L’AQUILA – Doveva essere il registro della conquista dei diritti per tutti, senza discriminazioni e disuguaglianze.
Quello delle unioni civili si è invece rivelato un flop un po’ in tutta Italia e anche all’Aquila. Solo state solo quattro, e tutte eterosessuali, le coppie che hanno deciso di mettere i loro nomi nel registro di chi ha scelto di non sposarsi ma di voler essere riconosciuto come coppia a tutti gli effetti.
Un fiasco, visto che sono più di tre anni che il registro è stato istituito, precisamente con la deliberazione del Consiglio comunale numero 20 del 14 febbraio 2013.
In tutto il Paese i Comuni che lo hanno approvato sono circa 300 e in questi tutti i numeri degli iscritti sono esigui.
Presupposto fondamentale per ottenere l’iscrizione al registro, oltre alla residenza anagrafica nel Comune dell’Aquila da almeno un anno, è quello di costituire un unico nucleo familiare essendo una coppia coabitante. Sulla base del regolamento vengono considerate “unioni civili” i rapporti tra due persone maggiorenni, di diverso o dello stesso sesso, che non siano legate tra loro da vincoli giuridici e che ne abbiano chiesto la registrazione amministrativa.
Nel capoluogo abruzzese la prima unione civile è stata ufficializzata un anno dopo la nascita del registro, nel febbraio 2014. Da allora solo altre tre hanno fatto “il passo”, mettendo nero su bianco il fatto di sentirsi “famiglia”.
Il motivo del fallimento potrebbe ritrovarsi nel fatto che non sono moltissimi i benefici nell’iscriversi al registro, in quanto in materia di diritti i comuni non possono fare molto.
Come spiega la dottoressa Paola Franceschini, responsabile del procedimento dell’ufficio di Stato civile del Comune dell’Aquila, il registro “garantisce solo il godimento di benefici istituiti dal Comune. Al di là del livello comunale non può andare, perché non c’è una legge di riferimento”.
Quindi registrarsi, ad esempio, consente di accedere ai bandi per le case popolari, ove ce ne fossero, oppure a borse di studio istituite dall’ente comunale, corsi estivi per ragazzi, ecc..
Nessun diritto, invece, all’eredità o a periodi di congedo in caso di malattia del convivente, per esempio.
Insomma, il valore del registro ha un valenza pressoché simbolica. In alcuni casi fa anche perdere dei benefici: una ragazza madre, per esempio, perderebbe l’assegno.
È pur vero però che, sebbene siano pochi, i benefici a cui poter accedere sono stati pressoché ignorati da chi avrebbe potuto giovarne.
Il registro era stato approvato con 19 voti favorevoli, 2 contrari e 3 di astensione creando non poche polemiche. L’allora arcivescovo Giuseppe Molinari aveva definito le unioni civili “il primo passo verso la distruzione del matrimonio e della famiglia cristiana”.
A lui avevano risposto gli esponenti di Appello per L’Aquila, movimento civico che si è battuto per l’istituzione del registro, citando una frase di Carlo Maria Martini: “Non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli”.
ARCIGAY: “CONTA L’AQUILA PRIMA NON I NUMERI”, MA…
Dal segretario dell’Arcigay “Massimo Consoli” L’Aquila, Leonardo Dongiovanni, riceviamo e pubblichiamo.
In merito all’articolo denominato “Che flop le unioni civili” di Elisa Marulli, ci troviamo a dover far notare come, malgrado il numero degli iscritti ritenuto da voi “esiguo”, il cosiddetto “registro delle unioni civili” sia stato istituito principalmente come un simbolo di civiltà e di apertura, in attesa di una legge nazionale, che possa finalmente sopperire a tutte quelle mancanze che solo il legislatore potrebbe colmare.
Questo non ha nulla a che vedere con i grandi numeri che, solo chi non conosce le movenze della comunità gay di una città di provincia e chi ne ignora le sofferenze, avrebbe potuto aspettarsi. I diritti delle minoranze non sono una questione di numeri!
Non era scontato infatti al tempo, che in una città come L’Aquila si parlasse di omosessualità e ricordiamo che i candidati delle elezioni amministrative del 2012, che sottoscrissero con Arcigay l’impegno a realizzare il registro, furono “solamente” Appello per L’Aquila, il Pd e (con una certa diffidenza iniziale che spiega molto bene le recenti prese di posizione della senatrice Blundo) il Movimento 5 stelle.
È anche grazie a questa apertura se oggi le persone omosessuali di questa città si sentono più coinvolte nelle battaglie che le riguardano, meno sole nel fronteggiare l’omofobia: il registro delle unioni civili è stato di fatto, al di là di ogni speculazione, una presa di posizione netta da parte della città di L’Aquila a favore dell’estensione dei diritti, pertanto non potremmo condividere per nessun motivo al mondo la logica disfattista che ha mosso il vostro articolo.
Saremmo degli sciocchi inoltre se non pensassimo che i risultati di oggi, siano anche figli delle “sperimentazioni” di ieri, senza le quali, non saremmo potuti entrare per il secondo anno consecutivo nelle scuole superiori per parlare di bullismo omofobico, riempire la Villa comunale per la “Giornata internazionale contro l’omofobia”, baciarci “in massa” di fronte alla Basilica di Collemaggio per chiedere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali.
C’è anche un aspetto storico che ci teniamo a sottolineare: L’Aquila è stata a tutti gli effetti il primo capoluogo di provincia in Abruzzo a istituire il registro delle unioni civili, in anni molto “sterili” per la comunità Lgbt italiana, poiché, essendo passati al vaglio di un “governo tecnico”, nazionalmente non c’era alcuna speranza di ottenere un riconoscimento giuridico da parte di quella maggioranza parlamentare lì.
E del resto fu proprio all’Aquila che, nel 2008, alla presenza del presidente onorario di Arcigay, Franco Grillini, la presidente del circolo locale Carla Liberatore “scatenò” i sentimenti più disparati dei cittadini e del prelato, per aver organizzato proprio qui i primi matrimoni simbolici in tutta Italia.
I tempi fortunatamente sono cambiati e la storia ci ha dato ragione, visto che il ddl sulle unioni civili presentato dalla senatrice Cirinnà sta compiendo il suo iter in Senato e siamo certi, questa volta non falliremo.
Per queste considerazioni reputiamo quindi inappropriato (per quanto legittimo), l’aver attaccato giornalisticamente il frutto di una battaglia per noi vitale e identitaria, che rappresenta esattamente ciò che deve rappresentare.
Reputiamo inoltre fazioso, l’averlo fatto senza chiedere il punto di vista di chi in questa città rappresenta il movimento Lgbt nazionale, che avrebbe potuto certamente dirimere molti vostri dubbi.
AbruzzoWeb ospita volentieri, come d’altronde più volte fatto in passato, l’intervento del segretario Dongiovanni. Va però rilevato come quest’ultimo compia un errore di interpretazione additando l’articolo di aver “attaccato giornalisticamente” il registro delle unioni civili.
Questo giornale, fedele alle regole della professione giornalistica, non si è limitato a pubblicare i trionfalistici comunicati stampa che annunciavano la nascita, ma ha seguito l’evolversi della situazione, e lo ha fatto non in base alle “movenze della comunità gay di una città di provincia” ma in base alle cifre.
E se è vero che “I diritti delle minoranze non sono una questione di numeri” è altrettanto vero che i numeri non sono dalla parte del nuovo strumento e, cosa ancor più singolare, ad averlo utilizzato, almeno secondo l’amministrazione comunale, sono state solo coppie eterosessuali.
Quest’ultimo aspetto merita un approfondimento. Il registro delle unioni civili non nasce a esclusivo uso e consumo delle coppie omosessuali ma è uno strumento di tutti, capace di coprire una gamma inimmaginabile di situazioni e disparità.
Ghettizzarlo come esclusiva del movimento Lgbt, impossibile da valutare con cognizione di causa per chi non ne fa parte, è una auto-discriminazione che non fa bene né al movimento Lgbt né tantomeno, a chi non vi appartiene.






