CHIETI – “Respiriamo un clima di ottimismo, i sondaggi sembrano darci ragione. Con un candidato autorevole come Luciano D’Amico siamo fiduciosi di poter vincere: sarebbe il primo passo per scalzare un centrodestra che ormai ha deluso il Paese”.
In vista delle elezioni politiche suppletive per la Camera nel collegio uninominale della provincia di Chieti, in programma il 15 e 16 novembre, a suonare la carica è il 48enne senatore del Partito Democratico Michele Fina, avezzanese, tesoriere nazionale del partito ed ex segretario regionale, appartenente alla corrente maggioritaria della segretaria Elly Schlein.
Si torna alle urne perché il leghista Alberto Bagnai, eletto alle politiche dell’autunno 2022, si è dimesso per assumere un incarico all’Antitrust.
Il campo largo, che Fina preferirebbe definire “campo progressista” o “unità per la Costituzione”, schiera il consigliere regionale e già candidato alla presidenza della Regione nel 2024, il professor Luciano D’Amico, ex rettore dell’Università di Teramo ed ex presidente della società dei trasporti regionale Tua, contro il leghista Mario Colantonio, candidato del centrodestra, Danilo Ranieri per Italia Domani, il nuovo partito di Marco Rizzo, e Massimo Pasqualone per Dimensione Bandecchi.
Allargando lo sguardo, nell’intervista Fina assicura che, con o senza primarie, l’opposizione al governo troverà la quadra. Sul nodo del candidato premier sottolinea: “Il tema della leadership mi appassiona poco. Io la interpreto come una leadership plurale. Penso che abbiamo già leader all’altezza, che possono lavorare insieme e rappresentare l’alternativa per il Paese”. Puntando il dito contro la “capocrazia” della destra guidata da Giorgia Meloni.
Allora, senatore Fina, quali sono, secondo lei, i pronostici della vigilia?
Noi abbiamo un candidato dello spessore e dell’autorevolezza del professor Luciano D’Amico e siamo fiduciosi che possa vincere, cambiando così il verso di quel collegio uninominale, come del resto confermano i sondaggi.
Un risultato per il quale il centrosinistra si è presentato compatto, un fatto non scontato di questi tempi.
Certo, e comprendiamo anche per quale motivo questa maggioranza abbia voluto modificare in fretta e furia la legge elettorale. Soprattutto nel Sud Italia, sicuramente in Campania e in Puglia, che da sole contano 10 milioni di abitanti, ma anche nella provincia di Chieti, alle politiche del 2022 abbiamo pagato la mancata alleanza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Avs e altre forze riformiste e moderate. Una divisione che ci ha fatto perdere molti collegi. Ora, però, siamo uniti e compatti e questo ci rende competitivi e vincenti. Hanno dunque sentito il bisogno di modificare la legge elettorale per provare a rimanere in sella. Ma ormai c’è un’intera parte del Paese, il Mezzogiorno d’Italia, che si considera tradita e che premierà in larga parte il centrosinistra.
A che punto è il cantiere del campo largo in vista delle prossime politiche? Conte ha detto che con Schlein non si vince: non c’è forse un problema?
L’unità è molto forte, in realtà, e noi rivendichiamo di averla costruita e praticata tra i primi proprio in Abruzzo, alle ultime elezioni regionali, con Luciano D’Amico candidato presidente. Un’alleanza molto larga che oggi, a livello nazionale, viene definita campo largo: un termine che a me non piace molto. Preferirei “campo progressista” o “alleanza per la Costituzione”. In questi anni ci siamo inoltre misurati insieme in tutte le elezioni regionali e amministrative. L’alleanza si è forgiata in Parlamento attraverso proposte di legge, emendamenti e con un pacchetto economico alternativo a quello, pessimo, della destra.
Contate dunque di scalzare Meloni?
I sondaggi ci indicano già come maggioranza nel Paese.
Però non avete ancora un candidato premier e non sapete se fare o meno le primarie…
Il tema della leadership, sinceramente, mi appassiona poco. Io la interpreto come una leadership plurale. Penso che abbiamo leader sufficientemente autorevoli e preparati, che possono lavorare insieme e rappresentare l’alternativa per il Paese. Del resto, abbiamo votato contro il premierato e siamo contro la “capocrazia”, per utilizzare una definizione di Michele Ainis: quella della destra che si è sciolta attorno a Giorgia Meloni, con il conseguente indebolimento della Lega e di Forza Italia e la nascita di un epifenomeno come quello di Roberto Vannacci. Piuttosto, penso che abbiamo leader sufficientemente autorevoli e preparati, capaci di lavorare insieme e rappresentare l’alternativa per il Paese.
Come risolverete le divergenze con il M5S su un tema non secondario di politica estera come il conflitto ucraino?
Ricordo a me stesso che, quando è iniziata l’infame occupazione russa dell’Ucraina, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle erano insieme al governo e insieme hanno sostenuto l’Ucraina, economicamente e militarmente. Condividiamo la consapevolezza che ci sia stato un lavoro diplomatico insufficiente: dopo anni di guerra non si può essere pigramente appiattiti sul sì o sul no all’invio di armi. Il punto è che l’Europa deve riuscire ad assumere, su questo fronte, un vero protagonismo politico. Dopo tutti questi anni di unità monetaria, ci siamo fermati a metà del guado e abbiamo urgente bisogno di una politica estera comune, quella degli Stati Uniti d’Europa, anche perché Donald Trump ha nel frattempo aperto una trattativa con Vladimir Putin esclusivamente per perseguire i propri interessi.
Matteo Renzi afferma che senza centro non si vince. Lei è d’accordo?
Penso che, oltre al Pd, ad Avs e al Movimento 5 Stelle, siano essenziali anche le forze politiche riformiste e liberali che fanno parte del centrosinistra. Vedremo come si organizzeranno e in quali liste si concretizzeranno, ma ricordo che abbiamo già costruito insieme alleanze e governiamo insieme nei territori. È giusto, quindi, che ci sia un’alleanza larga e completa anche a livello nazionale.
Lei sarà ricandidato alle politiche?
Io faccio parte di quella cultura politica che spero non sia mai superata, secondo la quale nessuno decide per sé. Sarà la nostra comunità politica, quando arriverà il momento, a decidere chi candidare.




