L’AQUILA – Un edificio progettato male, ristrutturato peggio, divenuto un’accozzaglia di pareti messe a caso, rivisitazioni senza criterio, cambiamenti senza verifiche e rivoluzioni senza precauzioni, che lo hanno trasformato in una trappola mortale per 8 giovani.
È stata la negligenza umana, più che il terremoto del 6 aprile 2009, a far crollare la Casa dello studente. È un duro atto d’accusa, quello del giudice Giuseppe Grieco, nelle motivazioni alla sentenza di condanna per 4 tecnici emessa lo scorso 16 febbraio. Un documento di 111 pagine, depositato oggi e sviscerato da AbruzzoWeb.
Grieco sfrutta al cento per cento quello che più volte viene definito l’elemento cardine della vicenda, la maxi perizia di 1.300 pagine complessive del super perito, la professoressa del Politecnico di Milano Gabriella Mulas. Un documento grazie al quale oggi si sa quasi tutto su come sono andate le cose, assicura.
La Casa dello studente è nata male, con un piano in più, con un progetto clamorosamente malfatto, ed è stata ristrutturata aumentando i carichi senza accertarsi se fosse lecito e proponibile. Con il sisma delle 3.32 non poteva non crollare, a differenza degli altri edifici, che sono rimasti in piedi.
Delicatissimo il passaggio sul terremoto: per Grieco, che ovviamente si rifà agli esperti, non era né eccezionale né imprevedibile. Anche il magistrato si è messo a prevedere le scosse? Non si tratta di questo, ma solo della consapevolezza che ogni 300 anni all’Aquila, il terremoto fa, come ormai sanno anche i bambini.
La perizia rimane la chiave di volta di tutto il processo. In base a essa il giudice decreta colpevoli e innocenti e fissa le pene, ravvisando minori o maggiori profili di colpa. Stronca i restauri e i tecnici che hanno “colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni”.
IL SIMBOLO DELLA TRAGEDIA
In avvio Grieco ricorda che questo crollo “ha rappresentato il punto massimo della tragedia che ha colpito la città” e “l’emblema stesso del terremoto aquilano”, con “un enorme valore simbolico” dinanzi “agli occhi dell’opinione pubblica nazionale”.
A questa va aggiunta quella che il giudice definisce “altra tragedia”, i “traumi di natura fisica e psicologica”, con i secondi che “resteranno impressi in modo indelebile”.
Grieco approva la scelta del pm di inserire inizialmente tra gli indagati anche persone decedute, definendola “fortemente garantista nei confronti degli imputati in vita” per avere un “quadro complessivo delle cause”, a dispetto delle difese che avevano chiesto “la nullità dell’intero capo d’imputazione”, eccezione difensiva che per Grieco è stata invece “assolutamente priva di fondamento e anche fuorviante”.
LA SCELTA DELLA SUPER PERIZIA, “ORA SAPPIAMO TUTTO”
Tornando indietro agli inizi del processo, il giudice ricorda due punti nodali, la necessità di stabilire “il perché l’edificio fosse crollato in un contesto in cui tutti quelli vicini non avevano subito analoga sorte” e inoltre “andare a ritroso nel tempo e ripercorrere l’intera storia dell’edificio”.
Sottolineando le “forti contestazioni” delle difese alle “numerose consulenze tecniche” dell’accusa, Grieco arriva poi alla nomina di un perito del giudice per trovare delle risultanze “al di sopra e al di fuori delle posizioni di parte”.
Di qui la scelta della professoressa Gabriella Mulas, che per Grieco “si è rivelata assolutamente decisiva. Il contributo fornito dalla Mulas alla risoluzione e delle complesse problematiche poste all’attenzione del giudicante è risultato fondamentale e determinante”, anche e soprattutto “nel disvelamento delle cause di natura tecnica che hanno portato al crollo”.
La perizia, evidenza più avanti il giudice, ha causato un “totale stravolgimento di quelle che erano le iniziali conoscenze tecniche del pm” e che lo avevano portato ad allargare la cerchia degli indagati.
Grazie a questo documento, “si è oggi in possesso di un altissimo grado di conoscenza di quali siano stati i motivi del crollo”, un dato “incontrovertibile” e “sostanzialmente accettato e condiviso da tutti i protagonisti”.
IL CASO DEI QUESITI
Il magistrato spende una parte delle motivazioni a parlare di come e quando sono stati posti i quesiti. E c’è da capirlo, visto che proprio questo aspetto ha rischiato di far saltare il processo, per un richiamo che gli fu inoltrato dal Consiglio superiore della magistratura in relazione proprio alla formulazione dei quesiti al perito.
Come conseguenza della censura, Grieco aveva dichiarato di astenersi dal proseguire il processo fino a conclusione del procedimento, ma era stato poi invitato a continuare dal presidente vicario della Corte d’Appello, Augusto Pace.
Si ricorda che più di un avvocato “aveva fatto espressa richiesta affinché ciascuno avesse potuto predisporre un elenco di quesiti da sottoporre al perito”, istanza accolta “estendendo, ovviamente, la relativa facoltà anche al pm e alle parti civili”: di qui “un numero veramente considerevole di domande”.
A quel punto il perito ha segnalato al giudice “la necessità che si procedesse a una nuova formulazione dei quesiti in maniera sintetica”, ed ecco la nuova udienza del 5 marzo 2011 quando “si procedeva ad affidare al perito sette brevi quesiti massimamente riassuntivi di quelli che erano stati inizialmente redatti dalle parti”.
Un modo per snellire le procedure che, però, per poco non faceva saltare tutto.
LA STORIA PER CAPIRE LE RESPONSABILITA’
Nella parte centrale delle motivazioni il giudice rifà la storia della nascita e dell’evoluzione della Casa, basandosi sulla relazione dell’architetto Margherita Aledda, consulente tecnico del pm.
Una prima discrepanza viene sottolineata subito: “L’edificio risulta complessivamente composto da sette piani, di cui due seminterrati, un piano terra e quattro piani sopraelevati, ma esaminando gli attestati di conformità alle norme sismiche rilasciate dal Genio civile si rileva che lo stesso fa riferimento a soli sei piani”. Un piano “fantasma”, dunque.
Seguono una decina di pagine in cui viene snocciolata l’evoluzione tecnica e amministrativa del palazzo, nato negli anni Sessanta come palazzina di appartamenti in aggiunta a un deposito di farmaci.
Nel 1979 divenne un palazzo utilizzabile per l’Università con servizi alberghieri per gli studenti più meritevoli attraverso l’Opera universitaria. Successivamente il palazzo privato divenne pubblico e cambiò la destinazione d’uso ad albergo per studenti, con un primo intervento di restauro.
Nel 1982, abrogate le Opere universitarie, tutto il patrimonio diventò di competenza della Regione Abruzzo che lo ha gestito attraverso l’Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu), con un successivo restauro a partire dal 1999.
E per Grieco “soltanto la perfetta conoscenza della cronologia” consente di attribuire “specifiche responsabilità agli imputati” e dall’altro lato la “irrilevanza penale” per quelli “risultati totalmente estranei rispetto alle accuse”.
UN TERREMOTO “NON ECCEZIONALE E NON IMPREVEDIBILE”
Dopo la rievocazione del processo, Grieco entra nel vivo affrontando prima di tutto l’elemento cardine della vicenda, il terremoto del 6 aprile 2009.
Un sisma che “non era affatto imprevedibile, essendosi verificato in quello che viene definito periodo di ritorno, vale a dire nel lasso temporale di ripetizione di eventi previsto per l’area aquilana”. Un periodo che, scrive Grieco citando il consulente del pm, l’esperto Luis Decanini, “è stato indicato in circa 325 anni, a partire dall’anno 1000”.
Inoltre, secondo il magistrato “si è trattato di un terremoto certamente non eccezionale per il territorio aquilano e assolutamente in linea con la sismicità storica dell’area”. Il carattere “non eccezionale e non imprevedibile” per Grieco è un dato ormai “definitivamente acquisito”.
Ecco perché il sisma in sé non è causa sufficiente del crollo ma “deve essere valutata unitamente alle gravi carenze strutturali che caratterizzavano l’edificio”, anche perché, e qui torna la perizia Mulas, la scossa era di “severità compatibile con le previsioni di progetto e la normativa sismica in vigore dal 1965”.
“GLI ALTRI EDIFICI NON SONO CROLLATI”
Nel mezzo delle risultanze tecniche Grieco inserisce anche quella che chiama una “valutazione empirica e di immediata percezione”, a partire da un dato statistico che gli arriva sempre dagli studi di Decanini: il numero di edifici in cemento armato crollati.
“Si tratta di 15 edifici, pari a meno dell’1% del relativo patrimonio edilizio della città e in essi hanno perso la vita 135 delle 305 vittime complessive del sisma”.
Per il giudice “è sufficiente la semplice osservazione” dei palazzi intorno per capire che “essi siano sostanzialmente uguali, quanto a vetustà, a materiali edilizi utilizzati e alla loro conformazione rispetto a quelli crollati”.
Di qui la concausa della “vulnerabilità degli edifici crollati” le cui carenze, nella vicenda della Casa, sono state messe in luce “in modo assolutamente lampante dalla perizia”.
“Il vero discrimine per gli edifici crollati non è consistito nella violenza del terremoto e dei relativi picchi di accelerazione, bensì nei vizi progettuali, nelle carenze costruttive, negli errati interventi di manutenzione che hanno caratterizzato” anche la Casa.
I DIFETTI ORIGINARI DI COSTRUZIONE
Accertato che il terremoto è solo una delle cause, e nemmeno la principale, si pone la necessità di un “approfondito accertamento delle caratteristiche costruttive dell’edificio”, e in questo ovviamente ancora la perizia Mulas è “fonte primaria delle conoscenze a disposizione del giudicante per la valutazione delle responsabilità degli imputati”.
Grieco stabilisce che “l’edificio presentava originarie fragilità strutturali, riconducibili anzitutto al disegno redatto dall’ingegner Botta Claudio”, l’imputato anziano che si è salvato dal processo solo per i suoi novant’anni suonati.
“Il suo progetto strutturale e i calcoli sono risultati connotati da una sconcertante superficialità e incompletezza”, tuona il giudice, parlando anche di “forze agenti sull’edificio, orizzontali e verticali, calcolate in maniera erronea”. Per Grieco, il “contributo causale degli errori e delle omissioni” di Botta è stato “primario e pregnante” nei crolli.
Il magistrato rievoca brevemente la “copiosa documentazione sanitaria” e l’accertata incapacità di stare in giudizio che ha portato all’uscita di scena di botta. Tuttavia ritiene “dato acquisito definitivamente in giudizio” la “palese violazione della normativa antisismica”.
IL RESTAURO DEGLI ANNI 90 E LE COLPE DEGLI INGEGNERI
Si passa poi a esaminare il restauro degli anni Novanta voluto dall’Adsu, che ha portato alle quattro condanne degli ingegneri Pace, Rossicone e Centofanti, che per loro sfortuna erano stati “estratti a sorte”, come si legge in un altro passaggio.
L’intervento ha comportato “variazioni subite dai carichi agenti sulle strutture dell’edificio”. In particolare, un nuovo massetto di sottofondo al terrazzo di copertura del quinto piano “senza asportare il preesistente”; la modifica “in modo significativo” dei tamponamenti dei solai dal primo al quarto piano, la modifica sostanziale delle partizioni del solaio al piano terra. Un incremento dei carichi “tra il 50 e il 100%”.
Insomma, “i successivi interventi a cui è stato sottoposto l’edificio ne hanno pesantemente minato la sicurezza statica rispetto al rischio sismico”.
Gli “appesantimenti intervenuti su tutti i piani della struttura”, pur “non avendo di per sé determinato il crollo”, sono “autonomi elementi riconducibili all’intervento umano anch’essi incidenti nel crollo”. Tesi, quella della Mulas, “minimamente scalfite dalle osservazioni dei consulenti di parte”.
Ancora, “il palazzo è stato in tutto e per tutto modificato”, e “né i tre progettisti né il collaudatore si sono minimamente posti il problema se tutto quello che era stato realizzato, con le radicali e totali modificazioni conseguitene, fosse ancora compatibile con quanto era stato progettato e valutato quasi quaranta anni prima e per tutt’altra destinazione”.
CHE COSA DOVEVANO FARE?
I tre tecnici condannati, prosegue il giudice sempre basandosi sulle risultanze peritali, “prima di procedere all’esecuzione di modificazioni così radicali e significative dell’edificio” avevano l’obbligo di “effettuarne l’adeguamento sismico e dunque procedere all’esecuzione di un complesso di opere idonee a rendere l’edificio adatto a resistere alle azioni sismiche”.
In particolare “avrebbero dovuto elaborare e progettare uno specifico progetto completo di planimetria, piante, sezioni, particolari esecutivi, relazione tecnica, relazione sulle fondazioni del fascicolo dei calcoli per la verifica sismica”, con la Mulas che “ha fornito l’esatta indicazione delle norme delle quali i tre professionisti avrebbero dovuto tenere conto”.
E invece “gli imputati Pace, Centofanti e Rossicone hanno colpevolmente e reiteratamente ignorato tutte le prescrizioni”, “le risultanze probatorie acquisite nel corso del processo non lasciano alcun dubbio circa le loro responsabilità”.
Il giudice fa anche notare che “la prof Mulas ha usato, al riguardo, espressioni insolitamente severe” ma anche che tali considerazioni “devono essere totalmente condivise, sia perché ineccepibili sotto il profilo tecnico specifico, sia perché soprattutto discendono da valutazioni di buon senso”.
LE RESPONSABILITA’ DI SEBASTIANI
Il giudice prende infine in esame le responsabilità di Sebastiani, la cui posizione “appare strettamente correlata a quella dei tre progettisti”.
“La sua qualifica professionale e l’essere anche inserito direttamente all’interno della struttura amministrativa” gli imponevano “un esame burocratico” ma anche, contrariamente a quanto sostenuto in aula dalla difesa, di “riflettere e valutare con attenzione che lavori così significativi e comportanti profonde modifiche avevano interessato una struttura realizzata oltre trent’anni prima”.
“Appare francamente inconcepibile e privo di qualsiasi giustificazione l’aver omesso una verifica, peraltro semplice e banale, dell’originario progetto dell’edificio”, perciò “anche le omissioni di Sebastiani, con le relative violazioni di precise prescrizioni normative, hanno determinato un sicuro aggravamento delle conseguenze del crollo stesso”.
Il giudice lo considera “l’ultimo anello della catena costituita da tutti i soggetti che, a vario titolo e in diversi momenti, hanno contribuito a determinare, insieme al terremoto, la morte degli 8 ragazzi”.
“Ha mancato l’ultima occasione per scongiurare quanto accaduto”, è il lapidario giudizio finale, anche se “le sue responsabilità risultano indubbiamente meno gravi”, di qui la condanna ridotta.
LE ASSOLUZIONI
Il capitolo finale riguarda la posizione dei quattro imputati “nei cui confronti la prof Mulas è giunta a conclusioni che ne hanno sostanzialmente escluso le responsabilità loro attribuite dal pm al termine delle indagini preliminari”, sottolineando che “lo stesso pm ha concluso affinché fosse pronunciata sentenza assolutoria nei loro confronti”.
Per tutti i profili di colpa non hanno trovato riscontro nelle sentenze della Mulas e Grieco ha optato per l’assoluzione.
FAMILIARI VITTIME: “AMAREZZA PER CHI AVEVA RESPONSABILITA’ E NON HA FATTO NULLA”
“Le sentenze vanno rispettate, ma un fondo di amarezza rimane anche perché le persone che avevano responsabilità ben precise non hanno fatto nulla nei giorni precedenti al sisma”.
Sono le parole di Antonietta Centofanti, del comitato “vittime della Casa dello Studente” all’indomani della pubblicazione delle motivazioni del giudice Giuseppe Grieco alla sentenza di condanna per i 4 tecnici emessa lo scorso 16 febbraio.
Per la Centofanti, zia di Davide, uno dei ragazzi morti nel crollo dell’edificio la notte del terremoto, le motivazioni “sono una conseguenza logica di tutto l’andamento del processo. Nulla di nuovo, se non il fatto che si sottolinea che le carenze che ci sono state sulla costruizione e ristrutturazione dell’edificio hanno causato del crollo”.
L’amaro in bocca rimane, per lei, al pensiero di quelle giovani vite spezzate nel fiore degli anni, ma anche perché chi era al vertice doveva fare qualcosa in più.
Come presidente e direttore dell’Adsu, rispettivamente Luca D’Innocenzo e Luca Valente, assolti nel processo.
“Queste figure avevano delle responsabilità – spiega – non è possibile che nessuno abbia fatto nulla nei giorni precedenti al sisma, che non è arrivato all’improvviso ma dava segnali da mesi. Qualcuno doveva porsi problema di cosa sarebbe accaduto, anche alla luce del dossier di Abruzzo Engineering che rilevava delle cricità nella struttura. Queste persone hanno una responsabilità quantomeno morale sull’accaduto”. (e.m.)
BOSCHI: “I TERREMOTI NON LI HA MAI PREVISTI NESSUNO”
“I terremoti finora non li ha mai previsti nessuno”: il sismologo Enzo Boschi, fra gli imputati nel processo dell’Aquila per il sisma del 6 aprile 2009, risponde così all’affermazione contenuta nelle motivazioni della sentenza depositata oggi dal giudice Giuseppe Grieco.
“Allo stato attuale delle conoscenze – ha aggiunto – non si riesce a prevedere i terremoti. Quello che è possibile fare, e che i Paesi avanzati fanno, è rendere più sicuri gli edifici in modo da ridurre al massimo in danni”.
Gli indagati per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni erano inizialmente 15, quattro dei quali deceduti. Poi la posizione del progettista Claudio Botta, 92 anni, è stata stralciata. Dei rimanenti dieci, otto ad aprile 2012 sono stati ammessi al rito abbreviato, che ha consentito di saltare la fase dibattimentale, chiudendo i conti nell’udienza preliminare con uno sconto di un terzo della pena in caso di condanne.
Sono Bernardino Pace, Pietro Centofanti e Tancredi Rossicone, tecnici autori dei lavori di restauro del 2000; Pietro Sebastiani, tecnico dell’Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu); Luca D’Innocenzo, presidente Adsu dell’epoca, Luca Valente, nel 2009 direttore Adsu, Massimiliano Andreassi e Carlo Giovani, tecnici autori di interventi minori. Indagini anche su Giorgio Gaudiano, che negli anni Ottanta ha acquisito la struttura da un privato per conto dell’Ateneo, e Walter Navarra, che ha svolto lavori minori in passato: per loro è rimasto il rito ordinario.
Il processo è ripreso a ottobre 2012 dopo aver rischiato due volte lo stop. La prima a maggio, per un richiamo del Consiglio superiore della magistratura al Gup Giuseppe Grieco, in relazione alla formulazione dei quesiti al perito.
Come conseguenza della censura, Grieco aveva dichiarato di astenersi dal proseguire il processo fino a conclusione del procedimento, ma era stato poi invitato a continuare dal presidente vicario della Corte d’Appello, Augusto Pace.
A luglio dell’anno scorso la seconda ‘tagliola’ superata, quando c’era stata l’istanza di un legale, respinta dal Gup, per sollevare una questione di legittimità davanti alla Corte Costituzionale sull’esclusione dei soggetti chiamati come responsabili civili per gli imputati che hanno ottenuto il rito abbreviato.
Nel crollo sono rimasti uccisi Luca Lunari, Marco Alviani, Luciana Capuano, Davide Centofanti, Angela Cruciano, Francesco Esposito, Hussein “Michelone” Hamade e Alessio Di Simone.



