L’AQUILA – Non è stato semplice tenere duro per costruire, pizzico dopo pizzico, il sogno di una vita. 

E non è facile, oggi, conservarlo ben saldo dopo un terremoto.

Eppure lei, Sasha Prosperi, quella, non banalizziamo affatto, de Ju Tattoo, cioè “Il Tatuaggio” in ‘lingua’ aquilana, giovane e già storica tatuatrice da Villarosa di Martinsicuro (Teramo), ha scelto L’Aquila per vivere più di qualche anno fa, metterci su famiglia e dare sfogo ad un’arte chirurgica e caotica insieme, una vera magia. 

Senza mai mollare, neppure quando tutto sembrava ormai compromesso.

In una città che oggi non è certo la stessa ammirata quando era vita vera – al netto di certe tendenze conservatrici che hanno creato alla attuatrice più di qualche noia all’inizio – ma che lentamente prova a rimettersi in piedi e si ciba soprattutto di chi, come Sasha, ha ricominciato a respirare l’aria del centro storico ricostruito a macchia di leopardo da dentro un palazzo, Paone-Tatozzi, uno di quelli da restare senza fiato. 

Osservando il mondo di fuori, per ora ancora un cantiere, da un’ampia finestra su corso Vittorio Emanuele, via Garibaldi e piazza Regina Margherita: tre pezzi, e che pezzi, di una ricostruzione post-sisma ancora complessa seppur a buon punto.

Procediamo però con ordine, menzionando però prima l’International Tattoo Expo Roma, una delle kermesse più importanti del mondo con più di 400 tatuatori, dove Sasha Prosperi si è imposta di recente, vincendo il primo premio nella categoria ‘Avant-garde’ con un tatuaggio molto particolare su una modella aquilana.

Il primo tatuaggio sulla sua pelle, Sasha Prosperi se lo è fatto in solitaria quando aveva 13 anni.

Prendendo spunto, ricorda dal suo studio aperto da una manciata di mesi in questo scrigno di centro storico che aspetta di veder volare via l’ultimo grumo di necessaria polvere operaia, da “qualcosa” che apparteneva, negli anni ’80, agli ex sessantottini che parlavano di poesia, di cultura in generale.

“E una mia cugina se li era fatti a mano, proprio come me”, racconta Sasha, che poi, navigando ancora più a ritroso nel tempo, svela che “il mio bisnonno materno era tatuato, sulla costa abruzzese era una cosa normale anche se può sembrare ‘strano’. Per devozione, si andava a piedi alla Madonna di Loreto, una volta lì ci pensavano i preti a tatuarti, ‘segnando’ la visita anche più volte. Insomma, qualcuno della mia famiglia aveva le braccia tatuate quando i tatuaggi non erano sdoganati”.

Da Villa Rosa di Martinsicuro, piccolo posto di mare, Sasha Prosperi prende dunque la via dell’arte, puntando, dopo un anno di odontotecnico, al Liceo Artistico di Teramo.

Un primo, deciso passo verso l’interno abruzzese, quello meno accogliente, meno facile senz’altro.

“Ma è stata l’Accademia di Belle Arti qui all’Aquila a farmi innamorare di questa città”, ammette con una punta di sano orgoglio.

“Era un luogo di cultura di alto livello con la tranquillità del piccolo centro”, mette poi il sigillo al concetto. Già. Un luogo così, ma con un risvolto negativo, quello dei “bacchettoni”.

Perché, va chiarito, intraprendere la strada dei tatuaggi sotto questa ombra di Gran Sasso, “non è stato affatto semplice”.

“Eravamo in pochi, più che altro si faceva qualcosa nei centri estetici, non di più – spiega Prosperi – ma io volevo qualcosa di specifico, di mio. Ed ho puntato decisa in quella direzione. Più testarda degli aquilani nati e cresciuti all’Aquila. Parliamo degli anni ’90, un’epoca non semplice qui da noi”.

Non va dimenticato, in quel primo passaggio, un ostacolo non da poco.

“Credo che in molti ricordino la maxi retata anti-droga ‘Tattoing’, con più di 40 arresti. Un fatto che ha bloccato, letteralmente bloccato, la mia attività per almeno cinque anni. Ogni volta che cercavo un locale da affittare, a un passo dalla firma non c’era più il contratto. Tremendo, a ripensarci dopo vent’anni, ma il fastidio che provavo a dovermi nascondere, a non poter fare il mio lavoro alla luce del sole, ha agito da molla. Non mi sono data per vinta. E alla fine ho vinto io”.

Lo studio, che ha fatto scuola, qui all’Aquila Sasha Prosperi lo ha avuto per anni in via XX settembre, “un vero e proprio luogo di ritrovo, di cultura. Lo stesso che vorrei imporre qui, in questa nuova e meravigliosa sede”.

Dopo il durissimo colpo del terremoto del 2009, con gli effetti ben visibili dopo sette e passa anni. 

“La tentazione di lasciare L’Aquila, non lo nascondo, l’ho avuta, ma durante il periodo dell’emergenza si è imposta, non poteva essere altrimenti, la voglia di tornare. L’Aquila mi aveva dato tutto. Non potevo abbandonarla. 

È stato un periodo duro, ma intenso. Ho tatuato tante persone che hanno vissuto il sisma, c’era un’esigenza spirituale, viva, di lasciare qualcosa di indelebile sulla pelle, dal nome di una persona rimasta sotto le macerie, al ritratto. 

Sono venuti da me genitori che hanno perso i figli, ma anche i figli che hanno perso i genitori. 

Una studentessa, non aquilana, mi ha chiesto di tatuarle una donna rannicchiata con una corda. Era lei, rimasta sotto le macerie per ore. Fino alla corda che l’ha issata su, verso la salvezza”.

Pian piano, comunque, la porzione di città verso via XX Settembre è diventata sempre meno idonea per un’attività del genere, e  dopo un lungo girovagare in cerca di soluzioni all’altezza di una nuova sfida, “è spuntato questo palazzo”.

Dentro il quale Sasha Prosperi continua  ad aggiornarsi, a crescere, insieme a suo marito, artista vero, Pelin Santilli, a sua cognata Felicia e con i due figli, Cosmo e Morgan, da educare in una città che non hanno avuto modo di godersi senza strazi sui muri perché troppo piccoli. 

“Noi tatuatori italiani – dice poi la sua sul ‘movimento’ tricolore – siamo senza dubbio tra i migliori nel mondo, sicuramente superiori ai tedeschi. Anche se nel Nord Europa, vedi Polonia o Paesi Baltici, si stanno aprendo nuovi orizzonti. Ecco, forse noi italiani siamo rimasti un po’ fermi. Ma col punto di riferimento, per tutti, chiamato Giappone. Che è sempre lì, fondamentale”.

“Sono ottimista di natura – conclude Sasha – e so che L’Aquila ce la farà. Io, nel frattempo, continuo a fare il mestiere dell’arte in centro storico. Qualcosa che fino a non molto tempo fa, mi sembrava quasi impossibile”.