L’AQUILA – In Abruzzo è l’Università dell’Aquila quella che a un anno dalla laurea garantisce alla maggior percentuale di ex studenti, il 44,9, di trovare un lavoro.
Primato che si conferma anche dopo cinque anni dall’agognato titolo, con una percentuale del 78,5.
In entrambi i casi è una performance superiore alla media italiana.
Bene anche se qualche gradino più sotto rispetto a L’Aquila, l’Università di Chieti-Pescara (38,6% dopo un anno e 74,1% dopo cinque anni) e l’Università di Teramo. (35,1% e 71,9%).
Guardando al bicchiere mezzo vuoto, sono tanti ancora i laureati che non trovano un’occupazione o che nemmeno la cercano.
Il dato è contenuto nella poderosa ricerca “Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati”, realizzata dal consorzio interuniversitario Almalaurea, che ha riguardato ben 650 mila laureati di 76 Atenei e ha analizzato i risultati raggiunti nei mercati del lavoro nel 2014, 2016 e nel 2018.
Nella ricerca si attesta anche dopo il calo vistoso perdurato fino all’anno accademico 2013-2014, si è osservata una ripresa delle immatricolazioni, arrivate nel 2018-2019 ad un incremento dell’11,2%.
Nonostante ciò dal 2003 al 2019 le università hanno perso oltre 37 mila matricole, registrando una contrazione del 11,2%.
Quello dei giovani laureati, viene confermato è il “problema cruciale del Paese”: solo il 40% dei 19enni su iscrive all’università e l’Italia è penultima in Europa per numero di laureati (prima della Romania) con il 27,8% rispetto al 40,7% della media europea”.
Eppure, ha affermato il presidente di AlmaLaurea, Ivano Dionigi “laurearsi conviene. Chi possiede una laurea, rispetto a un diplomato, ha più possibilità occupazionali (+13%) e una maggior retribuzione (+39%)”.
A livello nazionale su 277.873 laureati monitorati, ad un anno dalla laurea, lavorano il 44,9%, “non lavorano e non cercano lavoro” il 38,9%, “non lavorano ma lo cercano” 16,1%.
Tra gli occupati gli uomini sono leggermente superiori alle donne (45,1% contro il 44,8%).
Dopo cinque anni lavora il 78% dei laureati, “non lavorano e non cercano”, il 12,9%, “non lavorano ma cercano”, il 9,1% .
Anche qui gli occupati uomini sono 80,9%, le donne il 76,2%.
Ad un anno dalla laurea, il confronto con le precedenti rilevazioni evidenzia un tendenziale miglioramento del tasso di occupazione.
Si tratta di segnali positivi che, tuttavia, non sono ancora in grado di colmare la significativa contrazione del tasso di occupazione osservabile tra il 2008 e il 2014 (-16,3 punti percentuali per i primi; -15,1 punti per i secondi).
Venendo all’Abruzzo, per quanto riguarda l’Università dell’Aquila, il monitoraggio ha riguardato la situazione occupazione di 2.574 laureati.
Ad un anno dall’agognato e sudato titolo, hanno trovato un lavoro il 47,3% “non lavorano e non lo cercano” il 34,9%,“cercano un lavoro e non lo trovano” il ,17,8%.
Dopo cinque anni lavorano il 78,5%, “non lavorano e non cercano” il 13,4%, “cercano un lavoro e non lo trovano” l’ 8,2%
Passiamo all’università di Teramo.
Ad un anno dalla laurea questa la situazione dei 944 laureati: lavorano il 38,6%, “non lavorano e non cercano” il 36,6% “cercano un lavoro e non lo trovano” il 24,8%.
Dopo 5 anni lavorano il 74,1% “non lavorano e non cercano” il 9,7%, “cercano un lavoro e non lo trovano” il 16,2%.
Infine l’Università D’annunzio di Chieti e Pescara: lavorano dopo un anno il 35,1%, “non lavorano e non cercano” il 41,6% “cercano un lavoro e non lo trovano” il 23,3%.
Dopo 5 anni lavorano il 71,9%, “non lavorano e non cercano” il 15,2%, “cercano un lavoro e non lo trovano” il 12,9%.
A proposito della correlazione tra percorso di studi e tasso occupazionale, è interessante notare, a livello italiano come pure in Abruzzo, come tra i laureati magistrali biennali del 2014, intervistati a cinque anni dal conseguimento del titolo, si registrino rilevanti differenze tra i vari gruppi disciplinari.
I laureati in ingegneria, nelle professioni sanitarie e in architettura mostrano le migliori performance occupazionali (tasso di occupazione superiore al 90,0%).
Sono, invece, nettamente al di sotto della media i tassi di occupazione dei laureati dei gruppi insegnamento, letterario, psicologico e geo-biologico (il tasso di occupazione è inferiore all’83,0%).
Anche tra i laureati magistrali a ciclo unico, intervistati a cinque anni, si evidenziano importanti differenze tra i gruppi disciplinari: i laureati del gruppo medico hanno le più elevate performance occupazionali (tasso di occupazione pari al 93,8%); al di sotto della media, invece, i laureati del gruppo giuridico, dove il tasso di occupazione si ferma al 78,2%.
A cinque anni dal titolo, i valori più elevati di efficacia sono raggiunti tra i laureati magistrali biennali dei gruppi educazione fisica (74,2%), geo-biologico (69,3%), e dei gruppi architettura, scientifico, psicologico e chimico-farmaceutico (superiore al 65,0%) L’attività autonoma (liberi professionisti, lavoratori in proprio, imprenditori, ecc.) riguarda il 13,8% dei laureati di primo livello e l’11,6% dei laureati di secondo livello. Il contratto alle dipendenze a tempo indeterminato interessa il 25,6% degli occupati di primo livello e il 25,8% di quelli di secondo livello.
I laureati assunti con un contratto non standard (in particolare alle dipendenze a tempo determinato) rappresentano il 38,7% dei laureati di primo livello e il 33,5% di quelli di secondo livello.
La retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è nel 2019, in media, pari a 1.210 euro per i laureati di primo livello e a 1.285 euro per i laureati di secondo livello. Rispetto all’indagine del 2014 le retribuzioni reali (ovvero che tengono conto del mutato potere d’acquisto) a un anno dal conseguimento del titolo figurano in aumento: +16,7% per i laureati di primo livello, +18,4% per quelli di secondo livello.
L’aumento rilevato, tuttavia, non è ancora in grado di colmare la significativa perdita retributiva registrata nel periodo più difficile della crisi economica che ha colpito i neolaureati, ovvero tra il 2008 e il 2014 (-28,7% per il primo livello, -21,2% per il secondo livello).






