L’AQUILA – Primarie, che passione! Ma a una condizione: chi le vince deve avere l’ultima parola sulla creazione delle liste.
Questa la tesi sostenuta in una lunga nota dal sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, che prende posizione nel dibattito interno tanto al centrosinistra quanto al centrodestra, con una tesi che rispecchia la sua vicenda personale.
Candidato sindaco dal centrosinistra in quota Ds dopo aver vinto proprio le primarie contro Vittorio Sconci, allora alla Margherita, Cialente vinse le amministrative al primo turno contro Maurizio Leopardi, candidato del centrodestra, ma con una coalizione multicolore e disgregata, caratteristica di cui ancora oggi sconta le conseguenze.
“Sono profondamente convinto che il centrosinistra non possa più andare a nessuna consultazione elettorale se non passando attraverso il meccanismo delle primarie, nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni, nel Parlamento”, scrive Cialente.
Ma due devono essere le condizioni. “Da un lato – dice il primo cittadino – controllare il più possibile la trasparenza del voto, dall’altro il diritto-dovere, per colui che viene indicato come candidato, di poter avere voce in capitolo decisiva anche sulle liste”.
LA NOTA COMPLETA DI CIALENTE
A livello nazionale e locale, alla luce del travolgente successo alle recenti amministrative dei candidati del centrosinistra, si è aperto un dibattito sulle primarie che coinvolge addirittura il centrodestra, struttura partitica fino a oggi a gestione centralistica e “fiduciaria” rispetto nella scelta di dirigenti e candidati.
Personalmente ritengo che il meccanismo delle primarie sia assolutamente indispensabile e utile per tre ragioni.
Annulla giochi e giochini, patti e alleanze sotterranee e nascoste, controlli dei meccanismi di tesseramento.
Conferisce credibilità e forza a colui che viene scelto nell’ambito della coalizione. Favorisce il dialogo con gli elettori nella successiva campagna elettorale. Questa posizione nasce dalla mia esperienza personale.
Nel 2001, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento, nel dare disponibilità a una mia candidatura alla Camera, fui io stesso a chiedere un’ampia consultazione dell’intero gruppo dirigente del partito e delle altre forze del centrosinistra.
Fu una consultazione molto seria, una sorta di “primarie interne”, che vide il mio nome a fianco di altri prestigiosissimi esponenti del partito, che coinvolse oltre 300 dirigenti politici.
Ho sempre pensato che alla mia vittoria abbia contribuito quella partenza democraticamente condivisa.
Per la candidatura a sindaco, nel 2007, ricordo che io stesso volli le primarie, che si svolsero il 4 febbraio di quell’anno.
Primarie vere, durissime, alle quali parteciparono 8.600 cittadini, vale a dire, come titolò un giornale, la quasi metà degli elettori del centro sinistra.
Per me la vera campagna elettorale, quella nella quale spiegai la mia idea di città, fu soprattutto quella: decisa, precisa, difficile ma leale, come dovrebbero essere tutte le campagne elettorali.
Ritengo quindi, e ne sono profondamente convinto, che il centrosinistra non possa più andare a nessuna consultazione elettorale se non passando attraverso il meccanismo delle primarie, nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni, nel Parlamento.
Primarie sempre, dunque, soprattutto per gli uscenti che, se decidono di ricandidarsi, è giusto che si sottopongano al giudizio degli elettori che lo hanno designato in precedenza (l’esperienza di Nichi Vendola insegna qualcosa?).
L’unico rischio, in quest’ultimo caso, è un’anticipazione della campagna elettorale che potrebbe creare instabilità di governo, ma questo riguarda la responsabilità dei politici.
Mi chiedo spesso, ancora oggi, al di là del valore dell’allora candidato, come sarebbero andate le ultime elezioni regionali, segnate dalla drammatica vicenda giudiziaria e che hanno visto un terrificante astensionismo, se fossero state precedute dalle primarie, anziché da uno scontro durissimo nelle segrete stanze romane.
Io provai a proporle (ma ero un cane sciolto, senza partito), probabilmente, però, tutti erano presi piuttosto a giocarsi le varie candidature anziché a provare a vincere.
Le primarie avrebbero costituito un momento per parlare a tutti gli elettori abruzzesi e, soprattutto, a quelli del centrosinistra, che erano rimasti attoniti per quanto era accaduto.
Ma le primarie devono essere fatte, io credo, anche per la scelta dei candidati al Parlamento, soprattutto in presenza di questa vergognosa legge elettorale, non a caso detta “porcellum”. Si tratta di studiare il meccanismo giusto, per evitare il rischio di inquinamento anche da parte del fronte avversario.
La mia proposta, che potrebbe partire già dall’Abruzzo, è che ciascun partito, fin da ora, crei i registri degli elettori, non solo degli iscritti, che dichiarano di voler votare quel partito.
Ne discenderebbe che, in queste primarie, anche nelle liste, verrebbero candidati coloro che realmente testimoniano storie e impegni politici sul territorio e, soprattutto, questi stessi candidati diverrebbero anche personalità capaci di ottenere ulteriore consensi.
Credo però che siano necessarie due condizioni.
Da un lato, controllare il più possibile la trasparenza del voto, dall’altro il diritto dovere, per colui che viene indicato come candidato, di poter avere voce in capitolo decisiva anche sulle liste.
Capisco che è un passaggio molto delicato, ma la mia personale esperienza testimonia che dalle primarie non deve uscire solo un candidato sindaco, ma un’intera squadra unita, leale, che realmente condivida il programma di mandato e quindi capace di amministrare.
Un consiglio comunale non può diventare teatro di campagne elettorali all’interno della maggioranza tra una tornata elettorale e l’altra.
Oggi la politica deve esprimere trasparenza ed etica nelle responsabilità, testimoniando sempre la lealtà verso tutti e tutto.






