L’AQUILA – Schiaffi, botte, ma anche costrizioni e privazioni, ricatti psicologici e morali. A sanguinare a volte è solo l’autostima di una donna, fatta a brandelli. Anche questa è violenza.

Sono tante e con storie diverse, quelle che bussano al Centro antiviolenza dell’Aquila. Contro ogni aspettativa, un buon numero è costituito da donne straniere picchiate dai loro compagni italiani.

A volte si tratta di donne che trovano il coraggio di denunciare dopo anni, a volte dopo una vita intera di soprusi. A volte si fermano al contatto telefonico scegliendo di non proseguire nel percorso. La maggior parte però va avanti, passo dopo passo lungo una strada sicuramente in salita che, però, porta alla normalità.

Oggi, lunedì 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999.

La data è quella del brutale assassinio delle tre sorelle dominicane Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, oppositrici del regime del dittatore Rafael Trujillo, uccise a bastonate nel 1960 mentre andavano a trovare i loro mariti in carcere.

In vista di questa giornata di riflessione e sensibilizzazione, AbruzzoWeb ha parlato con Anna Tellini, presidente del Centro antiviolenza del capoluogo.

Sono stati già un centinaio i contatti telefonici avuti quest’anno, più della metà proseguiti in incontri con le psicologhe che operano nella struttura. “Il fatto stesso che una donna ci contatti per noi è un successo, vuol dire che ha iniziato a porsi il problema per arrivare a risolverlo”, spiega.

Un dato positivo che conferma questa voglia di non restare in silenzio viene dai risultati della campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere messa in atto nei quartieri dei progetti C.a.s.e. e nei maggiori centri della provincia dalla Questura. Dal camper itinerante sono state raccolte 33 denunce per reati riconducibili a violenza domestica.

Impossibile tracciare un identikit preciso delle donne che subiscono maltrattamenti. “Si rivolgono a noi ragazze e anziane – prosegue la presidente – lavoratrici e casalinghe, che hanno mariti professionisti o no. È un fenomeno universale che copre tutti gli strati sociali. Ci sono le straniere che vengono in Italia e si sentono quasi miracolate ad aver trovato un compagno, e poi si ritrovano in queste situazioni di violenze”.

Il coraggio di dire basta, purtroppo, non si trova né facilmente né subito. “Anni fa c’è stato il caso di una signora di 60 anni – racconta la Tellini – che sopportava da 30 i soprusi del marito. Spesso si tratta di storie che vanno avanti da tempo. Prima di arrivare a denunciare, c’è la vergogna per il proprio fallimento, la paura di non essere credute. Non è facile, si tratta di un percorso durissimo”.

Il silenzio nel quale restano alcune storie stride con il rumore che ne fanno molte altre. Come non citare lo stupro avvenuto fuori la discoteca di Pizzoli, nel febbraio 2011, per il quale l’ex militare campano Francesco Tuccia è stato condannato a 8 anni di carcere. Il Centro antiviolenza del capoluogo si è costituito parte civile nel processo ed è stato accettato dal giudice Giuseppe Grieco, solo il sesto caso in Italia in cui il tribunale ha accolto questo tipo di richiesta.

“Un fatto significativo perché vuol dire che anche il mondo della giustizia condivide l’idea che se una donna viene violata, tutte le donne sono parte in causa”, dice la presidente Tellini.

Di fronte ad aggressioni così feroci, non ci si può non chiedere da dove si originino questi maltrattamenti.

“La violenza sulle donne è un problema degli uomini – risponde – che non hanno mai praticato niente di simile all’autocoscienza, sono stati addestrati a un modello di maschio vincente, di dominio. Di fronte all’incapacità di esprimere i propri sentimenti e frustrazioni rispondono con la violenza, che non è altro che una forma di impotenza”.

Il Centro è ancora in attesa dello sblocco dei fondi stanziati nel 2009 dall’allora ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, che potrebbero servire a realizzare una casa rifugio per le donne che in casa corrono seri pericoli: 3 milioni furono destinati dall’ex ministro ai centri antiviolenza e poi dirottati da un’ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri alla diocesi aquilana e alla consigliera di parità.

La successiva indagine della magistratura scattata proprio sull’utilizzo di questi fondi ha bloccato ulteriormente queste risorse. Elisa Marulli

LE REAZIONI

PANDOLFI: ”SERVE UN PIANO STRAORDINARIO PER IL SOCIALE”

“Per il territorio abruzzese e in particolare per l’Aquilano alle prese con il post-sisma occorre un Piano straordinario di intervento sociale che esuli dai normali strumenti di programmazione e stabilisca interventi e risorse”.

A chiederlo è il presidente della commissione di Vigilanza del Consiglio provinciale dell’Aquila, Lucia Pandolfi, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999.

La Pandolfi descrive un quadro di maltrattamenti, sfruttamento, violenze e disagi che coinvolge tutto l’Abruzzo. “Molte donne subiscono un vero e proprio commercio, si pensi alle nigeriane, che nel 98% dei casi sono vittime di sfruttamento. Altre donne sono ai confini della povertà e conducono un’esistenza di solitudine. Ci sono le tossicodipendenti, o le madri, magari giovani, che cercano di mantenere se stesse e i propri dopo essere state ingannate da compagni e mariti”.

“Per questo motivo – sottolinea – le risposte da dare non possono che essere articolate e devono, necessariamente, prevedere un lavoro di rete e di interazione tra enti, associazioni, organizzazioni di diversa natura e dimensione, del servizio pubblico e del privato sociale, dell’ambito laico e cattolico”.

Di qui la proposta del Piano straordinario. “Le problematiche e le possibili linee di intervento in merito alla prostituzione e alla tratta di esseri umani devono essere affrontate con decisione sull’intero territorio regionale, insiste.

La Regione Abruzzo è tra i 116 firmatari del documento “Prostituzione e tratta, diritti e cittadinanza – Le proposte di chi opera sul campo”: “Serve la buona volontà e la capacità di tutti ed è necessario che gli enti pubblici ‘escano’ dalle loro sedi e guardino la realtà, ricerchino i bisogni delle persone senza aspettarli, ascoltino chi sulla strada opera e vive”, conclude la Pandolfi.

DUPLICE OMICIDIO MARSICA: CORTEO AD AVEZZANO

Oltre 1.600 studenti delle scuole superiori in piazza, ad Avezzano (L’Aquila), in concomitanza della Giornata mondiale Onu contro la violenza sulle donne, per ricordare il duplice omicidio del 16 ottobre scorso, quando a Pescina, nel parcheggio di un supermercato, un kosovaro ha sparato all’ex moglie e alla figlia, di 45 e 21 anni.

“Never more” uno degli slogan scanditi dai giovani. Quindi, canti, balli e letture a tema.

FLASH MOB ALL’AQUILA

Oggi tutti in piazza vestiti di nero con una sciarpa rossa legata sui fianchi per manifestare contro la violenza sulle donne!

Alle 18, infatti, presso piazza Regina Margherita, ci si unirà al coro mondiale di voci che urlerà “no” a questa gravissima piaga sociale.

Sarà un grido a suon di musica, movimentato da qualche ballerina professionista, tantissime allieve di danza e chiunque voglia partecipare, dato che ognuno è chiamato ad aggiungere la propria energia al flash mob che caratterizzerà l’avvenimento catturando gli sguardi curiosi dei passanti.

Per l’appuntamento aquilano, organizzato dal Centro Antiviolenza Donne dell’Aquila, in collaborazione con l’associazione socio-culturale “OrientalMente”, si attendono ancora più persone di quelle che si sono riunite lo stesso giorno di un anno fa.

Il 25 novembre, infatti, in tutto il mondo si partecipa alla medesima giornata di sensibilizzazione, proclamata dall’Onu nel 1999 e oggi più impellente che mai, dato che la violenza di genere è un enorme problema che l’umanità non è ancora riuscita a risolvere.

“Nonostante il passare degli anni, i ricambi generazionali, il varo di nuove leggi – ricordano i promotori dell’iniziativa aquilana – ancora oggi milioni di donne subiscono violenze di ogni tipo. Non solo in Afghanistan o negli altri Paesi arabi e del Terzo Mondo dove sono permesse pratiche come le mutilazioni genitali e la lapidazione, ma anche nei Paesi occidentali, anche in Italia”.

“Nel 2012 – aggiungono con sdegno le organizzatrici – nel nostro Paese sono state uccise 120 donne. Nei primi sei mesi di quest’anno si contano ben 65 femminicidi. Oltre alle donne uccise, inoltre, vanno contate anche tutte quelle che, pur non avendo perso la vita, sono state maltrattate, picchiate e violentate. Nella maggior parte dei casi si tratta di violenza domestica, e la cosa peggiore è che tutti questi numeri stanno gradualmente salendo”.

Per porre l’attenzione su questo gravissimo problema e sensibilizzare uomini e istituzioni di tutto il mondo affinché si accia sempre di più. Dunque, oggi basta vestirsi di nero con una sciarpa rossa legata sui fianchi e scendere in piazza! Cristina Alexandris