L’AQUILA – Tute, guanti e mascherine come una seconda pelle, la paura e il pensiero costante per i propri cari lontani, il timore di poter contrarre l’infezione, la lotta in quell’inferno fatto di dolore, fatica, lacrime, senso di inadeguatezza, tutte situazioni ad alto impatto emotivo e il desiderio di vedere i pazienti uscire dal reparto con il sorriso di chi ha combattuto e vinto contro il virus, ma soprattutto poter tornare a casa e riabbracciare la propria famiglia.
La giovane aquilana Fabiola Di Marzio, in una lunga lettera inviata alla redazione di AbruzzoWeb, racconta come ha vissuto questi lunghi mesi in prima linea nell’emergenza Covid-19 in una delle zone più colpite d’Italia.
Di Marzio, infermiera 26enne impegnata nella lotta al Coronavirus all’ospedale di Mestre, a Venezia, tra qualche giorno tornerà nel capoluogo abruzzese dove potrà riabbracciare, dopo 6 mesi, la sua famiglia.
Il suo toccante racconto nasce con la voglia di “rendere partecipi della mia personale esperienza in prima linea nel reparto Covid, lontano dalla mia famiglia, tutti i cittadini”.
“Quel 17 marzo era un martedì, il giorno prima del mio compleanno – ricorda – una semplice telefonata ci ha annunciato che da lì a poco ci sarebbe stata una riunione. La stessa che ha inevitabilmente creato una forte cesura nel tempo, una linea invisibile che ha segnato un prima e un dopo nelle vite di tutti noi, catapultandoci in una dimensione parallela e terribile, una realtà sanitaria tragica, inimmaginata e inimmaginabile. E così abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto di fare: In poche ore abbiamo trasformato un intero reparto, riorganizzandolo!”, racconta la giovane.
Come accaduto in tutti gli ospedali d’Italia, il personale sanitario si è reso immediatamente disponibile con un impegno a 360 gradi: “Non abbiamo battuto ciglio e abbiamo indossato tute, mascherine, guanti, soprascarpe, scafandro, senza neanche sapere realmente cosa stavamo facendo. Senza sapere che quei dispositivi di protezione sarebbero diventati la nostra seconda pelle – aggiunge la giovane – Abbiamo iniziato così la nostra avventura, con le tute addosso per ore ed ora, a volte senza poter andare in bagno, con le mascherine una sopra l’altra, doppi guanti, tripli, quadrupli, con la bocca sempre impastata, non si poteva bere o mangiare per moltissimo tempo. Sentivamo la fatica sui nostri corpi e nelle nostre menti, sentivamo il sudore addosso e non potevamo asciugarci”.
La sera del 9 marzo il premier Giuseppe Conte ha annunciato agli italiani che “purtroppo tempo non ce n’è”, perciò dal 10 marzo, un nuovo decreto e lockdown: Un’intero Pese si ferma e il giorno seguente l’Organizzazione mondiale della sanità sentenzia: È pandemia.
“Mentre tutto scorreva, i pazienti continuavano ad arrivare e man mano si chiudeva l’Italia, a partire dalla Lombardia, il mio pensiero era fisso lì, alla mia famiglia, a L’Aquila, a 600 chilometri di distanza e a quando avrei potuto riabbracciarli”, scrive l’infermiera abruzzese, lasciando trapelare tutta la sua emozione.
“Abbiamo lottato tanto, contro qualcosa di nuovo e sconosciuto, la paura di essere contagiati è stata altissima, e ammetto che più volte ho avuto paura di morire! Fisso in testa avevo il pensiero che se fossi stata contagiata non avrei più rivisto la mia famiglia! Se fuori, il silenzio della nuova quotidianità era triste e surreale, dentro era un inferno fatto di dolore, fatica, lacrime, senso di inadeguatezza”, aggiunge.
“Noi infermieri giravamo da una stanza all’altra come trottole impazzite, cercando di organizzare mentalmente ogni cosa prima di passare all’azione. Abbiamo imparato che ogni gesto deve essere calcolato in anticipo per evitare dispersioni di energia preziosa, dovevamo averne per dieci ore di fila, bisognava essere lucidi”, ricorda la 26enne.
“Sui volti dei pazienti c’èra preoccupazione, paura, la stessa che sentivamo noi. Ci riconoscevano attraverso gli occhi! Si proprio così, un giorno un signore, presentandomi nella sua stanza, mi ha accolto dicendomi, ‘Faby buongiorno, non posso sbagliarmi guardando i tuoi occhi, occhi meravigliosi che solo con uno sguardo mostrano il tuo sorriso’. Ma il pensiero lì dentro, va ben oltre, a chi hai a casa, a mamma, papà, mia sorella, i nonni! Senza telefono, senza sentirli, isolata dal mondo!”, ricorda ancora.
“Mai avrei pensato neanche minimamente a quanti decessi avrei visto, le bare. Un giorno sono arrivata in ospedale, pronta per fare la notte, e il mio caposala mi ha dato un sacco enorme, un sacco blu. Proprio così! Mi ha detto che sarebbe servito in caso di un decesso. Non dimenticherò mai quelle immagini. Mai avrei immaginato di mettere lì dentro dei corpi. Alla fine del turno dovevamo toglierci l’armatura, facendo attenzione alle nostre azioni, perché ogni minimo passaggio poteva essere contaminante. Poi fuori finalmente respiri, già – ammette – perché lì dentro si pesano anche i singoli respiri”.
“A fine turno salivo in macchina e prima di mettere in moto per tornare alla mia vita, mi fermavo solo un momento per lasciare che la tensione mi attraversasse. In quel momento, immancabilmente, ho realizzato di avere paura. La fine del turno era quando potevo ammettere di avere paura anch’io. La prima chiamata era per Gabriele per dire che stavo tornando a casa, e poi finalmente chiamavo la mia famiglia, minuti e minuti a telefono, anche se i minuti non azzeravano i chilometri che ci dividevamo, ma una loro semplice parola bastava a tranquillizzarmi”, racconta.
“Una volta a casa mi facevo una doccia bollente per lavare via lo sporco, la fatica, le lacrime. Ad aspettarmi c’era Gabriele, ad agosto ci saremmo dovuti sposare, ma abbiamo dovuto rimandare – scrive ancora – Mi guardava, osservava i solchi sul mio viso, con gli occhi lucidi e con lo sguardo velato da un’ombra ineffabile. Mi guardava con lo stesso sguardo con il quale io da bambina guardavo i miei nonni ascoltando i loro racconti, mentre ricordavano la guerra! Anche questa, a ben guardare, è stata una guerra, una guerra contro un nemico invisibile dal quale proteggersi”.
“I mesi della quarantena per me sono quasi volati in questo ‘uragano’, le poche ore di distacco, tra un turno e l’altro, cadevo in un ‘coma profondo’. Man mano i pazienti sono andati scemando e poi il 3 giugno le parola ‘casa’ e ‘famiglia’ erano diventate qualcosa di possibile. Ed ora, a distanza di 6 mesi, sto tornando a L’Aquila, non mi sembra vero, posso finalmente riabbracciare tutti i miei cari”.
“In 26 anni già ho affrontato fin troppe battaglie, il terremoto del 2009 e ora il Covid. Tra una disgrazia e l’altra però non ho mai smesso di ringraziare Dio per aver donato la salute, sempre, a me e tutti i miei cari. E spero solo che da questo momento in poi, la vita mi riservi solo cose belle. Colgo l’occasione per ringraziare i miei coordinatori, che mi hanno regalato ogni giorno, nonostante il periodo che stavamo affrontando, la voglia e la forza di affrontare le giornate, i miei colleghi, un’equipe meravigliosa, che mi ha dato l’opportunità di confrontarmi e lavorare con colleghi speciali, attimi intensi, vissuti tra sorrisi, lacrime, urgenze, che porterò sempre nel cuore; i miei genitori che hanno sempre creduto in me, i miei nonni, mia sorella, che con le sue mille preoccupazioni mi ha sempre sostenuto, e poi Gabriele perché senza di lui non sarei qui ora: ‘Quante volte ti ho detto che non ce la facevo e tu mi davi 1000 motivi per lottare. Grazie’”, conclude. (a.c.p.)






