L’AQUILA – Pierluigi Fracassi: un nome purtroppo poco noto all’Aquila, ma che porta la città in giro per il mondo.

Pierluigi è un artista di 30 anni, è nato a Trasacco (L’Aquila), una piccola cittadina di 6.200 abitanti dalla quale non ha mai cercato di evadere, anzi, ha cercato di apprendere quanto più possibile e che quei luoghi hanno contribuito a farlo diventare quello che è: un giovane artista sposato con la natura.

“Ho avuto modo di crescere a strettissimo contatto con l’ambiente – racconta ad AbruzzoWeb – l’educazione di una famiglia fornisce un’impronta intangibile nella crescita di un figlio ma parallelamente quella della natura la integra con leggi universali molto più ampie e intime”.

Fracassi ha studiato all’Aquila, all’Accademia delle Belle arti, dove ha imparato a esprimere le sue idee attraverso le forme e il colore. Per lui è difficile stare in una realtà come quella del capoluogo abruzzese, “per un artista è uno sforzo doppio”.

Qual è stato il suo percorso di studi?
    
L’Accademia non è stata la mia prima scelta. Prima di dedicarmi totalmente all’arte ho fatto un tragitto piuttosto eclettico che comprende architettura, grafica multimediale ed economia: oggi posso dire che nessuno di quei percorsi ha rappresentato uno strada sbagliata perché   ognuno di essi ha aggiunto alla mia “cassetta degli attrezzi” una varietà di mezzi e utensili che mi permettono oggi di operare in modo più versatile e su molteplici fronti.

Quando ha deciso di dedicare la sua intera vita all’arte?

Non c’è un momento determinato a segnare un cambio da una vita senza arte o una vita con l’arte. Esiste invece un momento nel quale si decide di rendersi mezzo di essa e il mio è arrivato quando ho capito che l’arte non è immobile come la casa progettata da un architetto o effimera come uno spot pubblicitario, ho fatto questa scelta quando mi son reso conto che quello dell’arte è uno dei mezzi di comunicazione più vivi e potenti a disposizione dell’uomo e quello che riuscivo a utilizzare con più facilità.

Quali sono gli strumenti e le tecniche che lei preferisce usare?

Non ho preferenze di tecniche o strumenti fino a quando il preciso utilizzo di un determinato materiale o tecnica riesce ad adattarsi al meglio all’espressione di un’intenzione. Ho sempre molto chiari i miei propositi e la ricerca dei materiali per realizzarli è la parte più lunga e divertente dell’iter progettuale. Allo stesso modo credo che l’artista contemporaneo debba sfruttare al meglio la molteplicità mediatica e sensoriale che ormai fa parte del nostro quotidiano per aumentare le possibilità che il messaggio giunga al fruitore nel migliore dei modi.

Da cosa trae ispirazione?

Sono affascinato dall’ordine e dal corso naturale delle cose. L’uomo è al centro della mia ricerca con gli invisibili ponti che lo relazionano ai molteplici contesti nei quali si colloca e interagisce incorniciato dalla bellezza e dalla perfezione della natura e dal recupero dei legami ormai persi con essa.

L’anno scorso le sue opere sono state scelte da Vittorio Sgarbi per la Biennale di Venezia. Cos’ha rappresentato per lei questo evento?

Rappresentare la mia Accademia a Venezia, in quello che, per quanto se ne vorrà dire, sarà sempre uno dei più grandi eventi legati all’arte, ha significato sicuramente molto. Per me è stato come raccogliere i primi frutti di un lavoro che porto avanti da anni con la massima dedizione e costanza e vedere la mia opera nelle Tese di San Cristoforo mi ha fatto capire che quella che sto percorrendo è la strada giusta.

Dopo la mostra a  Napoli e alla Biennale di Venezia c’è stato il salto alla No-Lugar di Siviglia. Da una piccola cittadina come Trasacco, in giro per il mondo, come ci si sente? Quali sono, al momento, le sue paure e le sue aspettative?

Ho sempre visto nel viaggio il mezzo più semplice per crescere nel migliore dei modi: con la consapevolezza di costituire un frammento indistinto di quello che è la totalità sociale e culturale mondiale. L’integrazione benché parziale rappresenta per me una base inevitabile per operare nell’oggettivo e nell’universale. Aspettative tante e sufficienti a eclissare le paure: voglio continuare a  fare quello che già faccio nel migliore dei modi. L’unica cosa che davvero mi spaventa è la privazione di libertà all’uomo da parte dell’uomo che è nella condizione di farlo.

Cosa significa essere artista all’Aquila?

Con rare eccezioni, significa fare uno sforzo doppio. Significa informarsi e soprattutto informare su cosa sia e su quanto vivo sia il panorama artistico oggi, specialmente tra i giovanissimi, e solo in seguito lavorare e studiare su quali siano i mezzi più diretti ed efficaci per comunicare il proprio messaggio.

Cosa serve all’Aquila per diventare un punto di riferimento importante per l’arte contemporanea?

All’Aquila abbiamo un ottimo centro sperimentale d’arte contemporanea, il museo Muspac, e un altrettanto importante spazio, il Mubaq (Museo dei bambini L’Aquila) che avvicina anche i più piccoli ai linguaggi eclettici dell’arte contemporanea. Con questo voglio dire che punti di riferimento ce ne sono, quello che manca è la consapevolezza che l’arte non sia più un prodotto d’élite ma un qualcosa fruibile da tutti, senza distinzione di sesso, età o ceto sociale.

Qual è il messaggio che vuole lanciare a tutti gli aspiranti artisti?

“Stay Hungry, Stay Foolish”, di Steve Jobs. “Siate affamati, siate folli”… Il memorabile passaggio del discorso tenuto nel 2005 all’Università di Standford dal padre della famosa mela, racchiude in quattro parole un principio semplicissimo quanto potente che ogni aspirante artista dovrebbe fare suo.