PESCARA – I rapporti con la tipografia Brandolini hanno caratterizzato davanti al tribunale collegiale di Pescara l’udienza che conta, tra i 26 imputati, l’ex sindaco Luciano D’Alfonso, il suo ex braccio destro Guido Dezio, e gli imprenditori Carlo e Alfonso Toto.

Gli imputati devono rispondere a vario titolo di concussione, corruzione, tentata concussione, peculato, falso ideologico, truffa, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita, abuso d’ufficio, favoreggiamento e turbata libertà degli incanti.

In mattinata sono stati ascoltati come testimoni i titolari della tipografia, che si sono più volte contraddetti, in particolare Gabriele Brandolini, che ha sostenuto di non sapere che corrispondenza c’è tra i manifesti realizzati per conto del Comune e le fatture in quanto non si occupa della parte amministrativa.

Inoltre, sul posto barca al porto turistico di Pescara pagato con un assegno emesso tre giorni dopo la perquisizione, Brandolini ha dichiarato che dalla data del varo della licenza di navigazione, risalente al maggio 2006, fino alla stipula del contratto, vale a dire fine dicembre 2007, la barca è stata a Giulianova.

Sulla questione la moglie di Brandolini, durante la sua deposizione, ha detto che la barca era ormeggiata al porto di Pescara già nel 2006.

La donna ha detto in aula di essere riuscita ad avere un posto per la barca con l’aiuto di Dezio e che si è trattato in sostanza di una cortesia.

Il giudice però ha fatto notare alla titolare della tipografia Brandolini di aver dichiarato alla polizia giudiziaria che durante un incontro con Dezio per lamentarsi del mancato pagamento di alcuni lavori, l’ex braccio destro di D’Alfonso, non sapendo come andarle incontro, le propose di pagare il debito con un posto al porto turistico e che nel 2008 fu stipulato un contratto per giustificare la presenza della barca.

La donna ha confermato anche queste dichiarazioni.

Prima dei coniugi Brandolini ha testimoniato un ex funzionaria del Comune che ha riferito di una telefonata in cui l’ex sindaco D’Alfonso le diceva di non pagare una fattura all’ingegner De Donatis.

La difesa ha sostenuto che il motivo del blocco del pagamento era dovuto ai limiti imposti dal Patto di stabilità.