L’AQUILA  – Sette anni dopo, nell’Aquila post-terremoto dove sono state elargiti aiuti a fondo perduto alle attività produttive e a professionisti di ogni sorta, dove in centro aprono gioiellerie e ristoranti ed enoteche per elevato target, c’è anche chi, nel contado circostante, è stato lasciato solo.

È il caso emblematico del signor Enrico Marucci, allevatore della frazione di Monticchio, produttore di latte. Il terremoto del 2009 ha danneggiato i suoi capannoni, in particolare le tettoie, ha fatto crollare i costosi silos, mettendo così in ginocchio la sua attività.

Ma il signor Marucci non riesce, pur avendone diritto, ad accedere ai fondi previsti già dai tempi del commissario straordinario Guido Bertolaso per riparare i danni subiti dalle aziende agricole nel cratere sismico.

Infatti questi quattrini, inseriti nel Piano di sviluppo rurale (Psr), presuppongono l’anticipo della somma da parte del beneficiario. E Marucci, che aveva fatto domanda di finanzamento per 200 mila euro, non ha potuto farlo per via di un piccolo protesto, di 4.200 euro, poi sanato, che lo ha fatto iscrivere nella lista nera dei “cattivi pagatori”.

AbruzzoWeb incontra Marucci fuori dalla sua stalla, mentre dà il fieno alle sue mucche, nel mezzo di una piana sempre più invasa da capannoni industriali, supermercati, viadotti e centinaia di “casette” provvisorie e fai da te, molte delle quali, però, sono vere e proprie ville.

“La verità è che noi agricoltori e allevatori del cratere eravamo un’attività economica come tutte le altre, ma solo per noi hanno escogitato questo micidiale meccanismo che, di fatto, a me e altri impedisce di accedere ai fondi – sbotta – Il Psr non era lo strumento giusto per aiutarci”.

Prima del sisma Marucci aveva 70 animali, poi li ha dovuti ridurre a 35 perché il tetto dei suoi capannoni ha subìto parecchi danni e ora dentro ci piove, e dunque la superficie utilizzabile si è drasticamente ridotta.

“Latte ora ne vendo molto di meno e il mio volume di affari è crollato da 120 mila euro l’anno a poco più di 30 mila – spiega – Il latte, poi, è pagato una miseria, 40 centesimi al litro Iva inclusa, e per me come per altri è stato sempre più difficile andare avanti. Per questo, non avendo i soldi per riparare la stalla e ripartire, ho fatto domanda dei fondi del Psr, per un progetto di riparazione di 200 mila euro”.

In queste condizioni, però, indebitarsi è un attimo, con tutto quello che comporta in un sistema creditizio che sembra punire i piccoli e premiare solo chi i soldi già ce li ha.

“Nel 2012 la banca mi ha protestato un assegno di 4.200 euro, io ho saldato lo scoperto dopo pochi mesi, mi sono rimesso subito in regola, però sono finito nella lista dei cattivi pagatori”.

E così ha perso anche i 200 mila euro del Psr. “MI pare superfluo dire che quei soldi io di tasca mia da anticipare per fare i lavori non ce li ho, me li dovrebbe prestare una banca, ma ora sono diventato una pecora nera, nessuno mi fa credito, e così a oggi la mia pratica è ferma, e sono sette anni che aspetto”, si lamenta.

Nel volto di Marucci, nel rievocare la sua disavventura burocratica, si legge l’amarezza e anche i segni scavati dalla stanchezza.

“Ho sessantanni, devo campare tutta la famiglia con queste vacche – sottolinea – ma non ho le stesse forze di sette anni fa, quando dopo il terremoto ero determinato a risalire la china”.

E il tempo della vita nel cratere non è lo stesso di quello scandito nelle scartoffie dei burocrati e dalla flemma della politica.

“Se pure un giorno riuscirò prendere questi soldi e riparare la mia stalla, le regole del Psr mi impongono di continuare l’attività per dieci anni. E non so se ce la farò, non ho fatto nessun patto con il Padreterno…”, conclude.