L’AQUILA – “Il Medioevo è un periodo di rinascita demografica, urbana, economica, dei viaggi e delle interazioni tra le città, in cui la nozione del tempo, prima relegata soprattutto alla dimensione liturgica, si apre a nuovi orizzonti”.

Insomma, altro che periodo buio: nelle parole del giornalista Mario Prignano, come dei tanti altri protagonisti che si sono alternati in questi giorni all’Auditorium del Parco del Castello all’Aquila, per il Festival delle Città del Medioevo, traspaiono una visione e un giudizio storico che si discostano nettamente da quelli che si sono diffusi negli ultimi decenni, e che conferiscono a quest’epoca una nuova luce.

Ed è quello che suggerisce il tema “Rinascite”, scelto per la prima edizione del Festival, inaugurato lo scorso 21 giugno ideato dall’Università e dal Comune dell’Aquila che si concluderà proprio oggi, in un Parco del Castello invaso da arceri, templari, erboriste e dame esperte nell’arte della tintura naturale.

Qui cittadini, turisti, esperti medievalisti e profani amatori si accalcano intorno alle tende degli accampamenti templari, fanno la fila per le lezioni di calligrafia e, soprattutto, riempiono di curiosità gli spalti dell’Auditorium, per assistere agli interventi dei cultori della materia venuti da tutta Italia.

Tanti gli interventi di esperti e storici nel fitto calendario di appuntamenti, tra questi lo storico e scrittore Alessandro Vanoli, che ha definito la concezione attualmente diffusa del Medioevo come epoca di chiusura risultato dell’osservazione del passato attraverso la lente della storia recente.

“Questa idea di essere chiusi e di volersi chiudere ha molto a che vedere con una delle tracce presentate quest’anno alla maturità, quella sull’idea di nazione – ha detto Vanoli – Se da un lato la nazione ci permette di pensarci tutti uguali all’interno di essa, a prescindere dal ceto sociale, dall’altro ci chiude, e ci rende diversi da tutto ciò che sta fuori”.

A raccontare e far rivivere gli aspetti della quotidianità medievale più lontani dalla maggior parte delle trasposizioni cinematografiche degli ultimi 50 anni, sono artisti e associazioni con i loro stand.

Tra loro, la compagnia di rievocatori ‘Mansio Templi Parmensis’ che, con la sua riproduzione di un accampamento templare, è riuscita a far rivivere anche un laboratorio erboristico. Qui, grazie a Elisabetta Marchi, è possibile avere un assaggio di come erbe, spezie e altri ingredienti fossero usati per guarire, secondo la regola dell’erborista e guaritrice Ildegarda di Bingen.

Le prime città, e con esse le prime università, nascono proprio nel Medioevo, e i processi sociali, culturali e urbanistici che sottendono la loro formazione sono alla base della contemporaneità. Addirittura il primo vero e proprio ospedale esisteva già nella seconda metà degli anni mille. Si trovava a Gerusalemme, poteva ospitare fino a 2000 degenti, ed era ‘gestito’ dal Sovrano Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, meglio conosciuti come Cavalieri di Malta.

A margine del festival, abbiamo incontrato Maria Giuseppina Muzzarelli, professoressa di storia medievale, storia delle città e  storia del patrimonio culturale della moda all’Università di Bologna.

Facendo un paragone tra le regole di convivenza nelle città del medioevo e quelle di oggi: “Le città medioevali erano città molto vivaci. Parliamo dell’epoca del comune di popolo, in cui nuove persone erano al potere, e ponevano nuovi problemi, ad esempio quello degli artigiani o degli acconciatori di pelli, che anche a L’Aquila si occupavano di una lavorazione che produceva scarti, maleodori e conseguenze negative. Come tenere insieme l’esigenza di questi artigiani con l’esigenza dei cittadini di vivere in una città che non avesse cattivi odori, che non portasse malattie… Questo è uno dei casi in cui vediamo le città medievali alle prese con la regolamentazione di queste esigenze diverse”.

“Un altro di quei casi potrebbe essere, purtroppo, di molta attualità, dei fanghi: città non selciate in tutte le loro parti invase dal fango. Ecco che nascono, proprio alla fine del 200, delle magistrature specifiche che si devono occupare di tenere insieme l’interesse dei privati con quelli del pubblico. Come fare a tenere sgomberi le strade cittadine da questi fanghi che potevano essere un grande problema. Un ultimo esempio che possiamo fare lo ricavo dalla mia città, Bologna. Qualcuno, vista la scarsità di spazi disponibili, ha ideato una possibilità di espandersi al primo piano per guadagnare più spazio, poggiando questa nuova superficie su degli sporti, affinché non si crollasse di sotto. Ecco che lentamente vediamo un’evoluzione verso il portico, quello che poi è diventato una caratteristica della nostra città e uno degli elementi che ci porterà a far parte delle meraviglie dell’Unesco, è stato un’invenzione di privati a fronte della quale i governanti hanno cercato una soluzione, disciplinato la materia, e finito col rendere obbligatorio per tutti fare la casa col portico. Quindi avevano anche un’idea di futuro, idea che resiste anche oggi perché stiamo aspettando di diventare meraviglia unesco grazie ai portici”.

Parlando dell’Aquila: “Non sono più venuta dopo il terremoto. Sono tornata con molto interesse e devo dire che mi ha molto colpito che tanto è stato fatto, e tanto si sta facendo. E poi queso elemento un po’ caratteristico: un antico-nuovo-nuovissimo, poiché è stato tutto ristrutturato, però secondo la filologia. Questi due toni, un antico – nuovo – nuovissimo sono rimasti nella mia mente ma anche nel mio cuore. Perché vuol dire che c’è molto interesse per il volto medioevale dell’Aquila È bello, fresco, nuovo, un po’ dissonante con l’esperienza che ricordavo di tanti anni fa, ma sono felice di vedere L’Aquila rinata”.

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