L’AQUILA – “Sono a favore del salario minimo, ma quello proposto è una buffonata. Nove euro lordi, tolti contributi previdenziali e Irpef, oltre che addizionali regionali e comunali, cosa rimane? Sei euro e cinquanta centesimi l’ora. Certo, pur sempre meglio di 4.5 euro netti ora in molti settori, ma sono sempre salari da fame. Occorre portarli ad almeno a 15 euro”.
Lo afferma Pasquale Cicalese, economista e saggista, che cura il blog www.pianocontromercato.it/, autore di due libri molto apprezzati, “Piano contro mercato. Per un salario sociale di classe” e “50 anni di guerra al salario”, entrambi pubblicati da L’AntiDiplomatico Edizioni.
“Inoltre – prosegue Cicalese – si perde di vista cos’è il salario. Esso non è semplicemente salario monetario, ma salario sociale, alloggi pubblici, istruzione a tutti i livelli universale, sanità pubblica efficiente ed universale, prestazioni assistenziali, lotta al lavoro nero, tutela della sicurezza sul lavoro. La reflazione salariale, così intesa, non può interessare solo alcune categorie, penso ai servizi, dove i salari sono da terzo mondo, ma l’intera classe lavoratrice e la stessa classe media. Che prende 6.5 euro nette all’ora e poi deve pagare libri scolastici ai figli, mutui pazzeschi, un capitalismo delle bollette voracissimo, visite specialistiche mediche, visto che la sanità è stata distrutta, i campi estivi per i tuoi figli, eccetera, ecco, per lui non cambia il discorso. Anzi, è una beffa”.
“Poi, leggo che Gianpaolo Galli, già vate di Confindustria e Matteo Renzi e Mario Monti, afferma che una nuova grande austerità è inevitabile, causa guerra, porta questo Paese al rinnovo dello scenario degli ultimi quarantasette anni. L’eterno ritorno del presente. E l’austerità la intendono per la popolazione, non certo per le imprese a cui si destinano valanghe di risorse pubbliche. Quindi, per me, ad ora, è specchietto delle allodole, anche perché la via è la contrattazione nazionale generalizzata, possibilmente con sindacati di classe, che, tranne eccezioni, non si vedono dal 1972. Ancora una volta perdiamo tempo”, conclude.






