L’AQUILA – Il legame con le origini, la fine della giovinezza e l’arrivo della maturità, la morte.

Nella poesia ‘Lucca’, Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1888 da genitori lucchesi, ripercorre la sua vita trascorsa fra tre continenti: dall’Africa, all’Europa passando per l’America latina, nelle Accademie e sul terreno di battaglia.

“Ecco Lucca, calda, crudele, serrata e verde”, scrive il poeta che, nel ricordo della sua terra, “del suo sangue”, si sente “nella carne di ogni persona” che incontra.

Nel componimento, che Ungaretti scrisse intorno ai trent’anni al ritorno dalla Grande Guerra in cui combattè da volontario sul Carso, il poeta rivive il rapporto con Lucca “con tormento e desiderio, come chi si scosta da un incesto ma non può dominare la fatalità dei suoi sensi”.

Il richiamo alla sessualità ritorna nei versi successivi in cui Ungaretti descrive i giorni trascorsi nei luoghi originari come momenti di “sofferenza e voluttà”, in una terra che per il poeta ha l’immagine delle “coscie delle donne sorprese a fecondarsi di te”.

Nell’ultima parte della poesia Ungaretti si immagina cosa sarebbe della sua vita se rimanesse a Lucca dove, scrive, “finirei col riprendere la zappa, col rimescolarmi ai contadini” rischiando “di dimenticare le acredini e i miracoli delle lettere”.

E alla fine arriva la morte, già anticipata qualche verso prima dalla figura della bara, cui Ungaretti si abbandona “al sole accogliendo il sonno come una pace vera”.

Passato e futuro s’intrecciano, viaggio e meta si confondono nella poesia di un Ungaretti trascinato dai ricordi suscitati dai racconti della madre sulle terre lucchesi. “Addio desideri, nostalgie, so di passato e di avvenire quanto un uomo puo’ saperne”, scrive il poeta che si sente “di passaggio tra le mura”.

Sentimenti di tormento e di morte pervadono l’intera poesia: il “sangue dei morti” che scorre nelle vene del poeta che, conoscendo gia’ il suo destino e la sua origine, si e’ ormai rassegnato a morire. La rassegnazione e’ simboleggiata dalla zappa che Ungaretti accetta di impugnare per poi sorprendersi a ridere “tra le cosce fumanti della terra”. Per il poeta, infine, esiste un avvenire, ovvero la prole, che egli accetta di “allevare tranquillamente” e con amore, “garanzia della specie