L’AQUILA – Era già sera quando è arrivato all’Aquila, nella città distrutta. Uscito dal casello si è trovato di fronte una scena post apocalittica, con il cielo rosso pieno di povere, le ambulanze e mezzi di soccorso che sfrecciavano da tutte le parti, attraversando un groviglio di auto e persone per arrivare nello stadio di Acquasanta, dove il silenzio rimbombava prepotente.

Proprio lì, nella struttura ultimata da pochi mesi, l’Associazione nazionale pubbliche assistenze (Anpas) ha montato le sue tende, per dare i primi soccorsi agli aquilani, catapultati fuori dalle proprie case per il sisma che il 6 aprile 2009 ha devastato a città.

Lui è “zio Franco”, al secolo Franco Vergazzoli, volontario Anpas della Pia Concordia di Fosdinovo, in provincia di Massa Carrara, uno dei primi ad aiutare gli aquilani, uno dei primi a iniziare a montare le tende e a offrire materiali di prima necessità alle persone ancora sconvolte, accompagnando ogni gesto con un sorriso, una chiacchiera, una pacca sulla spalla, a chi aveva appena visto la propria vita crollare.

“Alle 3.32 c’è stata la scossa, alle 7 siamo stati chiamati, ci siamo messi a bordo dei nostri veicoli e siamo partiti alla volta dell’Aquila – spiega Vergazzoli ad AbruzzoWeb – eravamo una colonna di cinque mezzi e per arrivare abbiamo impiegato molte ore, ma in quei momenti non guardavamo l’orologio, so solo che quando siamo arrivati era buio”.

“Zio Franco”, come lo chiamavano tutti, non ama parlare delle polemiche nate intorno al sisma e alla ricostruzione, lui preferisce impiegare il suo tempo riflettendo sulla realtà, su quello che hanno visto i suoi occhi e il suo cuore. E per questo e altri mille motivi lui non è stato nel capoluogo abruzzese una sola volta ma sei, e anche dopo l’emergenza torna quando può, da solo o con gli amici.

“Con alcuni aquilani si è instaurata una vera amicizia e anche se l’emergenza è passata, vengo giù per vedere come prosegue la vita in Abruzzo, a salutare quante più persone possibile – spiega – questa esperienza mi ha insegnato tanto e mi ha dato molte soddisfazioni sul piano umano”.

Quando siete partiti?

Mi è arrivata la chiama alle 7 di mattina, il tempo di correre in centrale, di organizzarci un po’ e siamo subito partiti da Massa Carrara. Abbiamo fatto colonna con altri quattro mezzi, eravamo un’ambulanza, un pullman per il trasporto di persone, due pick up e una macchina. Per strada, a Tivoli, ci siamo fermati a prendere i viveri di prima necessità, qualcosa da mangiare e tanta acqua, e poi siamo ripartiti alla volta dell’Aquila, dove siamo arrivati in serata.

Quali sono state le prime cose che ha visto uscendo dal casello dell’Aquila Ovest?

Ho visto il caos. Le macchine dei soccorsi erano ovunque e correvano da tutte le parti, con le sirene spiegate, i lampeggianti accesi, tutti diretti a soccorrere qualcuno. È un’immagine che vedo ancora vivido nella memoria e non dimenticherò facilmente.

Dove siete andati?

La sera stessa abbiamo iniziato a montare la tendopoli di Acquasanta, ciò che ricordo più nitidamente è quando siamo scesi dalle auto, il vuoto di quello stadio e il silenzio contrapposto al parcheggio esterno pieno di macchine che sembravano protette da una coperta, invece era solo la pioggia. Sul prato non c’era niente, era tutto buio e l’acqua non smetteva di martellare. Inizialmente non sapevamo neanche quale fosse la strada per arrivare, ci muovevamo a passo d’uomo e fuori dalle vetture c’era Marco Lattanzi, un altro volontario, a indicarci dove passare. Non sapevamo dove avremo dovuto allestire il campo.

Qual è stata la prima cosa che avete fatto?

Abbiamo iniziato a montare le tende, cosa che tra l’altro non sapevo fare. Quella notte stessa ho imparato e il giorno dopo l’ho insegnato agli altri. All’inizio ce n’era solo una, e un’ambulanza dove avevamo la segreteria.

Le scosse si ripetevano continuamente, solo il 6 aprile ce ne sono state centinaia, di cui molte di magnitudo 4. Avevate paura?

Avevamo paura, ma dovevamo cercare di trasmettere tranquillità. Una mi è rimasta molto impressa, quando ho sentito il terreno tremare sotto i miei piedi e ho sentito il boato rimbombare tra le scalinate dello stadio, mi son chiesto cosa fare. Istintivamente sarei scappato fuori la tenda, ma ho continuato a camminare, andato avanti. Le persone guardavano noi, che siamo i primi a dover trasmettere sicurezza. Anche sentire i cani abbaiare faceva molta impressione, ma poi, durante un corso sul terremoto che ho frequentato, ci hanno ufficialmente smentito che sono l’annuncio di una scossa.

Come si è sentito in quei momenti?

Era un momento di confusione con una situazione di emergenza a 360 gradi, questo mi ha permesso di scoprire quanto non fossi abituato a vivere situazioni del genere. Un volontario vede un incidente che, per quanto impegnativo, non può essere paragonato al crollo di una città capoluogo di regione. Ho vissuto esperienze molto forti, che mi hanno segnato e hanno contribuito a instaurare un legame molto forte con l’Aquila e gli aquilani, per cui cerco di tornare ogni volta che posso.

Quante volte è venuto durante l’emergenza?

Sono sceso sei volte, ho fatto parte del primo e dell’ultimo contingente. Nell’ultimo periodo alloggiavo alla Croce rossa, nei pressi di Centi Colella.

Che legame ha instaurato con gli aquilani?

Sono legato a loro dall’esperienza che abbiamo vissuto insieme. Il terremoto mi ha avvicinato a persone che hanno visto il loro mondo sgretolarsi, per me questo ha rappresentato una svolta nella vita, mi ha aperto un mondo e ora non mi tiro indietro di fronte a niente, se posso andare ad aiutare, io vado.

Ci racconta un aneddoto che l’ha colpita?

C’è stata una circostanza che mi ha dato molto fastidio: un giorno ho visto una macchina piena di viveri guidata da alcune persone testimoni di Geova. Loro non hanno lasciato niente perché nel campo non non c’erano altri testimoni. A me ha fatto molta tristezza, anche perché ho avuto modo di lavorare insieme a uno di loro, ed è un volontario Anpas bravissimo. Non si può fare di tutta l’erba un fascio e non sono una persona che fa discriminazioni, ma il loro atteggiamento mi ha profondamente ferito.

Lei è partito come volontario anche nel terremoto dell’Emilia, qual è la grande differenza che ha trovato?

Sono stato in Emilia quattro volte, a livello personale ho riscontrato che all’Aquila c’erano tutte persone del posto, in Emilia sono stato principalmente con extracomunitari, il dialogo era più difficile per problemi legati alla lingua. Nel capoluogo, invece, ero al cancello, avevo un rapporto più umano, ci si scambiava una parola, una risata, era più facile instaurare un contatto personale. Sono state entrambe esperienze molto forti ma con emozioni diverse.

Cosa si sente di augurare agli aquilani che in questi giorni stanno vivendo il quarto anniversario della tragedia?

Gli auguro di tornare il prima possibile alla normalità. Questo è stato un evento che ha condizionato la loro vita per sempre: vivere la scossa forte, perdere la casa o persone care rende il ritorno alla quotidianità ancora più difficile, ma è fondamentale farlo. E poi per ogni evento negativo c’è sempre un lato positivo, tutto sta a riuscire a vederlo e non perdere mai la buona volontà.