L’AQUILA – Rischia di rimanere al palo, chissà per quanti anni la bonifica delle discariche 2a e 2b che da decenni inquinano falde e terreni di Bussi sul Tirino, tra il polo chimico e il paese, a poca distanza dalle 250 mila tonnellate di scarti della lavorazione industriale del più famoso sito “Tre Monti”. 

Più che un timore è un fondato sospetto, ribadito in una riunione che si è tenuta nei giorni scorsi all’Aquila, a palazzo Silone, sede della Giunta regionale, presieduta dal presidente, Marco Marsilio, di Fratelli d’Italia.

A destare sconcerto è la decisione del ministero dell’Ambiente, presieduto dal ministro Sergio Costa, in quota al Movimento 5 stelle, di consentire alla Edison, che ha operato nel polo chimico di Bussi fino al 2012 e dichiarata definitivamente responsabile del disastro ambientale dalla sentenza del 6 aprile del Consiglio di Stato, di rielaborare di suo pugno un nuovo progetto di bonifica, per il cui iter di approvazione definitiva occorreranno forse anni. Tenuto conto della complessità dell’iter, fatta di conferenze di servizi, pareri e contro pareri.

Con rischio anche che l’intervento sarà al risparmio, senza la rimozione dei veleni, ma con il loro semplice “tombamento”.

Un comportamento giudicato pertanto “incomprensibile”, quello del Ministero, anche nella riunione webinair dei giorni scorsi a cui hanno preso parte, oltre a Marsilio, anche il sindaco di Bussi, Salvatore Lagatta, l’assessore regionale con delega ai rifiuti, Nicola Campitelli e il consigliere regionale Fabrizio Montepara, componente della Commissione speciale per il sito di Bussi. 

Rigetta sdegnosamente la ipotesi, Campitelli, sentito da Abruzzoweb:  “La Regione sarà irremovibile, dobbiamo tutelare la salute degli abruzzesi, e serve una bonifica non solo immediata, ma con la ‘B’ maiuscola, i veleni non solo vanno rimossi, ma va restituta una destinazione d’uso all’intera area. Non comprendiamo il perché il Ministero, che pure ne avrebbe piena facoltà, e non da ora, non fa partire i lavori. C’è una gara già assegnata, non è una cosa da poco”. 

Parole che confermano quanto dichiarato da Marsilio al termine dell’incontro, in un comunicato stampa: “esprimiamo forte preoccupazione per la scelta del Ministero dell’Ambiente di consentire a Edison di presentare un progetto alternativo di bonifica, che comporterebbe l’inevitabile allungarsi dei tempi, mentre la discarica continua a inquinare.

La richiesta che Regione e Comune reiterano al Ministero è di affidare subito i lavori già appaltati, addebitandone il costo in danno a Edison, dando immediato avvio alla bonifica”. 

La situazione che si sta delineando è un paradosso, in quanto il Ministero ha un progetto di bonifica pronto da anni, redatto nel 2014 dal compianto commissario straordinario, Adriano Goio, come pure il “censimento” delle tonnellate dei veleni da asportare.

Ha i soldi per intervenire, 45 milioni messi a disposizione nella legge finanziaria 2016, a valere sui fondi della ricostruzione post-sismica 2009, soprattutto grazie all’interessamento dell’allora sottosegretario alla economia con delega al Cipe e alla Ricostruzione, l’avvocato abruzzese Giovanni Legnini, ora commissario alla Ricostruzione sisma Centro Italia. In tal senso, a febbraio 2018 sono stati affidati, con un bando pubblico, i lavori di bonifica ad un raggruppamento d’imprese guidato dall’azienda belga Dec-Deme.

Ma il contratto non è stato mai firmato, per ragioni che rimangono tuttora poco chiare. 

Al Ministero sarebbe bastato, insomma, a maggior ragione ora che c’è un responsabile acclarato con una sentenza definitiva, firmare il contratto e far partire la bonifica, mandando poi le fatture alla Edison. Come avrebbe potuto del resto fare ben prima, utilizzando i famosi 45 milioni, per poi farsi risarcire. 

E del tutto inutili sono le due diffide inviate al ministero con la richiesta di immediato avvio dei lavori, da parte del sindaco Lagatta, l’ultima l’11 gennaio scorso. 

Ad agitare le acque (sporche) è anche la voce secondo la quale il Ministero intenda dirottare i famosi 45 milioni per altre finalità, visto che ora deve pagare Edison. 

Ma per la Regione e il comune di Bussi, quei fondi, vincolati ad una precisa destinazione d’uso, quota parte delle risorse del post sisma 2009 dovranno quindi servire per le opere successive a quelle di bonifica. 

Sulla vicenda si registra, sia a Roma che in Abruzzo invece il silenzio del Partito democratico, a cominciare da Antonio Blasioli, membro regionale d’Inchiesta su Bussi di cui è stato presidente Legnini, prima delle sue dimissioni da consigliere avvenute il 18 febbraio, per andare a ricoprire il ruolo di commissario della ricostruzione sisma Centro Italia.

Eppure tutti gli esponenti politici, compresi dem e pentastellati, avevano esultato e stappato bottiglie di spumante alla notizia della sentenza del Consiglio di Stato pubblicata il 6 aprile che ha definitivamente sancito che la Edison, è la responsabile dell’inquinamento ambientale, e deve dunque provvedere alla bonifica. 

L’esito di una dura battaglia legale, iniziata con un ricorso della multinazionale contro l’ordinanza della Provincia di Pescara del giugno 2018 che l’ha dichiarata responsabile dell’inquinamento, fino a quando ha operato nel polo chimico di Bussi, per poi vendere nel 2012 i suoi stabilimenti alla Solvay. 

Il Tar gli ha dato torto, la Edison si è così appellata ma il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza.

Controparte della multinazionale la Provincia di Pescara, difesa dall’avvocato Matteo Di Tonno, il Comune di Bussi, difeso dall’ avvocato Annamaria Di Bella, e anche la Regione Abruzzo e il Ministero, difesi dall’avvocatura dello Stato, rappresentata da Cristina Gerardis, ex direttore generale delle Regione Abruzzo. 

Ma potrebbe non essere finita qui la battaglia legale: gli avvocati della Edison hanno annunciato che la società “agirà con ogni mezzo e in tutte le sedi” contro la sentenza del Consiglio di stato in quanto viola “alcuni principi fondamentali del nostro ordinamento e di quello europeo, in materia non solo ambientale, ma anche civile e societaria”. 

La Edison infatti la ritiene di non avere alcuna responsabilità visto che le aree 2A e 2B sono parte di Ausimont fin dal 1981 che ha realizzato e gestito le discariche che si trovano all’interno di esse. Detta società è stata ceduta a Solvay che l’ha incorporata, succedendo nelle responsabilità e negli obblighi di essa”.