* giurista e scrittore

L’AQUILA – Nella notte tra domenica e lunedì sapremo se “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino si aggiudicherà l’Oscar per il “miglior film internazionale”, categoria che ha preso il posto (solo nominativamente) del “miglior film straniero”. La statuetta è assegnata nella notte californiana al miglior film in lingua originale diversa dall’inglese.

L’Italia vanta fino ad oggi il primato in questa categoria con ben 14 vittorie, seconda la Francia con dodici. Finora ben quattro statuette sono andate a Vittorio De Sica con “Sciuscià” (1948), “Ladri di biciclette” (1950), “Ieri, oggi, domani” (1965) e “Il giardino dei Finzi Contini” (1972), altre quattro a Federico Fellini con “La strada” (1957), “Le notti di Cabiria” (1958), “8 e mezzo” (1964) e “Amarcord” (1975).

Una statuetta a testa per Elio Petri con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1971), Giuseppe Tornatore con “Nuovo Cinema Paradiso” (1990), Gabriele Salvatores con “Mediterraneo” (1992), Roberto Benigni con “La vita è bella” (1997) e Paolo Sorrentino con “La grande bellezza” (2014). Una statuetta anche ad Alfredo Guarini come co-produttore della pellicola italo-francese “Le mura di Malapaga” (1951).

L’Italia ci riprova quest’anno, come si diceva poc’anzi, con “È stata la mano di Dio” di Sorrentino, pellicola premiata già con il Leone d’argento nel settembre dell’anno scorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. L’eventuale ed auspicata vittoria di Sorrentino nella notte hollywoodiana si andrebbe ad aggiungere – come riconoscimento internazionale al nostro cinema – al premio Fipresci (conferito dalla stampa estera al miglior film) assegnato a Paolo Taviani al Festival di Berlino del mese scorso con “Leonora addio”.

Di tutto questo, e di tanto altro ancora, ne parlo nel mio libro: “Cinema. Dal neorealismo ai giorni nostri”, edito a fine gennaio di quest’anno da GpM edizioni, seguito da un altro mio libro – edito il mese scorso con lo stesso editore – dal titolo: “Totò. Il principe proletario”.

In attesa della notte di Los Angeles, la cui cerimonia si terrà al Dolby Theatre, possiamo essere orgogliosi del cinema italiano che quest’anno produrrà una serie di pellicole di altissimo livello culturale come, tanto per citare alcuni esempi, “Vita di Dante” di Pupi Avati, “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido e il documentario “Ennio” di Giuseppe Tornatore, quest’ultimo nelle sale già da febbraio e premiato sinora già col Nastro d’argento.

Nel mio libro sul cinema pongo inoltre l’accento su come le misure contenitive della pandemia hanno messo in ginocchio le sale cinematografiche, rimaste chiuse per parecchi mesi, a vantaggio delle piattaforme internazionali on-demand come Netflix e Prime Video. Ma un ritorno nelle sale, a mio parere, è assolutamente necessario perché il cinema non è solo un prodotto commerciale, ma è soprattutto arte e poesia. Quella poesia che c’è dietro alla bravura degli attori, ai sogni dei registi, agli investimenti dei produttori e alla fantasia degli sceneggiatori.