PESCARA – Non si placano le polemiche sul nuovo referendum per l’istituzione della Nuova Pescara, con la fusione di Pescara, Montesilvano e Spoltore, che ora il presidente della Regione, Marco Marsilio, di Fdi, dovrà impegnarsi ad indire, dopo quello che vide vincere i sì, dopo l’approvazione nell’ultimo consiglio regionale della risoluzione a marchi Fdi di Massimo Verrecchia, capogruppo in consiglio, Leonardo D’Addazio e Luca De Renzis. Si voterà nel 2027, in concomitanza delle elezioni politiche così da ridurre i costi

Questo dopo che intanto è stata approvata la proroga al 2029, rispetto alla scadenza di gennaio, con l’ok all’emendamento di Lorenzo Sospiri di Forza Italia, presidente del Consiglio, che però ha imposto tappe forzate al processo di fusione di fatto commissariando i tre comuni,  con la minaccia del commissariamento nel 2o28 un caso di inazione. Lo stesso Sospiri che aveva firmato la legge che fissava il termine a gennaio prossimo, definendo l’iter di fusione.

Marsilio sulla vicenda tace, ma non è un mistero che lui avrebbe voluto la fusione se non tra tre mesi, oramai impossibile, ma comunque a seguito di una proroga molto più contenuta, massimo di un anno. E per questa ragione in in recente summit si era duramente scontrato con il sindaco di Pescara Carlo Masci di Fi che con i suoi colleghi di Spoltore, Chiara Trulli del Pd, e di Montesilvano, Ottavio De Martinis di Fdi, vogliono tenersi stretta la poltrona il più possibile, assieme ai loro assessori, e non  si sono certo spesi per procedere agli atti preparatori alla fusione, che avrebbe portato già tra tre mesi al commissariamento e a nuove elezioni del sindaco unico, con decine di lauti stipendi in fumo.

La mancata fusione ha anche un risvolto economico: la legge nazionale dice che a tutti i Comuni che intraprendono e completano una fusione spetta un importante finanziamento a fondo perduto, calcolato in base alle dimensioni del nuovo Comune. Alla Nuova Pescara spetterebbero ben 10 milioni di euro l’anno, per dieci anni: 100 milioni di euro.

A lanciare strali è ora la Confindustria Abruzzo Medio Adriatico che con il presidente Lorenzo Dattoli, boccia il referendum, “Una scelta che rischia di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, penalizzare la competitività del territorio e perpetuare inefficienze amministrative che cittadini e imprese continuano a pagare”.

Torna all’attacco anche l’ex presidente della Regione, Luciano D’Alfonso del Pd, ora deputato che è stato ed è un grande fautore della fusione. I n una lunga disamina punta il dito contro i tre Comuni, che “non hanno colto l’occasione per creare spazi, momenti e laboratori di dialogo in cui i cittadini stessi potessero scoprire il valore della convivenza, il proprio senso civico e il senso di appartenenza alla comunità prossima all’allargamento”. E annuncia: “aprirò un dibattito invitando al confronto gli artefici dell’odierno fallimento”, accusando Sospiri, che aveva firmato la legge di fusione : Se riteneva che Nuova Pescara potesse addirittura nascere il primo gennaio 2016, dieci anni fa, determinando lo scioglimento delle tre Amministrazioni al 31 dicembre 2015, senza dotare il nuovo Comune di alcuno strumento operativo, ma lo ha ritenuto percorribile e fattibile, gli chiederò conto del tempo trascorso senza produrre un solo atto.

A tuonare contro il referendum bis anche il Movimento 5 Stelle e i comitati per la Nuova Pescara, oggi in  conferenza stampa alla presenza della consigliera regionale Erika Alessandrini, del consigliere comunale di Pescara Paolo Sola, dell’avvocato Vittorio Iovine per il Comitato di Montesilvano, di Marco Di Marzio per il Comitato di Spoltore e di Dario Boilini dell’associazione La Grande Pescara.

“Marsilio e Sospiri avevano assicurato che non ci sarebbero stati altri rinvii. Oggi la loro maggioranza smentisce quegli impegni e rimette persino in discussione il referendum del 2014. La strada che come M5S continuiamo a sostenere è quella del commissario ad acta, con i poteri sostitutivi previsti dalla legge, per portare a compimento la fusione il 1° gennaio 2027. Non servono altre promesse, né consultazioni ripetute: serve dare attuazione alla volontà dei cittadini”, ha detto Alessandrini.

Dall’altra parte il presidente del consiglio comunale di Pescara, Marcello Antonelli, afferma che la proroga al 2029 era necessaria, e conferma, nonostante siano passati 12 anni dal referendum, che la volontà di fusione resta intatta, osservando anche “è naturale che su un cambiamento così importante si sviluppi un dibattito. È un confronto che avrebbe dovuto trovare spazio fin dall’inizio: nel 2014 la decisione è arrivata dall’alto, senza un adeguato ascolto dei tecnici e, soprattutto, dei cittadini”.

Tra le modifiche più significative della legge di proroga approvata la scorsa settimana c’è l’istituzione di un Ufficio comune di fusione. L’organismo sarà composto da un coordinatore nominato d’intesa tra il presidente della giunta regionale e il presidente del consiglio regionale, dal direttore generale del comune di Pescara, dai tre segretari comunali e da alcuni dirigenti nominati direttamente dalla regione.

“Questa struttura avrà poteri di intervento nei confronti dei tre enti che definirei, nella sostanza, commissariali”, ha spiegato Antonelli, sottolineando che i componenti potranno agire direttamente, senza passare dagli uffici comunali.

CONFINDUSTRIA, “TRADITA VOLONTÀ POPOLARE”

“Dodici anni dopo il referendum del 2014, la Nuova Pescara non è ancora nata. E mentre cittadini e imprese attendono da oltre un decennio la realizzazione di un progetto di modernizzazione amministrativa e sviluppo territoriale, la politica regionale ha deciso di spostare ancora una volta in avanti la data della fusione, fissandola al 1° febbraio 2029. Una scelta che rischia di compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, penalizzare la competitività del territorio e perpetuare inefficienze amministrative che cittadini e imprese continuano a pagare.

Il rinvio al 2029 è un segnale grave, perché prolunga un’incertezza che dura ormai da dodici anni e mette in discussione la credibilità delle istituzioni. Nel 2014 i cittadini di Pescara, Montesilvano e Spoltore si sono espressi sulla fusione; quel risultato è stato recepito dal legislatore regionale e deve essere rispettato, non rimesso continuamente in discussione.

La Nuova Pescara è una scelta strategica per il futuro dell’area: può rafforzare la capacità amministrativa, coordinare i servizi e sostenere la competitività del territorio. Le identità delle singole comunità restano un valore; una città più integrata può valorizzarle, dando loro strumenti più efficaci per affrontare le sfide dello sviluppo.

Come Confindustria chiediamo alla Regione e alle amministrazioni coinvolte di fare chiarezza sulle ragioni del rinvio, sugli adempimenti ancora da completare e sui costi che questa ulteriore attesa comporta per cittadini e imprese. Dopo dodici anni, servono responsabilità, trasparenza e tempi certi. Il territorio non può continuare a pagare il prezzo di una riforma che non riesce a compiersi.

Non si può chiedere ai cittadini di esprimersi attraverso un referendum, approvare una legge che ne recepisce l’esito e poi rinviare per anni l’attuazione di quella volontà.

Nel maggio del 2014 i cittadini dei tre Comuni si pronunciarono favorevolmente alla fusione. Per ottenere la prima legge regionale istitutiva si dovette attendere il 24 agosto 2018, ben quattro anni dopo. In quel periodo numerose associazioni rappresentative della società civile, delle professioni e del mondo produttivo si mobilitarono, dando vita a un’associazione per l’attuazione del referendum, proprio per evitare che l’inerzia politica impedisse di tradurre in realtà la volontà espressa dagli elettori.

A quella legge sono seguiti ulteriori rinvii, fino alla legge regionale del 2023, che aveva fissato al 1° gennaio 2027 la nascita del nuovo Comune.

Oggi, nell’ottobre 2026, ci troviamo di fronte all’ennesimo slittamento. E, fatto ancora più preoccupante, viene prospettata una nuova consultazione popolare che rischia di rimettere in discussione un percorso democratico e legislativo già compiuto.

La nostra associazione considera politicamente e istituzionalmente inaccettabile che la volontà popolare venga sottoposta a una continua verifica ogni volta che la sua attuazione incontra resistenze.

I principi costituzionali di partecipazione democratica, buon andamento e imparzialità dell’amministrazione pubblica non possono essere richiamati soltanto nelle dichiarazioni solenni. Devono orientare concretamente l’azione delle istituzioni.

Il referendum del 2014, pur avendo natura consultiva, ha prodotto un risultato che è stato successivamente recepito dal legislatore regionale.

Non è accettabile trasformare uno strumento di partecipazione democratica in un procedimento senza fine, nel quale la volontà dei cittadini resta subordinata alla disponibilità della politica a darle attuazione.

A rendere ancora più delicata la situazione intervengono le pronunce del TAR Abruzzo del 29 maggio 2026, che hanno annullato i referendum comunali promossi da Montesilvano e Spoltore, evidenziando la competenza regionale sulla materia e la sovrapposizione con la consultazione già svolta nel 2014.

Non ignoriamo che la Regione disponga di proprie prerogative legislative. Ma proprio per questo riteniamo indispensabile che ogni ulteriore decisione sia accompagnata da motivazioni trasparenti, rigorose e rispettose del percorso democratico già compiuto.

Chi sostiene nuovi rinvii o la ripetizione del referendum dovrà assumersene integralmente la responsabilità politica e istituzionale davanti ai cittadini, alle imprese e alla storia di questo territorio.

Non è sufficiente invocare difficoltà tecniche e organizzative. Occorre spiegare perché, dopo dodici anni, tali difficoltà non siano state superate, quali responsabilità abbiano determinato i ritardi e perché le istituzioni non siano state in grado di rispettare gli impegni assunti».

Confindustria Abruzzo Medio Adriatico osserva con crescente preoccupazione un quadro nel quale “il mantenimento delle attuali strutture amministrative sembra prevalere sulla necessità di costruire un governo unitario, efficiente e moderno dell’area metropolitana.

Il rischio che denunciamo è chiaro: che la conservazione degli equilibri politici, degli incarichi e delle posizioni istituzionali diventi più importante dell’efficienza dei servizi e dell’interesse generale.

Non intendiamo attribuire indiscriminatamente intenzioni personali a singoli amministratori. Ma chiediamo una risposta pubblica a una domanda che non può più essere elusa: quali vantaggi concreti derivano ai cittadini e alle imprese dal mantenimento di tre amministrazioni separate per un territorio che vive già come un’unica realtà urbana, economica e sociale?

La difesa delle identità locali è un valore. Non può però diventare il pretesto per conservare duplicazioni organizzative, frammentazioni decisionali e costi che potrebbero essere razionalizzati.

Una città unica non significa cancellare le comunità di Pescara, Montesilvano e Spoltore. Significa dare loro una capacità amministrativa più forte, servizi coordinati e una rappresentanza territoriale adeguata alle sfide contemporanee.

Il rinvio al 2029 non è economicamente neutro. Per altri due anni e un mese rispetto alla precedente scadenza continueranno a operare tre strutture comunali autonome, con bilanci, organi istituzionali, procedure, apparati amministrativi e sistemi decisionali distinti. Non tutte queste spese sono automaticamente eliminabili con una fusione, ma è evidente che il Comune unico offrirebbe la possibilità di razionalizzare le funzioni sovrapposte, integrare i servizi, programmare gli investimenti e ottenere economie di scala.

Vi sono poi i possibili effetti sui contributi statali connessi alle fusioni comunali, la cui decorrenza e concreta disponibilità devono essere attentamente verificate. A questi elementi si aggiungono costi indiretti difficili da quantificare, ma non per questo meno importanti: tempi amministrativi più lunghi, pianificazione territoriale frammentata, minore coordinamento della mobilità, duplicazione di procedure e difficoltà nel costruire strategie unitarie di attrazione degli investimenti. Per il sistema produttivo questi fattori si traducono in minore competitività.

Ogni anno di ritardo è un anno sottratto alla possibilità di costruire un’amministrazione più efficiente e un territorio più attrattivo per le imprese, i lavoratori e gli investitori.

La Nuova Pescara non è soltanto un progetto di riordino amministrativo. È una scelta strategica che può rafforzare il ruolo dell’Abruzzo nell’economia adriatica, migliorare il coordinamento delle infrastrutture, sostenere lo sviluppo delle attività produttive e accrescere la qualità dei servizi pubblici».

Confindustria Abruzzo Medio Adriatico ritiene indispensabile che la Regione e le amministrazioni coinvolte rendano pubblici i costi del rinvio, le ragioni puntuali degli adempimenti ancora incompleti, le risorse già impiegate per il processo di fusione e i risultati concretamente conseguiti.

«La responsabilità istituzionale non può dissolversi dietro un nuovo cronoprogramma. Dopo dodici anni non è più il momento di annunciare la Nuova Pescara. È il momento di rispondere di ciò che non è stato realizzato».

Confindustria Abruzzo Medio Adriatico chiede che il confronto torni immediatamente sul terreno dei risultati, delle responsabilità e dei tempi certi, perché il territorio non può continuare a pagare il prezzo dell’incapacità di portare a compimento una riforma avviata nel 2014”.

D’ALFONSO, “FUSIONE POTEVA AVVENIRE NEL 2022 SEI CI FISSE STATA LEALE COLLABORAZIONE E NON MELINA”

“Se negli ultimi otto anni si fosse data leale e operosa attuazione alla legge regionale del 24 agosto 2018 istitutiva di Nuova Pescara, il capodanno 2022 avrebbe segnato il compimento naturale della nuova dimensione territoriale e saremmo già nel quarto anno di vita del nuovo comune.

Ciò non è accaduto perché è stato disatteso il principio di maieutica dell’insorgenza urbana, cardine concettuale della norma che concepii e che approvammo: l’idea, cioè, che una grande realtà metropolitana non si impone per decreto né per mera sommatoria burocratica di tre municipi, ma si fa nascere accompagnando la convergenza reale dei servizi, l’armonizzazione delle funzioni, la pianificazione comune e il tessuto vivo delle comunità.

A questo disegno generativo è invece subentrato il «non-pensiero» dell’unione secca e fredda, concepita come una fusione a tavolino dettata dalla pigrizia di chi avrebbe dovuto guidare e accompagnare il cammino, ovvero la Regione Abruzzo, e ha preferito abdicare al proprio dovere per una conclamata, irrisolvibile assenza di volontà politica. Ha prevalso la confusione indifferente contenuta in una terza proposta di legge di minoranza, che il Consiglio regionale non approvò e che era stata presentata dall’attuale Presidente del Consiglio regionale Sospiri.

Erano tre i disegni di legge sottoposti al Consiglio subito dopo l’esito del Referendum: c’era la proposta di norma-Sospiri, veloce, sbrigativa, burocratica, che fissava la nascita di Nuova Pescara al primo gennaio 2016, senza possibilità di deroga, che delegava sulle spalle della nuova amministrazione l’onere di riempire di contenuti il nuovo contenitore, quindi anche la redazione del nuovo Statuto, e l’unificazione dei servizi, un po’ come se due sposini, celebrato il matrimonio in chiesa, entrano nella nuova casa e la trovano vuota, senza gli arredi della cucina, del salotto, senza neanche il letto per dormire. E la proposta Sospiri era netta anche nelle sue deduzioni:

Scriveva la norma Sospiri: ‘I cittadini dei tre comuni, con un consenso complessivamente considerato del 64%, si sono chiaramente espressi in favore della costituzione della “Nuova Pescara” e, pertanto, sarebbe inaccettabile se la politica e le istituzioni regionali, che dovrebbero essere garanti di quella volontà, impedissero la realizzazione di questo importante obiettivo’;

E ancora: ‘l’istituto della fusione, che più degli altri ritengo possa garantire una governance più efficiente a patto che le istituzioni e soprattutto la politica si liberino di quelle logiche particolaristiche e campanilistiche che per troppo tempo hanno spento ogni anelito di riforma istituzionale’.

E infine il capolavoro: ‘E’ indubbio infatti che la fusione dei tre comuni oltre a consentire una importante e significativa riduzione dei costi della politica e della macchina amministrativa, renderà più agevole la capacità del territorio di attrarre risorse da destinare agli investimenti, all’occupazione o all’abbattimento delle tasse, al fine ultimo di rendere il nostro sistema territoriale fortemente competitivo soprattutto rispetto alle altre grandi città dell’adriatico anche nella prospettiva della creazione della cd. “macroregione adriatica”‘

A quella proposta normativa eccezionalmente semplicistica, pensata forse avendo a mente più un gigantesco SuperCiapi che una Città Adriatica senza confini,  come se istituire Nuova Pescara fosse pari a realizzare un grande parcheggio per le Naiadi sempre desiderate o elargire mance ai Comuni amici, ho contrapposto ben due proposte di legge: una per l’unione dei servizi o Città fredda e una seconda proposta per la nascita di una città nuova con fusione calda e progetto di nuova cittadinanza.

Mai abbiamo configurato la nuova città da far ricostruire come se fosse Brasilia o Latina dall’alto, ma sempre con il protagonismo generativo delle democrazie comunali delle tre realtà comunitarie ed istituzionali coinvolte per evitare che nascesse alla fine Eurobic o Serfina, magari avendo in mente nella migliore delle ipotesi scolastiche Brasilia o Latina.

In ambedue i disegni normativi la Regione Abruzzo ha mantenuto il ruolo di sovrintendente, per mediare, guidare e monitorare, ma la Nuova Pescara doveva, così come deve, essere frutto del lavoro e del confronto dei 3 Parlamenti comunali, con il coinvolgimento del territorio, così com’è accaduto per la nascita della Città Metropolitana di Bologna.

In una legge di 10 pagine e 14 articoli abbiamo previsto l’istituzione inizialmente al primo gennaio 2019, poi definitivamente al primo gennaio 2022, della nuova città, mettendo a lavoro tre Organismi:

1. Comitato per la Fusione composto dal Presidente della Regione e dai tre Sindaci dei Comuni coinvolti, assistiti da funzionari delle rispettive amministrazioni e da esperti e che avrebbe dovuto redigere entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge il ‘Programma generale per la fusione’;

2. l’Osservatorio del processo di fusione dei Comuni (Osservatorio), da istituire entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, di cui dovevano far parte funzionari dei comuni coinvolti dal processo di fusione, funzionari regionali ed esperti in materie giuridiche o economiche nominati dal Presidente della Regione, integrato da funzionari della provincia di Pescara e dal Prefetto di Pescara. L’Osservatorio aveva l’obbligo di relazionare ogni sei mesi sullo stato di avanzamento del processo di fusione;

3. il Comitato doveva dare luogo all’Assemblea costitutiva composta da tutti i membri dei 3 Consigli comunali che, organizzando il lavoro anche attraverso apposite Commissioni, dovevano costruire entro un anno lo Statuto della Nuova Pescara, che quindi non veniva scaricato sulle spalle della città che doveva nascere;

I tre Organismi così costituiti avrebbero dovuto lavorare non all’unificazione di uffici e servizi, ma a pensare, ideare e progettare una entità territoriale nuova dandole delle finalità, degli obiettivi per evitare che la fusione comportasse costi per la comunità in termini di inefficienza e fosse invece ad impatto zero per i cittadini, le famiglie e le imprese ricomprese nel territorio urbano, ed allo stesso tempo fare in modo che il processo di integrazione tra i tre Comuni fosse concreto e reale da subito, sia sotto il profilo esterno, e quindi dell’erogazione di funzioni, e sia sotto il profilo interno, organizzativo, contabile e di macrostruttura.

Il limite politico e programmatico del dibattito pubblico, sviluppatosi attorno alla fusione, è stato il focalizzarsi essenzialmente sul riassetto e sull’unificazione della/e Città-Apparato, senza affrontare minimamente il tema della Città-Funzione, che richiama quello dei servizi, dei flussi, della qualità della vita urbana, dei progetti di vita che essa offre ai cittadini, e della velocità delle decisioni e delle politiche, delle comodità in funzione di tali progetti di vita.

L’ingrandimento delle anagrafi non necessariamente corrisponde ad un ingrandimento delle funzioni, anzi può tradursi, se tutto il processo non è guidato dall’efficientamento amministrativo e dalla capacità della politica di prevenire e prefigurare gli scenari, in disfunzione.

La seconda proposta normativa che ho presentato, che consigliava la ‘fusione calda’ e che è stata approvata dal Consiglio regionale, conteneva un principio di gradualità: il Consiglio regionale, su proposta del Presidente della Giunta regionale, avrebbe potuto determinare una sospensione del processo di fusione, rimettendo all’iniziativa legislativa del Presidente stesso e all’approvazione del Consiglio una revisione della data di decorrenza e di estinzione degli organi comunali preesistenti, senza che ciò comportasse un blocco dell’intero procedimento di integrazione, ottimizzazione  e razionalizzazione dei servizi, a condizione che i Consigli comunali avessero approvato lo schema di Atto costitutivo di un’Unione fra i tre Comuni ai sensi dell’articolo 32 del D.Lgs. 267/2000, allo scopo di esercitare congiuntamente una pluralità di servizi e funzioni nell’ottica di una progressiva integrazione della loro azione amministrativa in maniera comunque strumentale al completamento del processo di fusione.

Abbiamo dunque inserito la clausola di salvaguardia per la fusione, con una “cessione di sovranità” dei Comuni verso il nuovo Ente che fosse costante, incessante e guidata dalla politica e da chi ha le responsabilità di governo delle amministrazioni. In altre parole poteva essere concessa una ulteriore deroga, ma solo se le tre amministrazioni avessero dimostrato di aver fatto i compiti a casa per costruire Nuova Pescara e non per distruggere il lavoro fatto

Ora, a parte la redazione del nuovo Statuto, e la realizzazione di qualche nuova carta intestata, nulla del lavoro previsto dalla legge è stato di fatto compiuto, e la Regione Abruzzo ha peccato di assenza di autorevolezza, oltre che di indolenza nello svolgere il doveroso controllo, non ha voluto o più semplicemente non ne ha avuto la necessaria capacità.

E soprattutto nessuno ha realizzato la maieutica della civicità urbana, ovvero i 3 Parlamenti comunali non hanno colto l’occasione per creare spazi, momenti e laboratori di dialogo in cui i cittadini stessi potessero scoprire il valore della convivenza, il proprio senso civico e il senso di appartenenza alla comunità prossima all’allargamento, coinvolgendo la popolazione nella co-progettazione della nuova città, ascoltando i bisogni della comunità per far nascere un senso di responsabilità spontaneo, trasformando gli abitanti da spettatori passivi ad attori civici attivi, rendendoli consapevoli di poter partecipare al processo di fusione da protagonisti, e rassicurandoli sulle convenienze che dovevano derivare dalla nuova entità

Da questa consapevolezza dovrà ora ripartire il percorso per Nuova Pescara. Aprirò un dibattito invitando al confronto gli artefici dell’odierno fallimento: se come dice il Presidente Sospiri ‘occorre rinviare perché le cose si devono fare e si devono fare bene’, lo inviterò a raccontare quali sono le ‘cose’ che si debbono fare, a suo giudizio, per istituire Nuova Pescara e quali strumenti intenda attivare per fare bene quelle cose.

Se riteneva che Nuova Pescara potesse addirittura nascere il primo gennaio 2016, dieci anni fa, determinando lo scioglimento delle tre Amministrazioni al 31 dicembre 2015, senza dotare il nuovo Comune di alcuno strumento operativo, ma lo ha ritenuto percorribile e fattibile, gli chiederò conto del tempo trascorso senza produrre un solo atto.

Io, dal canto mio, porterò al tavolo idee e progetti con la relativa tempistica realizzativa, dopo aver già portato emendamenti parlamentari, diventati legge dello stato, carica di milioni di risorse economiche, che non si è saputo ancora mettere a frutto per questa pulsante comunità adriatica”.