L’AQUILA – “Perché, appena insieme, l’uno di fronte all’altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch’io, anch’io; mi ci metto anch’io; tutti! Mascherati! Questo un’aria così; quello un’aria cosà… E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come… come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!”.
C’è la maschera, c’è l’eterno conflitto tra l’apparire e l’essere, c’è l’amore che ardentemente brucia e che si trasforma in cieca follia, c’è un nuovo modo, contemporaneo, di guardare la realtà attraverso l’occhio della macchina da presa.
C’è tutto questo e molto di più nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore portato in scena da Giancarlo Fares, che sabato sera ha calcato il palco del Mu.sp.a.c. dell’Aquila. Regista della rappresentazione, insieme a lui, Sara Greco Valerio.
Uno dei romanzi più inquieti e cupi di Luigi Pirandello adattato magistralmente da chi riesce a costruire scenografie immaginarie stando seduto su una sedia, al centro del palco, con il solo ausilio del suono di una chitarra.
Il monologo pirallendiano di Serafino è trasformato in una pluralità di punti di vista: lo spettatore osserva con gli occhi di Gubbio, ma anche con quelli degli altri personaggi dal sapore agrodolce che Fares rende magnificamente attraverso accenti e gestualità che si alternano con maestria.
“Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel mondo in cui vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare. Io non opero nulla”.
Serafino guarda attraverso la sua macchina da presa una realtà che va oltre le apparenze. È un cinema raccontato sul palco di un teatro, quello di Fares, un meta racconto metafora della vita, dell’essenza che si cela dietro le maschere tanto care a Pirandello.
Lo spettatore, attraverso la narrazione di Fares, scorge una realtà anch’essa distorta dal proprio punto di vista.
Uno straordinario spettacolo, accompagnato dalla chitarra di Daniele Romeo, alla riscoperta del mondo del cinema e, perché no, della propria essenza. Quella che non indossa maschere.






