L’AQUILA – “Dai diamanti non nasce niente, dalle macerie nascono i fior” avrebbe potuto scrivere Fabrizio De André rivisitando una sua bellissima canzone, magari dopo aver fatto un giro tra i vicoli del centro storico dell’Aquila, lì dove il tempo sembra essersi fermato da tre anni.

Ammassate nei cortili e nei viali, le pietre che una volta costituivano le mura di case delle quali ascoltavano i discorsi fatti in famiglia, impregnandosi dei profumi della cucina, quella buona e genuina delle casalinghe, ma anche quella rapida e svogliata degli studenti universitari, non hanno mai smesso di sperare.

Hanno raccolto la pioggia che spietata non ha rispettato il loro dolore e ne hanno fatto nutrimento. Hanno assorbito i raggi del sole e li hanno trasformati in energia.

Da loro è nata la vita.

Quei fiori che con i loro vivaci colori rendono ancora più grigio l’immobile processo di ricostruzione, raccontano soprattutto la forza e la speranza di una città intera.

Che non vuol morire, nonostante tutto. (e.m.)