L’AQUILA – In attesa della “primavera di rinascita” annunciata su Facebook da un esultante sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, poi ribadita dall’assessore comunale alla Ricostruzione Pietro Di Stefano e, infine, sancita da un’intervista tv del ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, il capoluogo e il “cratere” sono ancora nel pieno inverno dei cantieri chiusi, delle imprese in crisi, delle incertezze e delle problematiche irrisolte.
La percezione che si siano persi altri sei mesi persi per la ricostruzione è ormai una certezza, nonostante i buoni auspici seguiti alla presunta “rivoluzione” di Barca che ha portato alla fine del commissariamento e al ritorno alla gestione ordinaria del post-terremoto.
Chiusa frettolosamente l’era del governatore Gianni Chiodi, che ha guidato la fase dell’avvio della ricostruzione fino al 31 agosto dello scorso anno, l’immobilismo si è impadronito dell’Aquila e del resto dei comuni colpiti dal sisma del 6 aprile 2009.
Le strutture commissariali avevano dimostrato tutti i limiti di una macchina lenta e appensantita da troppi passaggi burocratici, ma almeno le procedure erano state rodate e alcuni frutti si cominciavano a vedere. Dopo la legge Barca, sollecitata in primis dal Comune dell’Aquila, invece, le cose sono, se possibile, peggiorate.
A metà settembre 2012 Chiodi ha trasmesso la contabilità speciale al direttore del dipartimento per lo Sviluppo delle economie territoriali (Diset), Aldo Mancurti, braccio destro del ministro, una sorta di mini-commissario che avrebbe dovuto liquidare le ultime pendenze, trasferendo le risorse residue agli enti locali, ma da allora, fatta eccezione per i contributi per l’autonoma sistemazione, poco o nulla si è mosso.
STOP FONDI CONTRIBUTO AGEVOLATO
Prima criticità che ha portato alla nuova impasse, l’esaurimento del plafond da 2 miliardi di euro per la ricostruzione privata messo a disposizione da Cassa depositi e prestiti.
Un budget che si è rapidamente assottigliato fino a toccare quota zero nell’ottobre scorso, senza che qualcuno si preoccupasse di rimpinguarlo con soldi freschi.
A tagliare le gambe alle aspettative di proprietari e imprese le parole di Barca: “scordatevi il contributo agevolato, da oggi si farà solo con il diretto”. Peccato che nello stesso momento il governo stesse aprendo un credito da 6 miliardi per la riparazione delle abitazioni danneggiate dal sisma dell’Emilia-Romagna con lo stesso metodo che per L’Aquila era escluso.
Solo dopo quattro mesi di estenuante attesa, da parte soprattutto delle ditte rimaste senza un euro e costrette in gran parte a bloccare i lavori, si è vista una prima tranche di 245 milioni, che servirà appena a pagare il pregresso e ad anticipare i soldi per qualche cantiere pronto a partire.
In realtà pochissimi, perché la maggior parte dei progetti è arenata nel “triangolo delle Bermuda” (definizione di Cialente) della filiera Fintecna-Cineas-Reluis, gli organismi tecnici preposti all’esame delle pratiche per le case “E” fuori dei centri storici a cui nel frattempo non è stata rinnovata la convenzione.
Senza contare lo stop imposto dalla carenza di personale negli uffici comunali. Un’emergenza che verrà risolta, forse, solo con la conclusione dei colloqui del “concorsone” e del “concorsino” che serviranno per designare i 400 vincitori (350 a tempo indeterminato, 50 con contratto a termine) delle prove e che saranno assegnati a Regione, province, comuni e Uffici speciali per la ricostruzione. Questi ultimi da considerarsi, come già analizzato, una “longa manus” del governo su tutte le questioni che prima venivano trattare dal commissario.
LA BUROCRAZIA ROMANA
La percezione più tangibile, però, è che a Roma non ci sia chi si prenda la briga di far circolare con continuità le risorse e di firmare materialmente i trasferimenti di soldi dalla Ragioneria generale dello Stato alle casse degli enti locali, oppure che si cerchi sempre di scaricare su altri le responsabilità.
È il caso, per esempio, del trasporto gratuito per gli studenti universitari iscritti all’Ateneo dell’Aquila: i soldi ci sono ma Barca ha scaricato la “gatta da pelare” alla Regione, “serve una gara europea”, mentre l’amministrazione a sua volta l’ha girata all’Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu) aquilana. Con il risultato che la questione è ancora ferma all’anno zero.
Un’altra vicenda di cui si fa fatica a trovare il bandolo della matassa è relativa al pagamento degli alberghi in cui sono stati ospitati gli sfollati: anche qui si è assistito a un gioco di scaricabarile che non ha dato frutti, con le fatture inevase che hanno fatto andata e ritorno sulla via Regione-governo.
Stessa cosa per gli interventi pubblici sui sottoservizi di una parte importante del capoluogo, sui municipi e sui cimiteri, decisi con vari decreti commissariali, tutti al palo.
Idem per le messe in sicurezza e le demolizioni affidate alle ditte private: qualche comune ha pagato e aspetta da mesi di vedersi riconosciute le somme prelevate dai bilanci, altri sono assediati dai creditori infuriati.
LA CRISI DELLE IMPRESE
Ma la situazione più grave, probabilmente, è rappresentata dalle difficoltà delle imprese locali, già messe a dura prova dai disagi post-terremoto a cui si aggiungono almeno due questioni determinanti: la restituzione al 100% dei contributi Inps e Inail e la mancata erogazione dei fondi europei per i danni economici subìti dal sisma.
Nel primo caso ci sono stati rinvii su rinvii ma la soluzione è molto lontana, anche in virtù del fatto che il governo si è schierato con la Commissione europea, che considera la decurtazione del 60% dei tributi alla stregua di un aiuto di Stato e quindi illegittimo, a meno di dimostrare il nesso di causalità con il terremoto.
Una procedura lunga e contorta che rischia di lasciare fuori gran parte delle aziende che ne hanno beneficiato, con le inevitabili ricadute sui bilanci e sui livelli occupazionali, visto che si parla di una stangata complessiva di mezzo miliardo di euro che interessa circa 7 mila “partite Iva”.
Nel secondo sono coinvolte decine di medie e grandi imprese che, dopo un bando emanato dalla Regione, sono entrate in graduatoria e attendono di essere liquidate. L’ente ha provveduto in parte con risorse proprie, rendicontando la spesa al Diset per avere indietro quanto anticipato, ma nonostante vari solleciti nulla si muove.
LA “SVOLTA”: I DUBBI
La svolta, a detta di Cialente e Barca, come riferito sopra, ci sarà in primavera, quando la Corte dei conti avrà dato il via libera alla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), un organo collegiale del governo, che ha ripartito gli ultimi 2,245 miliardi di euro residui previsti nel “decreto Abruzzo” del 2009 a disposizione per L’Aquila e il “cratere”.
In parte destinati all’assistenza alla popolazione, in parte ai lavori pubblici, in parte al patrimonio culturale e in parte alla riparazione delle abitazioni inagibili fuori e dentro i centri storici.
A quest’ultima voce, a conti fatti, tra il capoluogo e gli altri 56 comuni, dovrebbero andare 1,3 miliardi: una cifra importante per i conti dissestati dell’Italia ma sufficiente per una quota di cantieri minima, rispetto alle reali esigenze.
Quindi le amministrazioni locali saranno chiamate a fare da subito scelte dolorose in ordine alle priorità, a meno di non voler scatenare una guerra tra poveri senza esclusione di colpi per chi deve partire subito e chi sarà costretto ad aspettare anni per rientrare in casa.
Comunque sia, una volta finiti questi soldi, si dovrà tornare con il cappello in mano dal governo per avere ulteriori finanziamenti: se anche ci fosse la volontà politica dell’esecutivo che uscirà a febbraio dalle urne verosimilmente bisognerà aspettare la legge di Stabilità di fine anno e sperare che la crisi nazionale non cancelli il terremoto aquilano dall’agenda dei palazzi del potere romano.
Una prospettiva che non lascia presagire nulla di buono.



