L’AQUILA – “Basta con le casette di legno abusive all’Aquila!”.
Dopo aver minacciato a più riprese una stretta, stavolta lo stop del Comune sembra possa davvero arrivare, e tra 15-20 giorni, non appena sarà approvata una delibera di revoca di quella del maggio 2009 sulla costruzione “facilitata”, non si potrà costruire più nulla con la procedura veloce (una semplice autorizzazione e via ai lavori), ma si dovrà tornare a una normale concessione edilizia prima di fare una casa.
È una mossa disperata, forse tardiva, da parte del Comune che, nell’immediato post-terremoto, pensò di usare quello strumento per chi voleva provvedere letteralmente “in modo autonomo” a procurarsi una nuova abitazione.
Appunto, una semplice autorizzazione e via, si poteva costruire, per di più su qualsiasi terreno, anche non edificabile: una specifica, quest’ultima, ammessa sempre a mezza bocca dall’amministrazione, ma adottata di fatto, prima con prudenza e poi senza freni, dagli aquilani, che hanno costruito ovunque, perfino nelle aree verdi lungo via della Croce Rossa: sotto le mura antiche della città.
Gli esiti sono stati disastrosi: casette di legno disseminate ovunque e, soprattutto, casette di legno, anche grandi, tirate su come fossero cucce per cani, senza chiedere nemmeno quella semplice autorizzazione.
Manca una valutazione precisa di quante casette siano state costruite, ma si dà per assolutamente certo che siano quasi il doppio rispetto alle sole 800 autorizzazioni ricevute.
Lo stop a nuove costruzioni-lampo sarà una mossa preventiva, ma ora c’è curiosità per vedere come si comporterà l’amministrazione con gli abusivi che hanno già approfittato di una legge morbida che serviva solo ad aiutare gli aquilani, non a viziarli, ma che ha avuto quest’ultimo esito.
Sin dai primi mesi dopo il sisma, con le prime casette già tirate su in terreni magari agricoli, aleggiava lo spettro di una “sanatoria”, che “arriverà sicuramente tra qualche anno”, dicevano i bene informati. Una vox populi sempre però categoricamente smentita dall’assessore competente, Roberto Riga, e meno male, altrimenti altro che il doppio, le casette sarebbero state dieci volte di più rispetto alle autorizzazioni.
Se la via della sanatoria “libera tutti” sembra esclusa, dall’altro estremo, appare improbabile l’ipotesi di “linea dura” con sequestri e ruspe per reprimere gli abusivismi: ad alcuni che ne hanno approfittato per farsi un villino in campagna o uno studio fuori porta, si affiancano infatti tanti altri che, investendo di tasca propria, va ricordato, e senza alcun rimborso che non fosse il contributo di autonoma sistemazione (Cas), con la casa di legno hanno risolto in modo definitivo la questione abitativa, evitando anche allo Stato di pagare loro alberghi o di impiegare un alloggio C.a.s.e. o Map per sistemarli.
Un’ipotesi di mezzo potrebbe essere quella di procedere a una mappatura completa ed esatta delle casette costruite, per poi chiamare chi ha costruito alla carlona a regolarizzare la sua posizione, pena sanzioni.
Quello delle casette comunque è un grosso problema urbanistico, e la diffusione di questi manufatti, mini-casette da giardino o ville di legno che siano, non potrà essere ignorata nella progettazione ad ampio raggio della ricostruzione e della futura strategia urbanistica della città (se mai ce ne sarà una).



