ROMA – È stato approvato all’unanimità il disegno di legge che istituisce la giornata nazionale per le vittime del Covid, che verrà celebrata ogni anno il 18 marzo.
Così ha votato la commissione Affari costituzionali del Senato, in sede deliberante, dopo aver ottenuto il parere favorevole della commissione Bilancio su un emendamento “tecnico”, ultimo step prima dell’ok definitivo. Il passaggio alla sede deliberante era stato chiesto ieri alla conferenza dei capigruppo per “bypassare” di fatto l’esame in Aula.
Il provvedimento, frutto di due testi unificati – primi firmatari il deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè e il senatore leghista Matteo Salvini – prevede l’istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di coronavirus per “conservare e rinnovare la memoria di tutte le persone decedute a causa di tale epidemia”. Nel documento la parte sull’istituzione anche di un Fondo di solidarietà per le vittime di Covid – prevista nella proposta sottoscritta dalla Lega – è stata “spostata” in un ordine del giorno. Dopo la Camera, il disegno di legge era stato assegnato a Palazzo Madama il 28 luglio scorso e a lungo fermo per problemi tecnici.
Uno dietro l’altro, a decine, i camion dell’esercito incolonnati nel silenzio dell’alba, trasportavano i morti di Bergamo, quelli per i quali non c’era più posto nel camposanto della città, verso i forni crematori di altre regioni. Era il 18 marzo 2020. Quell’immagine rimasta negli occhi di tutti, è stata come un pugno violento allo stomaco, raggelò l’Italia intera, alle prese con un virus sconosciuto fino a un mese prima. Un virus che ci balzò nelle case facendo di Bergamo la Wuhan italiana. Più di cento al giorno i morti per Covid in quel periodo: numeri insostenibili anche per il forno crematorio, ce n’è uno solo in città, che lavorava 24 ore su 24. L’emergenza fu chiara molto presto, quando le bare cominciarono a invadere le chiese, con le panche per i fedeli ribaltate le une sulle altre per fare spazio. La Chiesa di Ognissanti all’interno del cimitero venne trasformata in un’enorme camera mortuaria: nella grande navata si stendeva una media di 40 bare con salme in attesa di cremazione. Le sirene delle ambulanze fecero da triste colonna sonora a quel periodo surreale. Le farmacie esponevano cartelli con la scritta “mascherine e amuchina esaurite”.
Ci si faceva forza a vicenda, si sperimentava un senso di comunità, esponendo il tricolore e cartelli con la scritta “andrà tutto bene” e anche cantando l’inno d’Italia alla finestra, ogni pomeriggio. Gli ospedali erano in tilt e i pazienti venivano trasferiti ovunque ci fosse posto. Anche in altre regioni. Come accadde a Ettore Consonni, 61 anni magazziniere, che intubato a Seriate, in provincia di Bergamo, si risvegliò all’ospedale civico di Palermo dove era stato portato con un aereo militare il 14 marzo. La città in cui è stato salvato se l’è tatuata sul cuore. Era il periodo in cui non si trovava l’ossigeno e cominciarono a vedersi le maschere per lo snorkeling trasformate in respiratori. Il numero dei morti continuava a crescere: nel mese di marzo se ne sono andate 2060 persone, anche se è più del doppio la stima elaborata dal quotidiano ‘L’Eco di Bergamo’ in collaborazione con l’agenzia di ricerca e analisi InTwig: si arriva a 4.500 decessi per covid nel marzo 2020, calcolando le persone decedute in casa o nelle residenze per anziani con sintomi chiaramente riconducibili al virus. Quale che sia la cifra reale basti pensare che i quotidiani avevano oltre 10 pagine di annunci mortuari. Tanto è cambiato da allora, ci siamo abituati ai dpcm con le restrizioni, al paese diviso per fasce a colori, a nuove parole come lockdown e smartworking, ai distanziamenti e alle mascherine. Ma il Covid fa ancora parte della nostra vita quotidiana. Anche se con l’arrivo dei vaccini, dicono gli esperti, si vede la luce in fondo al tunnel.
Potevano andare meglio le cose? Si poteva gestire diversamente l’arrivo di una pandemia? A queste domande proverà a rispondere la giustizia. Le inchieste sono arrivate fin da subito, la prima partì dalla Procura di Bergamo con un procedimento d’ufficio ad aprile 2020 per la mancata istituzione tempestiva di una zona rossa. Bergamo fu ‘chiusa’ come tutta l’Italia solo con il dpcm in vigore dal 9 marzo che mise il paese intero in lockdown: con 15 giorni di ritardo, da quando era scoppiata l’emergenza. Era solo l’inizio. Da allora il Comitato familiari delle vittime con un team di legali ha depositato altri esposti in procura, tra cui quello per provare la responsabilità di Regione Lombardia sulla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo. Sotto accusa anche le delibere regionali in cui si stabiliva che i pazienti non ancora negativizzati Covid fossero ricoverati nelle Rsa.
A questo primo filone se ne è aggiunto un secondo, che ha fatto scattare un procedimento penale, e che riguarda il piano pandemico. Quello dell’Italia risaliva al 2006. Per la causa civile ci dovrebbe essere la prima udienza tra un mese, ad aprile. Sono oltre 500 i familiari delle vittime che hanno dato mandato a un team di legali e 300 esposti erano stati già presentati. Chiedono che le istituzioni si assumano la responsabilità di quello che è andato storto, “a cominciare dalla mancata redazione di un piano pandemico adeguato sia centrale che regionale”. Avrebbero voluto incontrare il presidente del Consiglio Mario Draghi che domani, in occasione della giornata nazionale in onore delle vittime, renderà omaggio partecipando a una commemorazione nel cimitero di Bergamo ma in questa occasione non sarà possibile. Intanto la città si è rimboccata le maniche e semina la rinascita con il “Bosco della memoria” al parco della Trucca, dove anche il premier pianterà un tiglio, simbolo della longevità, in ricordo delle vittime della prima ondata del virus.






