TERAMO – Il polo bancario più potente d’Abruzzo al bivio.

Tra ricapitalizzazione o scenari di vendita, è in queste settimane che si gioca la partita che deciderà le sorti della Tercas e, con la controllata Caripe, del gruppo abruzzese da 1.250 dipendenti e 300 milioni di debiti da ripianare.

Partita non da poco, insomma: sul piatto c’è l’autonomia bancaria del colosso e, con essa, a cascata, il radicamento sul territorio e le prospettive occupazionali del gruppo.

A giocarla il commissario nominato dalla Banca d’Italia, Riccardo Sora, il direttore generale, Mario Pilla. Pendono invece maxi multe sui vertici del passato: lo storico presidente Lino Nisii, l’ex direttore generale  Antonio Di Matteo e altri componenti del consiglio d’amministrazione.

Bocche cucite fin qui dai vertici della banca, contattati da AbruzzoWeb, che non hanno voluto rilasciare dichiarazioni sulla situazione e sulle prospettive.

LE FONDAZIONI E LA SCALATA ALLA TERCAS

C’è chi l’ha definito il ‘risiko’ bancario teramano. Da una parte la strada della ricapitalizzazione da 250 milioni della Tercas, anche se secondo i sindacati i milioni necessari sono 300, commissariata da 14 mesi per gravi irregolarità.

Un patto tra le quattro Fondazioni di origine bancaria abruzzesi, con Pescarabruzzo e l’attuale azionista di maggioranza, la Fondazione Tercas, a far la parte del leone rispettivamente con 100 e 50 milioni e le altre due, Carichieti e Carispaq, in seconda linea.

Se l’operazione di salvataggio non dovesse andare in porto, a indugiare sarebbero soprattutto Carichieti e il suo presidente Mario Nuzzo, l’unica altra via possibile è quella della ‘discesa’ in città delle banche del Nord.

Due i gruppi che avrebbero mostrato segni d’interesse a una possibile scalata all’istituto di Corso San Giorgio: la Popolare di Vicenza del presidente Giovanni Zonin  e la piemontese Creval, Credito Valtellinese, che ha già un 7% in Tercas.

E se poco o nulla trapela dei vertici della Cassa, sono i sindacati a lanciare l’allarme: entro agosto Bankitalia potrebbe chiedere definitivamente conto del progetto di salvataggio.

Se il passaggio dovesse andare a vuoto, via Nazionale potrebbe decidere di mettere sul mercato la banca abruzzese.

A difesa della Tercas s’è schierata anche la politica. Incontri con le parti sindacali a Palazzo di Città e nella sede della Provincia hanno fatto sentire la vicinanza del sindaco, Maurizio Brucchi, e del presidente della Provincia, Valter Catarra.

Un’interrogazione al ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni è stata presentata dal deputato abruzzese di Sinistra ecologia libertà Gianni Mellilla, per chiedergli quali iniziative intenda nell’ambito delle sue competenze istituzionali per salvaguardare il futuro del polo bancario.

LE INCERTEZZE DI SINDACATI E BANCARI

E mentre c’è chi decide sul futuro dell’ex “gioiellino teramano”, c’è la comprensibile incertezza dei bancari teramani e dei loro colleghi pescaresi.

Sono già più di 100 i dipendenti andati a casa a inizio anno, 80 i prepensionamenti, 16 le filiali chiuse su 150, tutti effetti della gestione rigorosa imposta da Bankitalia dopo il commissariamento a maggio di un anno fa.

Le assemblee sindacali tra Teramo e Pescara si susseguono nelle ultime settimane, mentre nessun incontro c’è ancora stato tra i sindacati e i vertici Tercas, in particolare il commissario mandato da via Nazionale, Riccardo Sora, il dg Pilla e Fondazione Tercas.

A inizio luglio è stato “inspiegabilmente” annullato un incontro pubblico convocato per il 20 luglio da organizzazioni sindacali e Rsa a Pescara per discutere del “futuro del più grande gruppo bancario abruzzese”.

All’incontro avrebbero dovuto partecipare i sindaci di Teramo e Pescara, i rispettivi presidenti di Provincia, il governatore, Gianni Chiodi, i parlamentari abruzzesi e i vertici del gruppo e delle fondazioni di origine bancaria coinvolte nel tentativo di salvataggio.

Invece nulla, ancora silenzi, mentre incertezze e timori di sindacati e dipendenti aumentano in attesa che qualcuno decida, quasi certamente entro l’estate, quale sarà il futuro di BancaTercas.

LA FINE DEL SOGNO TERAMANO

Banca e potere, controllo sul territorio e desideri d’espansione. I sogni della storica banca teramana nata nel 1939 si sono infranti a maggio di tre anni fa quando, dopo l’ispezione di Bankitalia, via Nazionale ha deciso per il commissariamento dell’istituto di credito teramano.

Soltanto un anno prima, la Cassa aprutina guidata dall’allora presidente Nisii aveva acquisito la Caripe diventando il maggiore polo abruzzese del comparto.

Un’operazione da 228 milioni, 160 le filiali del nuovo gruppo, più di mille i dipendenti. Ultimo tassello del piano di crescita ‘nisiano’, fuori e oltre Teramo: piano poi contestato perché lontano dal territorio e le sue esigenze, ma anche l’ultimo punto segnato prima dello shock del commissari manto.

La doccia fredda è arrivata il 4 maggio 2012: l’ispezione avviata l’estate prima dalla Banca d’Italia e chiusa a marzo ha rilevato “gravi irregolarità e violazioni normative, ai sensi dell’art. 70, comma 1, lett. A del Testo unico bancario, connesse alla “inadeguatezza degli assetti di governance e dei controlli interni” nonché a “gravi irregolarità operative”.

Gli accertamenti ispettivi erano stati disposti “anche a seguito del coinvolgimento di Tercas in un procedimento penale della procura della Repubblica di Roma relativo al fallimento di un gruppo immobiliare”.

Il caso è quello del crac Di Mario, l’immobiliarista molisano arrestato per bancarotta fraudolenta.

Bankitalia ha commissariato la Tercas, spazzato via tutti gli organi amministrativi, dallo storico presidente Nisii all’intero  consiglio d’amministrazione, passando per l’organo di vigilanza e il collegio sindacale.

Da allora, a capo della Tercas c’è il commissario Sora che prima aveva ricoperto lo stesso ruolo in Banca Carim.

Nei confronti di Nisii, dell’ex dg Di Matteo e del Cda sono state inflitte sanzioni che vanno dai 45 ai 220 mila euro, questi ultimi chiesti a Di Matteo.

Il periodo di amministrazione straordinaria è stato poi prorogato di un altro anno a marzo 2013.

In 14 lo scorso giugno hanno impugnato la maximulta  davanti al Tar del Lazio. A poco sono serviti i tentativi di rilancio, di recuperare una ‘territorialità ormai perduta’: micro-finanziamenti alle famiglie teramane insieme a Intercredit Confidi, anticipo cassa integrazione insieme alla Provincia, fondi per le imprese colpite dall’alluvione 2011).

La bufera non è passata. Anzi, sull’istituto teramano ora soffiano venti del Nord, per salvarla serve una scialuppa da 250 milioni di euro.