L’AQUILA – Poggio Picenze, 19 settembre 1945. Dopo l’armistizio dell’ 8 settembre con gli Alleati, i tedeschi occupano la penisola. L’intera popolazione del paese aquilano è radunata, muta, nell’aia antistante la chiesa, in attesa di essere giustiziata da un gruppo di soldati nazisti di stanza nel piccolo comune aquilano.

Pochi minuti e tutto sarà finito sotto i colpi dei fucili tedeschi. Gli occhi atterriti, fissi nel vuoto, la mani e i piedi incollati al terreno: un respiro di troppo potrebbe essere fatale ancora prima del tempo previsto.

Sono stati rubati gli anfibi dal cadavere di un militare tedesco, Alois Matzek, morto in un incidente sulla strada statale 17. La bara, posta nel cimitero del paese in attesa dei funerali da celebrare il giorno seguente, è stata trovata divelta dai suoi commilitoni e i pantaloni indossati dal soldato sono stati tagliati da qualcuno nel tentativo di sottrarre denaro da una tasca.

La povertà e la fame inducono spesso a gesti estremi. L’ira cieca dei tedeschi, però, vuole un colpevole a tutti i costi e i militari sono pronti a una rappresaglia generale. Se non si troverà chi è stato, pagheranno tutti indistintamente: uomini, anziani, donne e bambini per l’errore di uno solo.

Nel silenzio si fa strada tra la gente una ragazza di 25 anni di origini alto atesine, Marta Auer, sposata a un uomo di Poggio Picenze, unica in tutto il paese a parlare la lingua tedesca.

Iniziano estenuanti trattative che durano un’intera mattina. Un testa a testa interminabile tra il comandante e la giovane, una piccola donna che prende per mano la sua gente e la protegge come una leonessa con i suoi cuccioli, fino a quando, come un miracolo, l’implacabile furia tedesca cede soprendentemente alle parole disperate, ma ferme, di un’esile ragazzina dalla forza di mille eserciti.

La popolazione è salva. Al ‘sì’ del comandante tedesco, tutti corrono all’impazzata, tutti scappano senza meta il più lontano possibile da quell’orribile incubo lungo le strade che portano via dal paese.

Marta oggi ha 95 anni, una tempra fuori dal comune e una memoria lucidissima  che ha stampato su di sé ogni singolo fotogramma di quei terribili momenti. La storia, quella che sembra così lontana quando la si legge sui libri, lei l’ha vissuta davvero e potrebbe ancora raccontarla, con non poco dolore. Ferite aperte che bruciano ancora, dopo settanta lunghi anni.

“Ricordo tutto, ogni singolo momento di quel giorno di settant’anni fa”, sono le uniche parole che Marta si sente di dire.

Una vicenda dimenticata da troppo tempo che Antonio Galeota, ex sindaco di Poggio Picenze e storico per passione, ha ricostruito passo dopo passo, perché senza passato non esiste futuro.

Galeota con la sua associazione culturale “Il Cratere” ha voluto premiare Marta come protagonista della storia di Poggio Picenze, nel dicembre 2010.

“Nonostante le avessero puntato un fucile alla schiena – ricorda Galeota – si frappose tra i soldati e la sua gente, ‘gli sporchi italiani’, come li definì il comandante nazista, e salvò il suo paese.  Marta è stata magnifica e ha mantenuto il necessario sangue freddo fino alla fine”.

“Abbiamo dato un premio anche a don Vittorio Cittadini, il parroco del paese che si impegnò insieme a lei per fermare l’eccidio – spiega l’ex sindaco che ha studiato tutta la storia ascoltando testimonianze dirette – e una targa alla memoria anche a Ugo Zampelli, il custode del cimitero che rubò gli scarponi al soldato nazista, mettendo a repentaglio l’incolumità di un intero paese e che poi pagò con la sua stessa vita un madornale errore dettato dalla fame e dalla povertà di quell’epoca”.

“Ugo alla fine fu fucilato, ma difese fino all’ultimo il suo complice, Costantino e, per evitare che venisse giustiziato anche lui, si assunse l’intera responsabilità della vicenda – prosegue lo storico – Ma per i tedeschi era ovvio che non avrebbe mai potuto trasportare una bara da solo. L’efferatezza e l’ostinazione dei nazisti si spiega perché il soldato morto era un parente stretto del comandante che inventò la scusa di vilipendio di cadavere per condannare Ugo alla morte”.

“Nel corso degli anni la figura di Ugo è stata rivalutata e premiata per il coraggio e il senso di responsabilità dimostrati nei confronti della sua gente”, conclude.