PESCARA – Un’occupazione che cresce in provincia dell’Aquila, mentre in quella di Pescara è emergenza inattivi e disoccupazione giovanile. A Teramo si registra un alto il numero di lavoratori precari. La disoccupazione femminine resta elevata in tutte e quattro le province, mentre gli stipendi sono al di sotto della media italiana, che di 1.341 euro al mese.
Sono solo alcuni dei dati che emergono dal corposo dossier “Le dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane nel 2016” a cura dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro.
Uno strumento prezioso anche per l’amministrazione regionale e quelle comunali abruzzesi che, seppure non abbiano molti strumenti per incidere su un fenomeno, quelle delle dinamiche del lavoro, di scala ben più ampia, a maggior ragione devono far tesoro delle risorse a disposizione, e creare lavoro, perché senza questo non c’è verso di tornare a far girare l’economia.
Nel rapporto troviamo innanzitutto dati aggiornati e di facile lettura riguardanti il tasso di occupazione e quello, speculare, della disoccupazione.
Per occupati, va subito chiarito, si intendono ai fini statistici coloro che hanno lavorato per un compenso almeno un’ora nella settimana in cui sono stati contattati.
Sono considerati disoccupati coloro che non avendo un occupazione, sono disponibili a iniziare lavorare entro 2 settimane, hanno cercato attivamente lavoro nelle 4 settimane che precedono l’intervista.
C’è infine una terza categoria, gli inattivi, coloro che non partecipano al mercato del lavoro, che non sono né occupati, né in cerca di occupazione. Ovvero quelli che il lavoro non lo cercano nemmeno più, magari perché scoraggiati, oppure perché hanno trovato altre forme di rendita, o anche lavorano in nero.
La media italiana degli occupati è del 57,2 per cento delle persone tra i 15 e 65 anni: in lieve crescita, dello 0,9 per cento rispetto al 2015.
La provincia nella quale si registra la quota più elevata di popolazione occupata è Bolzano con il 72,7 per cento della popolazione attiva, seguita da Bologna 71,8 per cento, Belluno e Modena con il 68,8 per cento.
In fondo alla classifica Reggio Calabria dove lavorano solo il 37 per cento della popolazione , Palermo 37,4 per cento e Caserta 38 per cento.
Venendo dunque alle quattro province abruzzesi quella che sta messa meglio è la provincia dell’Aquila, al 65° posto con il 57,2 per cento, allineata al decimale sulla media italiana. Inoltre, dato incoraggiante rispetto al 2015 si registra un aumento di occupati del 3,3 per cento. Sarebbe interessante capire in che misura abbia influito la ricostruzione post sismica, che riguarda un’area significativa del territorio provinciale, dove le aziende possono anche beneficiare di agevolazioni fiscali e aiuti per gli investimenti.
Subito sotto, a metà classifica, troviamo Chieti con il 57,1 degli occupati, statica rispetto al 2015. La provincia di Teramo è al 55,4, ma il trend è negativo, dello 0,5 per cento, ovvero gli occupati diminuiscono seppur di poco. Infine Pescara, che è 53,0, sotto la media italiana e la peggiore tra le province abruzzesi, Sta però risalendo la china un più 2,5 per cento rispetto al 2015.
Guardando il fenomeno dall’altro punto di vista, quello del tasso di disoccupazione nel 2016 il rapporto fissa all’11,7 per cento la media italiana, anche qui in leggerissimo miglioramento.
La percentuale dei disoccupazione è però più che doppia rispetto alla media a Crotone, 28,3 per cento, nella provincia del Medio Campidano, 27,8 per cento, e a Palermo, 25,1 per cento.
Mentre a Nord le cose cambiano: a Bolzano non ha trovato un’occupazione solo il 3,7 per cento della popolazione attiva, seguita da Bergamo, 5,3 per cento, e Reggio Emilia, 4,7 per cento.
Per quanto riguarda le province abruzzesi quella che sta messa peggio è ancora una volta quella di Pescara, al 36° posto con il 13,8 per cento di disoccupati, per di più in aumento dello 0,9 per cento.
C’è poi la provincia di Chieti al 47° posto, con un tasso di disoccupazione dell’ 11,9 per cento al di sopra anch’essa della media.
L’Aquila è invece perfettamente nella media italiana, con 11,7 per cento. E la disoccupazione è in diminuzione del 2,9 per cento rispetto al 2015. Altro segnale positivo.
Quella che sta messa meglio è però Teramo, con l’11,1 per cento di disoccupati.
Resta da capire però se la disoccupazione cala perché più persone hanno trovato lavoro, oppure perché il lavoro non lo cercano nemmeno più.
Una risposta la si può trovare nel tasso di inattività, anch’esso fotografato dal Rapporto.
In Italia sono inattivi il 35,1 per cento delle persone fra i 15 e i 64 anni. Con un abisso che divide anche in questo caso la prima in classifica, Bologna con appena il 23,9 per cento di inattivi, e Caserta, con ben il 51,7 per cento.
Facendo un focus sull’Abruzzo si scopre che in provincia di Pescara gli inattivi sono superiori alla media italiana con il 38,5 lo stesso vale per Teramo con il 37,6 per cento.
Un po’ meglio va a Chieti 34,9 per cento e a L’Aquila con il 35,1 per cento.
Alto a Pescara con il 28,2 per cento anche il tasso dei cosiddetti “neet”, i giovani 15 e 29 anni che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione. Inferiori alla media italiana del 24,2 per cento in provincia di Teramo (23,7) Chieti (23,5) e L’Aquila (22,6).
I neet, va ricordato, sono i beneficiari anche in Abruzzo del progetto Garanzia giovani ed è significativo vedere come a L’Aquila nel 2016 sono diminuiti del 12,2 e a Chieti dell’1,3 segno si può supporre che il progetto di inclusione giocato soprattutto sui tirocini formativi retribuiti in azienda ha sortito risultati.
La stessa cosa, al contrario, non si può dire per la provincia di Pescara e di Teramo dove i neet aumentano rispettivamente del 2,2 per cento e Teramo del 1,3 per cento.
Per quanto riguarda infine la disoccupazione giovanile, si può parlare di emergenza a Pescara con il 55 per cento dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni senza lavoro. Ma anche L’Aquila la situazione non è rosea, con 39,1 per cento, tasso superiore alla media italiana del 37,8. Messe meglio sono Chieti 37,2 e Teramo, con il 27,1 per cento.
In Italia, si evidenzia opportunamente nel Rapporto, è ancora molto alto lo squilibrio tra tasso d’occupazione maschile e femminile, 18,4 per cento, strettamente correlato allo squilibrio nella suddivisione del carico familiare tra donne e uomini e nella disponibilità e costo dei servizi di cura per i bambini, che sono molto differenziati nelle due aree del paese, ma anche e soprattutto all’aspettativa retributiva delle donne, che se è bassa non rende conveniente lavorare in presenza di figli a carico, perché il costo dei servizi sostitutivi per la cura dei bambini e per il lavoro domestico possono superare lo stipendio o ridurlo drasticamente.
La Provincia di Arezzo, con una differenza tra lavoratori maschi e lavoratrici femmine del 6,1 per cento, seguito da Biella con il 6,4 e l’Ogliastra con il 7,0 per cento, sono le province messe meglio, con un gap simili a quello registrato nei paesi del nord Europa dove al parità di genere è una quasi realtà, e non una pia illusione. All’opposto le province pugliesi di Barletta-Andria-Trani (33,7) Foggia (30,3) e Brindisi (27), che hanno percentuali imbarazzanti.
E da questo punto di vista anche le province abruzzesi non stanno messe per niente bene, tutte al di sopra della media nazionale.
In particolare l’Aquila è in fondo alla classifica, al 97° posto con una percentuale di gap tra lavoro maschile e femminile del 24,3 per cento, come pure Chieti al 94° posto, con il 24 per cento. Pescara è al 76° posto con il 20,7 e infine Teramo al 75° con il 20,5. In Abruzzo insomma, come nel resto del meridione, il lavoro non è rosa.
Molto interessante è anche a sezione del Rapporto relativo alle percentuali per ciascuna . Ovvero tra i lavoratori definiti dall’Osservatorio, “standard”, ovvero quelli assunti con un contratto a tempo indeterminato, e che se fanno un part time lo fanno volontariamente, e i “lavoratori non standard” che sono costituiti da coloro che hanno un contratto di lavoro dipendente sempre a tempo indeterminato, ma in part time involontario, e ancora gli autonomi a partita Iva, talvolta finte partite Iva, i dipendenti con contratti a termine, i collaboratori occasionale, compresi quelli pagati con i voucher, che ora però sono stati aboliti.
In Italia è del 35,4 la media della percentuale dei “non standard” sul totale della forza lavoro: ovvero su 22 milioni di occupati nel 2016 contratti standard sono stati 14,4 milioni, 7,8 milioni quelli non standard o precari che dir si voglia.
Ma anche qui a situazione è molto differenziata: a Varese la percentuale dei “non standard” sono appena il 26,7 del totale, a invece Grosseto, ultima in classifica, sono il 54,6 la maggioranza dei lavoratori.
Patria della precarietà in Abruzzo è la provincia di Teramo con 42,1 per cento, seguita da Chieti 42,0 e Pescara 39,3 tutte e tre al di sopra della media. Mentre poi a Pescara e Teramo si registra una diminuzione, a Chieti i precari aumentano, del 3,3 per cento rispetto al 2015.
A salvarsi solo la Provincia dell’Aquila al di sotto della media, al 75° con il 34,1 per cento.
L’osservatorio evidenzia che parte dei lavoratori “non standard”, appartengono alla categoria dei working poors, cioè coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo e dell’incapacità di risparmio.
Infine il rapporto restituisce anche una fotografia dello stipendio medio.
In Italia la media è di 1.315 euro, che corrisponde la retribuzione netta del mese di un dipendente, escluse però altre mensilità come la tredicesima e la quattordicesima e le voci accessorie non percepite regolarmente tutti i mesi, come i premi di produttività annuali, arretrati, indennità per missioni e straordinari non abituali.
Anche in questo caso si conferma un Italia a due velocità: in cima alla classifica troviamo infatti Bolzano con stipendi medi di 1.476 euro al mese, e Varese 1.471 euro.
Al capo opposto della classifica Ascoli Piceno con appena 925 euro e Ragusa con 1.070 euro.
In Abruzzo, si scopre, gli stipendi medi sono ovunque più bassi della media italiana: 1.282 in provincia dell’Aquila, 1.273 in provincia di Pescara, 1.261 in provincia di Chieti e più passi di tutti 1.242 in provincia di Teramo.



