L’AQUILA – Una città da “ricucire” tra quello che era decenni fa e quello che è diventata dopo il terremoto, dove “in valori assoluti non c’è bisogno” di nuove aree edificabili, anzi è tutto il contrario, “ci vuole più città pubblica, servizi, piazze”.
Questa la “fotografia” dell’Aquila che arriverà lunedì 8 dicembre, leggermente in ritardo rispetto alla deadline prevista di fine mese, sulla scrivania dell’assessore alla Pianificazione del Comune dell’Aquila Pietro Di Stefano, nel primo documento del nuovo piano regolatore generale, strumento urbanistico che il capoluogo attende da quarant’anni.
Si tratta di una ricognizione dello stato dei luoghi, una “istantanea” appunto di com’è ridotto oggi il territorio aquilano, alla luce degli sconvolgimenti portati dal sisma del 6 aprile 2009, che ha causato una rivoluzione evidente nell’urbanistica, e sulla scorta delle previsioni rimaste inattese del Prg ormai vetusto ma che concede la costruzione di altri 7 mila alloggi, un’indigestione rispetto alle esigenze attuali.
Nel documento, centinaia di pagine e numerose tavole, che si finisce di assemblare proprio in questi giorni, non ci sono progetti, ma una “lettura critica di questi dati di analisi e integrata”, come spiega ad AbruzzoWeb Chiara Santoro, dirigente del settore Pianificazione, che fa notare come “da questi dati emergano già temi di lavoro, come pensavamo”.
Su tutti, “la riconnessione dei tessuti urbani, la gestione dei residui di piano in modo intelligente, la valorizzazione dei sistemi ambientali e delle zone agricole, la necessità di non consumare ulteriore suolo a causa dello stock abitativo notevole che attualmente la città ha”, elenca.
“Ogni aquilano ha in media due case a testa, almeno come valore assoluto lo stock abitativo è importante – evidenzia – prevalentemente questo avviene nelle frazioni dove c’è più residuo di piano, ovvero diritti di edificabilità acquisiti su terreni ma non attuati”.
L’influsso del terremoto non è lieve. “Al contrario di una città qualsiasi, grande parte del tessuto urbano è stato ristrutturato con soldi pubblici e non abbiamo ‘parti molli’ di città da riqualificare – fa notare la Santoro – Questa è una rigidità con cui fare i conti, la ricostruzione non ha potuto portare con sé una riqualificazione”.
Il grande tema è quello della “città pubblica, che manca o su cui si può lavorare. Aree di servizi, mobilità pedonale, le piazze – prosegue ancora – Abbiamo una periferia consolidata, ma non storica, su cui si possono fare quelli che Renzo Piano chiama rammendi”.
A proposito dell’archistar senatore a vita, che fa della ricucitura delle periferie un chiodo fisso tanto da aver fondato anche una rivista che se ne occupa, chissà che non ci sia la possibilità di collaborarci di nuovo dopo la vicenda auditorium. “Magari, sarebbe una fortuna”, spetterà al sindaco, Massimo Cialente, lanciare la trattativa.
La Santoro, per ora, non si assume la responsabilità di affermare con certezza che non ci saranno nuove aree edificabili. “Noi portiamo dati, sulla base di questo il Consiglio comunale si orienterà e ci orienterà. Come valore assoluto, certo, non ce ne sarebbe bisogno. Ma lo ha detto anche il sindaco nel suo programma di mandato”.
Un ultimo ma non per questo meno significativo aspetto, “la sicurezza sismica del sottosuolo. Nuove linee guida per la pianificazione in tal senso sono in conferenza Stato-Regioni. Ma nell’ultima variante di normazione delle aree a vincolo decaduto ci già presi la responsabilità di non considerare ai fini dell’indice di edificabilità che viene assegnato aree a particolare rischio”.



