua figlia Ilaria Rambaldi, studentessa di Ingegneria Edile all’Università dell’Aquila, morta a 25 anni sotto le macerie.
La fiducia tradita
Le rassicurazioni, ricorda con amarezza Piccinini, quella volta arrivarono dalla Commissione Grandi Rischi: “In realtà io non mi sono mai fidata, e la mattina della Domenica delle Palme ho quasi discusso con Ilaria perché volevo tornasse. Era lei che insisteva per restare, mi diceva che non capivo, che scienziati ed esperti avevano rassicurato tutti”, dice ad AbruzzoWeb Piccinini.
Fatto ancor più doloroso alla luce della sentenza shock con la quale, in sede civile, il giudice del Tribunale dell’Aquila, Monica Croci, ha anche riconosciuto una corresponsabilità di alcuni dei ragazzi morti pari al 30% perché ha ritenuto siano stati “imprudenti” a non uscire dopo la seconda scossa.
“Prima le rassicurazioni degli ‘esperti’, poi la morte e dopo anni pure il concorso di colpa, che fiducia posso avere io? Quando succedono queste cose la fiducia viene sempre più a scemare, vedi che c’è qualcosa più grande di te che non riesci a contrastare e questa cosa ti fa stare ancora più male. Tu hai perso tanto ma sembra non sia abbastanza e allora ti devono pure prendere in giro e questo non è sopportabile. Anche quando la verità è leggibilissima si trova un modo per confondere le acque”.
Per Vincenzo Vittorini, volto simbolo della battaglia per il riconoscimento dei diritti delle vittime, che la notte del 6 aprile ha perso moglie e figlia, “la sentenza dell’ottobre scorso è un qualcosa di abominevole. Bisogna farla finita, chi amministra la giustizia deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni e dei propri giudizi”.
Anche per questo, osserva Piccinini, “le tragedie dell’Aquila, del Centro Italia, di Rigopiano sono tutte accomunate da una sorte avversa a livello di giustizia e non posso che augurare a tutti noi che qualcosa cambi, anche se per ora si tratta solo di una vana speranza”.
Una speranza che può essere riposta solo nei giovani, secondo Christian Del Pinto, geofisico sismologo nonché docente di ruolo presso la Scuola pubblica dove porta avanti programmi di sensibilizzazione alla prevenzione dei rischi naturali e di sviluppo di ambienti virtuali di apprendimento: “Negli ultimi 10 anni mi sono occupato di questo, progetti scolastici sulla prevenzione. È prevenzione dal basso, un investimento a lungo termine sui ragazzi che magari andranno ad occupare ruoli chiave nella società”, spiega Del Pinto.
“Non mi fido più del potere, mi fido dei ragazzi. Mi danno grosse soddisfazioni quotidianamente e da insegnante non posso che credere in loro. Gli adulti ormai, anche senza affrontare discorsi politici, li abbiamo persi. Non hanno mai capito che se vuoi amministrare un territorio al primo posto non c’è la tua poltrona ma la sicurezza delle persone. Se un territorio è sismico si deve fare prevenzione”.
Gli esperti
In qualità di testimone, Del Pinto era presente come auditore alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009. Durante il dibattimento riferì che a suo parere, il tema di eventuali grandi rischi connessi ad un sisma fu trattato in maniera sostanzialmente superficiale: “Definire normale lo sciame sismico in corso era, a mio giudizio, un azzardo ed un errore concettuale. La parola ‘normale’ in sismologia indica solo un certo di tipo di faglia; con riferimento alla sismicità la parola da utilizzarsi non è normale bensì ordinario” ma “non era un fenomeno né normale né ordinario”. Del Pinto aveva definito la riunione una “grottesca pantomima”.
E sul tema della fiducia: “La scienza va per continui superamenti, non è mai qualcosa di definitivo. Se non fossi uomo di scienza, oggettivamente, farei fatica ad avere fiducia. Lo abbiamo visto con i televirologi con il covid. Anche in questo caso però troppo spesso la scienza viene inquinata dalla politica”.
Secondo Del Pinto: “Persone che si ritrovano a ricoprire determinati ruoli e a parlare a nome delle Istituzioni non sempre hanno la competenza per poterlo fare. Il problema non è solo scientifico, è tutto il sistema che andrebbe rivisto, tra baronie, clientelismi ed ingerenze politiche. E la permanenza di alcuni territori in una fascia di pericolosità sismica che non corrisponde all’oggettiva realtà evidenziata dai dati sperimentali è solo uno dei possibili esempi”.
La giustizia
Per i coniugi Renza Bucci e Angelo Berardini: “Ci sono morti di serie A e serie B, sono il 10 per cento i familiari delle vittime che sono stati risarciti”.
La coppia nella tragedia ha perso la figlia Giovanna con in grembo la sua secondogenita, che avrebbe dovuto nascere proprio in quelle ore, e che è stata classificata come la vittima 309. E poi il primo nipote Francesco e suo padre, il loro genero. Una famiglia intera cancellata dal sisma del 6 aprile 2009.
“È stata una vicenda troppo politicizzata: sulla morte di una persona sotto le macerie sono stati risarciti 10 parenti, mentre ci sono orfani che sono stati abbandonati. E questo non è giusto: il terremoto non deve essere strumentalizzato per i soldi ma deve essere dolore e ricordo”.
Nel corso della fiaccolata in memoria delle 309 vittime, ieri sera, davanti alla ex casa dello studente ha preso la parola Vincenzo Vittorini: “Fermarsi in questo posto e doveroso. È il simbolo della nostra tragedia, un obbligo, per tutte le 309 vittime, per chi non ce l’ha fatta. Qui è crollato un edificio pubblico e sono morti giovani studenti che avevano futuro davanti. La strage del 6 Aprile 2009 è rimasta in larga parte impunita. E l’operazione mediatica l’ha fatta franca. Con un cavillo giudiziario. C’è il potere che ancora fatta fatta franca”.
“Ricordiamo qui i 54 studenti morti quella notte. Ricordiamo una persona, Antonietta Centofanti, che è simbolo di memoria e di battaglie. Per ricordare quella giustizia ingiusta, vedi Genova, Rigopiano, San Giuliano di Puglia, Thyssenkrupp, i tanti morti sul lavoro. È arrivato il momento di dire basta”.







