PESCARA – “La mattina del 18 gennaio ero in Provincia e ho chiesto l’intervento dell’esercito. Alle 12 ho chiesto aiuto anche a Paolo Gentiloni. Eravamo in prefettura con le scosse di terremoto, ci sentivamo sotto attacco. C’erano molti paesi della provincia completamente isolati, dove la gente rischiava di morire e che versavano in condizioni peggiori di Farindola”.

Lo ha detto Antonio Di Marco, presidente della Provincia di Pescara, nel corso della conferenza stampa delle Province del Centro Italia alla presenza del presidente dell’Unione province italiane, Achille Variati, convocata per fare chiarezza sullo stato di criticità di bilanci degli enti e sui riflessi che questi stanno avendo sulla sicurezza e sui servizi ai cittadini, all’indomani dell’emergenza maltempo che ha devastato il centro Italia, a cui si è aggiunta la tragedia dell’hotel di Rigopiano travolto da una slavina. Sotto accusa la riforma Del Rio, che ha trasformato le Province in enti di secondo livello, tagliando ingenti risorse, lasciandogli però deleghe importanti come la viabilità e gli interventi in caso di forti nevicate.

Quella dell’hotel Rigopiano lascia intendere Di Marco è stata una tragedia annunciata, “anticipata dal crollo dell’Istituto Alberghiero di Pescara, due anni fa, quando alla visita del ministro Stefania Giannini non seguì alcun riscontro e dovette intervenire nuovamente la Regione per porre riparo”.

“In passato abbiamo sottoposto vari dossier sulla situazione della Provincia di Pescara alla presidente della Camera Laura Boldrini, al premier Matteo Renzi e al ministro Graziano Delrio, senza che nessuno sia intervenuto. Abbiamo girato dossier anche ai parlamentari abruzzesi – ha proseguito Di Marco – e visti i risultati sarebbe necessario iniziare a comprendere anche il lavoro svolto dai nostri rappresentanti in parlamento”.

Dure anche le parole del presidente Upi Variati.

 “Negli ultimi due anni – spiega Variati – a seguito delle scelte operate con le manovre finanziarie sono stati distolti due miliardi dai servizi garantiti dalle Province sui territori per riportarli nel calderone delle casse pubbliche: deve essere chiaro a tutti che questa scelta ha portato a rendere ormai a rischio i servizi, che non sono più garantiti in tutto il territorio, e che si sta erodendo il patrimonio pubblico fino a incidere sugli stessi livelli di sicurezza dei cittadini. Le risorse per i servizi essenziali, come la manutenzione e la messa in sicurezza dei 130 mila chilometri di strade provinciali e delle 5.100 scuole superiori italiane, sono ormai ridotte al minimo e Governo e Parlamento ne hanno piena contezza. Non ci sono più alibi e non è più tempo di continuare con le mistificazioni”.

“Nei tavoli di lavoro con il Governo – incalza Variati – che abbiamo aperto già lo scorso anno – ricordano i Presidenti – abbiamo dimostrato dati alla mano quanto il nostro allarme fosse fondato: dal 2013 al 2016 la nostra spesa corrente è scesa del 40 per cento, riducendosi di oltre 2,7 miliardi; a fronte di un totale di entrate pari a 2,7 miliardi, abbiamo avuto spese inderogabili per oltre 1,6 miliardi e tagli di 1 miliardo e 4.650 milioni. La differenza tra entrate e uscite nel 2016 è stata pari a – 571 milioni: questo è quanto è mancato alle Province nel 2016, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Come è possibile che in Italia sia considerato adeguato spendere 103 mila euro a chilometro per le autostrade, 22 mila euro per le strade statali e solo 6 mila euro al chilometro per le regionali e provinciali? Come è ammissibile un divario di questa portata?”

“La legge di Bilancio 2017 – conclude Variati – avrebbe dovuto essere la sede per risolvere queste storture e restituire dignità finanziaria alle Province, ma l’accelerazione dovuta alla crisi di Governo non ha permesso di intervenire: ora però siamo già alla fine di gennaio e i ritardi non sono più ammissibili. Anche perché ormai da tre anni alle Province non è permesso fare alcuna programmazione, ci muoviamo nell’emergenza e riusciamo ad approvare i bilanci praticamente alla fine dell’anno. Non è una situazione degna di una istituzione della Repubblica cui sono assegnati servizi essenziali per i cittadini”.