L’AQUILA – “È un aggettivo magico”.
Angelo Tartaglia definisce così il “sostenibile” scelto dal governo di Giorgia Meloni per rilanciare l’atomo.
La delega ha da poco ottenuto il via libera definitivo del Senato, ma per il celebre fisico e ingegnere nucleare il cambio di nome non cancella ciò che resta da spiegare: quanto costeranno le centrali, dove finiranno le scorie e perché tornare su una scelta respinta da due referendum.
Già docente al Politecnico di Torino e autore di numerosi libri, tra cui “Spaccare l’atomo in quattro. Contro la favola del nucleare”, Tartaglia ne parla in questa intervista telefonica ad AbruzzoWeb.it.
La sua critica investe anche il modello dei consumi e, alla luce delle guerre in corso, il rapporto tra nucleare, geopolitica e sicurezza.
E quando il discorso si sposta sull’Abruzzo, indica da dove comincerebbe: misurare quanta energia serve, dove viene consumata e quali superfici possono produrla.
Professore, partiamo proprio dai referendum. C’è chi dice che siano ormai troppo vecchi.
È una provocazione. Il problema è tutto politico. Chi si riconosce nel modello economico della crescita perpetua non ha dato credito ai due referendum precedenti ed è rimasto in attesa di trovare una scusa, o comunque un modo, per riprendere la strada che si era fermata. La scusa che oggi presenta il governo è che non si tratterebbe più delle centrali di allora: adesso si parla di altre centrali.
Lei la definisce scusa, non motivazione.
Sì, perché la decisione di andare avanti con il nucleare, almeno nelle intenzioni, era stata presa già decenni fa. Ora si aggiunge a una legge la parola “sostenibile”. Ma che cosa significa? Quando si scrive una legge, i termini utilizzati dovrebbero essere spiegati. Qui non trovo una definizione di ciò che sarebbe sostenibile nel nucleare. È un aggettivo magico: non è più il nucleare di una volta, dunque sarebbe sostenibile. E che diavolo vuol dire?
Un processo è sostenibile se, mentre si sviluppa, non compromette le condizioni che gli consentono di continuare. Qualunque processo fondato su risorse che si consumano e non si rinnovano, da questo punto di vista, non è sostenibile. Nel nucleare questo riguarda l’uranio.
Se il suo impiego diventasse molto più diffuso dell’attuale, l’uranio commercialmente recuperabile durerebbe, secondo le stime che richiamo, più o meno quanto il petrolio: non millenni. Certo, si trova uranio anche nell’acqua di mare. Ma quanto costa estrarlo? Bisogna parlare delle risorse che si possono utilizzare economicamente.
Il punto economico, quindi, è importante. E a mio giudizio il nucleare è già oggi ampiamente antieconomico: il prezzo finale del chilowattora è superiore a quello ottenibile dalle rinnovabili, e ritengo che lo sarebbe anche in futuro.
Chi sostiene il nucleare risponde, tra l’altro, che acquistiamo già elettricità dalla Francia, a pochi passi da noi.
È un argomento che sento ripetere. L’ho sentito ripetere anche dal presidente della Regione Piemonte durante una manifestazione a Torino: tanto l’energia la prendiamo dalla Francia.
Ma bisogna guardare i conti francesi. Areva, il gruppo industriale francese attivo nella costruzione di reattori, lavorava in diversi Paesi, tra cui Finlandia e Cina. Dopo le difficoltà finanziarie, le sue attività legate ai reattori sono passate sotto il controllo di EDF, il grande gruppo elettrico francese. Anche EDF ha avuto i conti in rosso ed è tornata sotto il pieno controllo dello Stato.
È il vecchio meccanismo: si socializzano le perdite. In Francia, poi, ci sono molti reattori e una parte è vicina alla fine della vita operativa. Il costo del loro smantellamento è difficile da stabilire a priori. In teoria si accantonano fondi per coprirlo, ma quando arriva il momento bisogna vedere se ci sono e se bastano. Se non bastano, chi mette i soldi? Lo Stato, ovviamente.
La Francia dispone di competenze industriali e spinge per rilanciare il settore anche in Europa: potrebbe recuperare parte dei costi vendendo nuove centrali, ammesso che riesca a realizzarle. Per questo trovo illusorio citare la Francia come prova della convenienza del nucleare. Guardando agli impianti nel mondo, vedo costi che tendono a crescere.
Perché, allora, si insiste tanto su questa strada?
Le centrali concentrano investimenti e utili, anche quando vengono presentate in versione più piccola. Se una parte importante degli investimenti è pubblica, si rischia di trasferire denaro pubblico a gruppi imprenditoriali privati.
La logica economica rimane quella del “sempre di più”: più energia, più produzione, più consumi. Ma quel “sempre di più” non può durare senza limiti.
E c’è anche un altro argomento usato per giustificare il rilancio: il nucleare attuale sarebbe una soluzione transitoria, in attesa della fusione. Bisogna però distinguere la ricerca fisica dagli impianti.
Io mi sono laureato in ingegneria nucleare nel 1969. Allora ci dicevano che erano in corso esperimenti sulla fusione e che in una trentina d’anni avremmo avuto le prime centrali commerciali: dunque alla fine del millennio.
Siamo nel 2026, ci sono stati risultati sperimentali, e si parla ancora di quaranta o cinquant’anni. Di fronte alla crisi climatica, per favore, non prendiamoci in giro.
C’è anche un aspetto più propriamente politico e geopolitico? Il contesto internazionale, comprese le guerre in corso, può avere un peso nelle scelte dell’Italia sul nucleare?
Il contesto politico è sempre importante. Certamente un peso notevole nelle scelte che si vanno facendo ce l’ha il voler restare, illudendosi di avere un ruolo, all’interno di un ordine mondiale basato sulla conflittualità e sulla forza. Il nucleare è tutt’uno con questa idea.
Tutte le centrali a fissione che usano l’uranio producono plutonio 239, che è fissile e può essere riutilizzato nei reattori, ma può essere impiegato anche per scopi militari.
Gli impianti di riprocessamento delle barre esauste dei reattori consentono di recuperare anche il plutonio, e il disegno di legge approvato dal Parlamento ipotizza per il futuro di dotare il nostro Paese anche di impianti di riprocessamento.
Nel mondo questi impianti sono per lo più presenti in Paesi dotati anche di armamento nucleare. Il combustibile esaurito proveniente dalle centrali di Caorso, Garigliano, Latina e Trino è stato inviato per il riprocessamento in Francia e nel Regno Unito, entrambi Paesi dotati di arsenali nucleari.
Tra l’altro, in un mondo attraversato da conflitti sempre più vasti, tutti gli impianti nucleari sono potenziali obiettivi militari molto critici per via degli effetti collaterali su vasta scala in caso di attacco.
Ma anche con le rinnovabili il modello di sviluppo resterebbe lo stesso, o addirittura crescerebbe di ulteriori dimensioni.
Questo dipende da noi. Non esiste una fonte di energia miracolosa che consenta di sostenere una crescita perpetua. Sono limiti fisici, non una questione di destra o sinistra, di ambientalisti o di progresso. Per rendere sostenibile il nostro modo di vivere dobbiamo stabilizzare l’uso delle risorse e avvicinarci a una logica circolare. Perfettamente circolare non potrà mai essere, per il secondo principio della termodinamica.
Possiamo però utilizzare l’energia del Sole, e quindi anche vento e altre fonti che ne derivano, su tempi immensamente lunghi. Se con le rinnovabili vogliamo soltanto continuare a crescere senza fine, abbiamo sbagliato i conti.
In Abruzzo si punta anche ad interventi direttamente in mare. Che cosa ne pensa?
Perforare il mare al largo della costa adriatica non mi sembra la scelta giusta. Facciamo invece qualche conto, anche semplice. Se considero per ipotesi il solo fotovoltaico — pur sapendo che esistono anche eolico, idroelettrico e altre possibilità —, un venticinquesimo delle superfici italiane già compromesse, come capannoni e piazzali, potrebbe coprire con impianti commerciali tutto l’attuale fabbisogno elettrico nazionale. Ripeto: un venticinquesimo. Non è necessario partire dall’idea di occupare ettari ed ettari di nuovo terreno.
Ma oggi il “verde” si vende bene, e chi vuole fare affari cerca grandi impianti da piazzare sul mercato. Io partirei da un’altra domanda, invece: di quanta energia abbiamo bisogno per vivere bene, lì dove abitiamo?
Cittadini e istituzioni locali possono mettersi insieme, investire negli impianti e utilizzare l’energia sul posto. Un’azienda farà anche altri ragionamenti, certo, ma la produzione diffusa, invece che concentrata, può coprire i bisogni del territorio.
Finora ho parlato del fabbisogno elettrico di oggi. Se elettrificassimo anche i trasporti e le attività che ora usano altri combustibili — e non è una cosa che si realizza con la bacchetta magica — la quota necessaria delle superfici già compromesse, nella mia stima, potrebbe salire da un venticinquesimo fino a un quarto. Sono due conti riferiti a bisogni differenti; non vanno confusi.
Nelle sue parole si “legge” anche un invito culturale ad andare un po’ più piano.
Occorre smontare il mito della crescita. Da più di cinquant’anni si osserva, sul piano scientifico, che in un ambiente finito non si può crescere all’infinito. Qualunque trasformazione dell’energia produce entropia: disordine che vediamo anche nell’inquinamento e nei rifiuti. Se continuo a produrre rifiuti in una casa con le finestre chiuse, alla fine ne vengo sommerso.
Quell’economia non si può mantenere. Bisogna ripensarla, senza pretendere di avere già ogni soluzione in tasca: le cose da cambiare sono tante.
Dico di stabilizzare i flussi, non che tutti debbano ridurre allo stesso modo. Inoltre, ci sono Paesi africani che hanno bisogno di crescere, anche perché molte loro risorse vengono portate qui. Noi potremmo fare a meno di qualcosa per riequilibrare la situazione. L’economia può dire quello che vuole, ma non può cancellare le leggi della fisica.
Che cosa consiglierebbe a una regione come l’Abruzzo?
Il ragionamento vale per ogni regione, territorio per territorio. Alle istituzioni direi: cominciamo a fare valutazioni numeriche, più precise dei conti di massima che ho appena esposto. Mettiamo insieme un gruppo di lavoro, magari coinvolgendo i giovani, per misurare quante superfici utili abbiamo senza consumare altro suolo e qual è l’attuale fabbisogno energetico locale. Esistono, inoltre, dati sulle utenze e sui consumi, comune per comune, di elettricità e gas. Mettiamoli insieme in un piano. Facciamo bilanci economici: facciamo anche un bilancio energetico. In Piemonte esistono già strumenti e studi di questo genere, ma rischiano di rimanere nascosti in qualche ufficio, senza entrare nelle scelte politiche. E poi, il bilancio deve essere pubblico e diventare il punto di partenza: quali investimenti servono, dove li facciamo e con quali risorse?
Sulle comunità energetiche qualcosa si muove anche qui in Abruzzo, ma siamo ancora in alto mare. È un settore davvero così complicato?
È molto scoraggiante, soprattutto per i tempi burocratici. Sono referente di una comunità energetica nel Pinerolese e so quanto si possa attendere nei rapporti con il GSE, il Gestore dei servizi energetici, la società pubblica che gestisce anche le procedure per le comunità energetiche. Ci sono comunità attive in Italia, ma alcune lo sono più sulla carta che nella pratica.
Eppure non è impossibile costruire un modello, anche su un foglio Excel, che permetta di capire se conviene, quanto bisogna spendere e come distribuire gli investimenti.
Una Regione, una Provincia o un Comune dovrebbero fare due cose insieme: parlare ai cittadini perché comprendano il vantaggio di mettersi in comunità, e predisporre un bilancio energetico affidabile. Se le comunità partono dal basso, parte degli investimenti può arrivare dai privati. Il fotovoltaico continua a crescere, malgrado la burocrazia, perché molte persone valutano che convenga installarlo.
Servono, comunque, anche investimenti pubblici. Il più delicato, a livello nazionale, riguarda la rete elettrica. È stata concepita per grandi centrali da cui l’energia arriva alle utenze. Con la produzione distribuita, in alcuni punti la tensione sale o scende e il gestore può dover scollegare un impianto per mantenere stabile il sistema, talvolta senza che il proprietario se ne accorga subito.
Terna, la società che gestisce la rete nazionale di trasmissione dell’elettricità, sta investendo, ma bisogna riorganizzare la rete perché accolga e stabilizzi tanti punti di produzione. Una rete progettata per la generazione diffusa può risultare più stabile.
La Cina è spesso presentata come il Paese che decide e costruisce rapidamente. È il modello verso cui stiamo andando?
Attenzione: il Paese che spinge più di tutti sulle rinnovabili è proprio la Cina. Fa di tutto, comprese alcune centrali nucleari. A mio giudizio, però, la tendenza mondiale del nucleare non corrisponde al rilancio di cui si parla in Italia. Rischiamo di inseguire un treno nel momento sbagliato. E guardiamo agli SMR, sigla inglese di Small Modular Reactors, cioè piccoli reattori modulari: quelli in funzione sono ancora una manciata, mentre diversi progetti, anche in Cina e in India, sono in costruzione. Negli Stati Uniti un progetto è stato abbandonato perché i costi previsti salivano e l’energia sarebbe risultata troppo cara. Non basta annunciare una tecnologia: bisogna vedere quanto costa portarla sul mercato.
L’Abruzzo ospita anche i Laboratori nazionali del Gran Sasso. L’immagine di “regione verde” e la ricerca scientifica potrebbero procedere insieme?
Assolutamente sì. Sarebbe un buon connubio da sviluppare.
L’Abruzzo è però anche una zona sismica: che cosa cambierebbe se si volessero costruire nuove centrali?
La sismicità è uno dei problemi seri della questione. E si cerca di confondere le carte con la storia delle “piccole” centrali. Gli SMR di cui si discute hanno potenze nell’ordine di 200 o 300 megawatt, talvolta fino a 400. Tre delle vecchie centrali italiane avevano potenze di circa 200, 220 e 270 megawatt. Quali piccole? Si può progettare un impianto con criteri antisismici, certamente. Ma resta il problema mondiale delle scorie. Ecco perché mi arrabbio quando sento promettere che le nuove centrali le elimineranno. La fissione produce materiali radioattivi che devono essere gestiti: non spariscono.
Dove li mettiamo?
Esistono studi della Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, sui possibili siti per un deposito. Ma dobbiamo chiederci se sia possibile garantire la sicurezza di un deposito geologico profondo per tempi lunghissimi in un Paese sismico. Non possiamo ragionare così: consumiamo ora e di quello che succederà tra mille anni si occuperà qualcun altro. Scorie, depositi e sismicità sono collegati. Se si aprono faglie, può infiltrarsi acqua. Nell’area del Gran Sasso conosciamo il problema delle infiltrazioni in prossimità dei laboratori; ci sono stato più volte e ho collaborato a un laboratorio con colleghi toscani. Esistono zone meno sismiche, come la Sardegna, ma non possiamo dare per scontato che i sardi accettino di ospitare un deposito per tutti gli altri. È una responsabilità che non si risolve spostandola altrove.
Che cosa direbbe ai giovani su questo tema così importante?
Sono i più coinvolti nella crisi climatica e nelle scelte che facciamo oggi. Incontro studenti nelle scuole e nelle università: bisogna sgombrare il campo dalle chiacchiere e provare a capire insieme. Non basta dire che il governo non fa quello che dovrebbe. La domanda è anche: che cosa posso fare io ?
Quando c’è l’occasione di parlarsi, vedo che il discorso passa. Un adulto a volte si sente una rotella in un meccanismo enorme e pensa di poter soltanto girare come gli viene detto. I più giovani non hanno necessariamente questa chiusura. Possono cambiare idea. Bisogna coinvolgerli senza pretendere di ordinare: “Tu fai questo, tu fai quello”. Una volta capito, saranno in grado di costruire le risposte.






