L’AQUILA – Dopo mesi di ribalta sulle cronache, si sono conclusi, a inizio novembre, con un nulla di fatto al Consiglio di Stato, i ricorsi sull’esito elettorale delle regionali del febbraio scorso. I consiglieri eletti sono rimasti al loro posto, quelli esclusi a casa loro. A vincere in partenza la partita, presentato parcelle molto “pesanti”, sono stati però soprattutto gli avvocati, tra cui grandi principi del Foro italiani, basti citare Salvatore Di Pardo di Campobasso, e Filippo Lubrano di Roma.
Va infatti considerato che normalmente un ricorso al Consiglio Stato vale dai 10 ai 30 mila euro. A pagare, di tasca loro gli sconfitti, e anche chi ha vinto, visto che, in questo caso, non poteva essere fatta valere la polizza assicurativa, che spetta ai consiglieri regionali, essendo una causa privata, e non nell’esercizio del loro mandato.
Come a dire, un candidato senza disponibilità economiche, non avrebbe avuto pari possibilità di accesso alla giustizia amministrativa, per contestare l’esito del voto, e far valere eventualmente un suo diritto.
A carico dei cittadini, questo è certo, le spese vive della macchina della giustizia amministrativa, che si è mossa a causa di esiti controversi del responso delle urne, a seguito dei quali, legittimamente, sono scatenati i ricorsi.
A mettere la parola fine alla partita, a inizio novembre, come detto il Consiglio di Stato, che confermando il responso di maggio del Tar ha respinto nuovamente il ricorso dei candidati Emilio Iampieri, l’ex consigliere regionale di Forza Italia e Gianni Bellisario, che chiedevano di annullare parzialmente le operazioni elettorali di febbraio e l’atto di proclamazione degli eletti, e poter quindi subentrare all’assessore Mauro Febbo, di Forza Italia e Roberto Santangelo di Azione politica, attraverso un diverso calcolo dei resti.
Ad assistere i due ricorrenti, nel secondo grado di giudizio, Salvatore Di Pardo, il cui studio di Campobasso conta una sessantina di collaboratori, ed è risultato essere primo nella prestigiosa classifica degli studi legali italiani stilata dal Sole 24 ore.
Di Pardo si è meritato l’appellativo di “mastino”, per essere riuscito a far dichiarare nel 2012 la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore eletto in Molise, per far posto al candidato Ulisse Di Giacomo, che Di Pardo difendeva, e per aver fatto annullare poi le elezioni regionali del Molise del 2011 vinte dal centrodestra di Michele Iorio.
In Abruzzo però il mastino non ha azzannato. Ma si può supporre che i suoi assistiti Iampieri e Belisario, non se la sono certo cavata con un prosciutto e una pacca sulla spalla, per onorare la parcella.
Ad assistere Febbo è stato invece Massimo Cirulli, del Foro di Chieti, mentre Santangelo era difeso da Raffaele Daniele, il vicesindaco dell’Aquila, e da Amedeo Ciuffetelli, entrambi del foro dell’Aquila.
Febbo e Santangelo hanno avuto la meglio, ma visto che il Consiglio di Stato ha sentenziato la compensazione delle spese, i legali, non senza malumori, se li sono dovuti pagare di tasca loro.
E stato poi respinto il ricorso da tre elettori – Vincenzo Trinchini, Loreta Ricci e Sergio Cerasani -, che avevano avanzato dubbi sull’ammissione della lista dell’Udc alla competizione elettorale.
E qui a scendere in campo per i tre cittadini assieme a Di Pardo, è stato un altro pezzo da novanta: Filippo Lubrano, presidente della Società italiana avvocati amministrativisti, docente alla Luiss, ex consigliere di amministrazione e avvocato della Roma calcio, tra il 1992 e il 2000.
Lubrano ha presentato una memoria, che però anche in questo caso è risultata essere inefficace, tranne che per le tasche dei suoi clienti.
L’Udc ovvero la consigliera eletta, Marianna Scoccia, era assistita anche lei da Roberto Colagrande.
Veniamo al ricorso del centrosinistra, presentato da Luciano D’Amico (primo dei non eletti di “Legnini presidente”), Pierpaolo Pietrucci (primo dei non eletti del Pd), Donato Di Matteo (primo dei non eletti di Abruzzo Insieme) e Franco Caramanico (primo dei non eletti di “Progressisti-Liberi e uguali”).
In questo caso si chiedeva la correzione del risultato elettorale ribaltando il rapporto di forza tra Cinque Stelle (7 seggi assegnati) e centrosinistra (cinque seggi), nonostante quest’ultimo schieramento avesse conquistato il 31,28 per cento dei voti contro il 20,20%.
I non eletti si sono affidati agli avvocati dello studio legale Ayala, a Pierluigi Mantini, ex deputato e componente della commissione appalti dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), e Sergio della Rocca, del foro di Pescara.
Il Movimento 5 stelle era assistita dall’avvocato Fabrizio Rulli, del foro di Pescara.
Niente da fare infine per l’ex assessore regionale, Lorenzo Berardinetti, sindaco di Sante Marie, che aveva fatto ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato chiedendo di modificare l’attribuzione dei seggi, in quanto erroneamente applicati gli articoli 16 e 17 della legge regionale 9/2013, con riferimento alla possibilità di computare o meno i voti delle liste che non hanno superato la soglia di sbarramento. Berardinetti è stato difeso al Consiglio di Stato dall’ avvocato Herbert Simone, del foro di Avezzano, Sandro Mariani, eletto con Abruzzo in Comune, e che avrebbe rischiato di perdere il seggio, anche lui a Roberto Colagrande.
Va infine ricordato il ricorso al Tar, respinto, di Lucia Ottavi, candidata di Forza Italia, assistita dall’avvocato Quirino D’Orazio, sindaco di San Bendetto dei Marsi, lamentando “un errore di calcolo delle cifre elettorali residuali percentuali, necessarie alla assegnazione dei seggi residuali ai vari partiti, secondo una formula matematica diversa da quella imposta dalla legge regionale”.
Errore in virtù del quale, aveva sostenuto Ottavi, è stato eletto a Chieti Febbo, anziché il candidato Fi della circoscrizione di L’Aquila Iampieri, facendo risultare di conseguenza, Ottavi candidata nella medesima lista circoscrizionale, non più prima, bensì seconda dei non eletti. Ottavi si è però fermata al primo grado di giudizio. ft






