L’AQUILA – Paralizzato dal terrore, dentro il mio letto. Non mi vergogno di confessare che alle 3.32 di quella notte ho avuto paura di morire mentre sembrava che un gigante stesse giocando con la mia casa come con un cubo di Rubik.

Il mostro ha risparmiato la mia casa e, dopo una rapida ricognizione su cosa fosse successo, accertatomi delle condizioni dei miei familiari, della mia fidanzata e dei suoi genitori (nonostante le linee telefoniche fossero già in tilt) sarà stato per l’adrenalina che in qualche modo sentivo di dover scaricare o per il sentore che qualche cosa di grave fosse successo per davvero, ho infilato le prime cose che ho trovato, una tuta, scarpe da ginnastica e un cappelletto azzurro con la scritta “Italia” e sono volato in centro con una macchinetta fotografica, anche se mai avrei immaginato di trovarmi di fronte quello scenario di morte e distruzione.

Saranno state le 3.50 del 6 aprile 2009, una data che come tutti gli aquilani porterò tatuata sul cuore.

Lascio la mia vecchia Uno bianca 45 davanti l’Emiciclo, alla Villa Comunale: ad attendermi decine di persone che stazionano nei pressi del monumento ai caduti, avvolti da coperte, in pigiama e pantofole e con un’espressione negli occhi che può avere solo chi ha visto l’orrore di una città devastata in pochi secondi.

Mi avventuro verso il cuore del centro storico, imbocco Corso Federico II e subito intuisco che qualche cosa non va: all’angolo dell’edificio dove è situato Grand Hotel, all’interno del quale era ospitata  la redazione del quotidiano Il Tempo per il quale tutt’ora collaboro, noto veri e propri macigni, caduti forse dalle balconate.  ‘Un immobile d’epoca – penso ingenuamente – sarà per quello che sono caduti questi detriti’.

Dentro di me cerco di convincermi che sì, il terremoto c’era stato, ma alla fine non è successo niente di grave: da mesi lo sciame sismico scandisce le nostre giornate, ci è stato detto che lo ‘scarico’ di energia è quasi un fatto positivo; in questo modo non ci sarebbe una scossa più forte legata all’accumulo della potenza sismica.

Mi basta voltare l’angolo per capire di essermi sbagliato: di fronte il palazzo Inps due automobili sono sommerse di pietre e detriti caduti da un vecchio palazzo che fiancheggiava il Grand Hotel, poco più in alto sulla strada giace una trave grande come un pino che si è staccata dal tetto di un edificio dove c’è un negozio di giocattoli, dove fino all’adolescenza ho speso paghette e piccoli risparmi in balocchi e videogame.

A impressionarmi, più di tutto, è il penetrante odore di gas che si sparge ovunque. Una vera e propria “puzza” che sembra circondare le migliaia di persone che vedo accalcate in piazza Duomo. Non se ne vede la fine. Sembra un formicaio impazzito, con gente che freneticamente si abbraccia, urla, piange e si dispera. Il dramma è ormai palese. Mi telefona il mio caposervizio al Tempo, Fabio Capolla, “sono riuscito a prendere l’autostrada prima che la chiudessero. Tra 20 minuti sono lì”.

Penso. “Se da Teramo hanno sentito il terremoto qui è la fine del mondo  e questo è solo l’inizio”. Incrocio via dell’Arcivescovado e attraverso a perdifiato via Sant’Agostino, ignorando cosa sia successo sulla Prefettura perché l’intera area è inghiottita dalle tenebre. E poi, ora che ci penso: perché correvo? Ero stato assalito dalla frenesia che aveva ormai coinvolto un’intera città e avevo ormai compreso che anche camminare in maniera “normale” era diventato un lusso.

Imbocco via XX settembre, facendo lo slalom tra le auto che ormai all’impazzata cercano di uscire dalla città, notando ovunque massi caduti dai tetti e dei giovani che a squarciagola invocano davanti una residenza gestita dalle suore i nomi degli amici che ancora non sono riusciti a riabbracciare.

È solo il preludio di ciò che mi aspetta qualche metro più in là, dove la Casa dello studente è piegata su se stessa e con qualche vigile del fuoco coraggioso che cerca di capire come poter intervenire.

Fuori un crogiolo di giovani volti sporchi di polvere e sangue, alcuni stranieri, altri italiani che gridano un nome che ogni volta che ripenso a quella notte rimbomba nella mia testa, “Micheloneee”.

Non so chi sia però vedo dei giovani mingherlini fuori la struttura e penso: “Se tipi così smilzi sono riusciti a salvarsi, sicuramente uno che si chiama Michelone ne uscirà presto, deve solo trovare il modo di imboccare l’uscita”. Michelone è morto insieme ad altri sette studenti fuori sede.

Raggiungo il mio capo, proprio di fronte le due auto coperte di macerie vicino la mia ex redazione: non so cosa riesco a dirgli, farfuglio qualcosa in preda a una confusione pressocché totale.

Oggi ricordo solo il suo abbraccio, come quello di un padre a un figlio che ha perso ogni punto di riferimento, ogni sua certezza, ogni speranza.

Insieme a lui cerchiamo di capire meglio cosa è successo: nell’ordine scopriamo quelle che a tutti gli effetti sono tombe a cielo aperto. Via Campo di Fossa, piazzale Paoli, via XX settembre. La distruzione e la devastazione sono ancora più sconvolgenti con i primi albori, con il sole che inizia a mostrare la realtà delle cose.

Le piazze di San Pietro a Coppito e di Santa Maria Paganica sembrano quelle delle foto in bianco e nero di Dresda, in Germania, dopo il bombardamento alleati al termine della seconda guerra mondiale. Diverse case di alcuni miei amici non ci sono più. Penso non potesse esserci niente di peggio. Anche in quel caso mi sbagliavo.

Ricevo un’altra telefonata: mio zio è scomparso (il corpo è stato ritrovato solo nella serata) sotto le macerie nella sua casa di Tempera, dove veniva ogni anno da Lanciano per le feste pasquali insieme a sua moglie, miracolosamente sopravvissuta.

Nelle settimane successive come tanti colleghi ho provato a raccontare quello che succedeva, quello che vedevo, quello che sentivo e solo qualche giorno fa ho avuto il coraggio di tornare lì dove tutto era cominciato, a piazzale Paoli.

Mi ha stupito, e allo stesso tempo sconvolto, l’immagine di bambini che giocavano sulle giostrine a pochi metri da un palazzo sventrato e dal cratere di un altro edificio ridotto a cumuli di macerie ancora sotto sequestro. Un immagine di falsa normalità a cui nessuno dovrebbe abituarsi.