L’AQUILA – Il nunzio apostolico a Belgrado, arcivescovo Orlando Antonini, afferma di ritenere “insoddisfacente”, nonostante “lodevole a più titoli”, il lavoro di recupero della chiesa di San Biagio d’Amiternum all’Aquila, primo edificio sacro del centro storico ad essere recuperato integralmente e restituito al culto ieri sera, dopo 18 mesi di lavori di consolidamento strutturale.
Monsignor Antonini, nato a Villa Sant’Angelo (L’Aquila), comune a 18 chilometri dall’Aquila, è anche scrittore e uno tra gli insigni studiosi di architettura religiosa aquilana.
“Il recupero di San Biagio d’ Amiternum – dice – lodevole a più titoli, delude per una discutibile sezione architettonica, la facciata superiore, la quale per la sua vistosità rischia di oscurare gli esiti positivi ottenuti. Trattandosi del primo monumento della città storica a essere stato ricostruito e restituito al culto pubblico dopo il sisma, San Biagio-San Giuseppe lo si sarebbe dovuto far assurgere a caso esemplare, simbolo inaugurante la ricostruzione migliorativa dell’intera L’Aquila sia dal punto di vista strutturale sia da quello formale ed estetico”.
“Ciò che si sarebbe potuto fare meglio – spiega – è la facciata. Come ben si sa, la sua parte superiore, lasciata incompiuta e a smorze dalla ricostruzione di post-1703, nel sisma del 2009 era stata quasi del tutto abbattuta. Rifare “à l’identique” una parete grezza come quella crollata non è d’evidenza materialmente possibile. Era dunque l’occasione d’oro per valorizzare gli architetti di oggi chiedendo loro una soluzione conclusiva geniale, in forme contemporanee, del prospetto, in armonia con l’ordine inferiore”.
“Si è scelto di realizzare un nuovo ‘grezzo’, un nuovo ‘non finito’, impiastricciato di sbavi di malta, una brutta copia del timpano crollato. Forse – conclude monsignor Antonini – si sarebbe almeno potuto adottare la soluzione ‘in neutro’, che il sottoscritto propone nella pubblicazione L’Aquila nuova negli itinerari del Nunzio: una parete intonacata come nell’ordine inferiore e il cui timpano, con fine tocco, supera di poco i colmarecci del tetto come nei casi delle fronti sei-settecentesche di San Filippo e del Gesù in città”.



