L’AQUILA – “Il progetto ‘Shoot4Change’ nasce inizialmente come un semplice blog. Alcuni giorni dopo il terremoto del 6 aprile che ha colpito L’Aquila, ho sentito il bisogno di creare questo piccolo mezzo per condividere fotografie e utilizzarlo come veicolo sociale”.
 
C’è anche Antonio Amendola in piazza Duomo oggi per ‘Occupy L’Aquila’, organizzata da Wired Italia. Amendola è il fondatore di ‘Shoot4Change, un’associazione senza scopo di lucro composta da persone, esperte e non, nei campi  della fotografia, del design e semplici artisti che dedicano parte del loro tempo per realizzare reportage umanitari.

“Alcuni giorni dopo la nascita del nostro blog – spiega Amendola ad AbruzzoWeb – è stato organizzato un workshop a Bari su diverse fotografie scattate a L’Aquila ed il ricavo è stato interamente devoluto all’ospedale San Salvatore di Coppito per aiutare i bambini affetti da malattie. Con il tempo il progetto ha acquisito maggiore notorietà e si è venuto a creare quello che Shoot4Change è al giorno d’oggi, ovvero un movimento per raccontare storie dimenticate e abbandonate tramite l’uso della macchina fotografica. A tre anni dal sisma abbiamo sentito il bisogno di tornare a L’Aquila per girare un video  ed ascoltare i sempre diversi pensieri dei cittadini abruzzesi”.

Quante sono le persone che hanno collaborato nella realizzazione del video ‘Questa è L’Aquila: voci a tre anni dal terremoto’?

Il video è stato realizzato da Shoot4Change in collaborazione con l’Associazione nazionale pubbliche assistenze (Anpas), con la voce narrante dell’attore teatrale Moni Ovadia. Le persone che si sono occupate della realizzazione del video sono Andrea Cardoni, Andrea Ranalli e Rosamaria Sbiroli, mentre le fotografie, scelte tra diverse immagini in archivio più altre nuove, sono di Paolo Quadrini, Alessandra Fratoni, Francesca Conforti, Alessandro Barteletti, Giancarlo Malandra e mie. Mi hanno colpito molto, nella storia raccontata nel video la pacatezza e la tranquillità con cui le persone esprimono i loro pareri e raccontano le loro storie. Tutto questo rende questa inchiesta qualcosa di unico, ne sono convinto. Inoltre, emerge in modo chiaro un fatto: l’emergenza non è finita, ma, a differenza di come ci hanno mostrato i media fino ad ora, noi raccontiamo queste vicende senza urla, fermo restando che la gente ha comunque voglia di attivarsi, di ricostruire la propria città.

La vostra ‘prima volta’ all’Aquila post-sisma?

Il fotografo Alessandro Barteletti è arrivato all’Aquila poche ore dopo il sisma a documentare e riprendere, io sono arrivato due giorni dopo.

Come vede la città oggi, a distanza di tre anni da quei momenti drammatici?

Io credo che oggi L’Aquila si sia divisa improvvisamente in due città: L’aquila che era, ovvero il centro storico e i suoi dintorni, e L’Aquila che è, quindi a partire dalle zone limitrofe al centro fino ad arrivare nelle periferie, dove comunque sono stati fatti diversi interventi per tamponare i danni del sisma. Purtroppo L’Aquila che era, e che tutti oggi vorrebbero, cioè il centro storico, è rimasta così, immobile; proprio per questo noi domani, insieme a Wired, saremo in piazza Duomo con diverse altre associazioni per parlare di ricostruzione e futuro delle città terremotate.

Oltre alla pacatezza e alla tranquillità, quali impressioni vi ha lasciato la gente intervistata?

Diverse cose mi hanno colpito. Una su tutte, ovvero la loro grandissima sensazione di dignità, una grandissima forza interiore e, mi ripeto, la loro energica pacatezza. Non si rassegnano alla condizione di terremotati ed ex-cittadini, vogliono solo poter fare qualcosa, mettersi a disposizione in ogni occasione, ma la questione, al giorno d’oggi, resta difficile quasi impossibile. La nostra associazione ha sempre dato importanza alle voci delle gente interessata a questo tipo di avvenimenti e, proprio per questo, sul nostro sito abbiamo creato uno spazio apposito per gli aquilani (http://www.shoot4change.net/laquila/) che vogliono intervenire e raccontare il loro punto di vista o le loro esperienze. Io ho sempre ritenuto vero un detto americano che recita così: ‘ci sono tre lati per le storie:il mio, il tuo e la verità”. Questo è forse il miglior messaggio per la verità sull’Aquila.