L’AQUILA – “Luciano D’Alfonso? Un buon democristiano, ma Gaspari era un’altra cosa, per il resto non mi piace questa politica fatta di tante chiacchiere e pochi fatti. Non vedo un disegno costituente di un nuovo centro, ma solo una lotta di potere”.

L’ex consigliere regionale Antonio Menna non ci crede più: la Democrazia cristiana che piace a lui e di cui è stato esponente per una vita, non esiste più. Una ragione aggiuntiva per dire basta con la politica attiva, e per tornare a fare l’avvocato ad Atessa (Chieti).

Dicendo addio anche all’Unione di centro, di cui è stato segretario regionale, “un partito oramai in liquidazione”, e dopo aver mancato la rielezione al consiglio regionale nel 2014, sempre nella lista dell’Udc federata con il Nuovo centro destra.

Menna democristiano doc dall’età di 20 anni, fedelissimo del sedici volte ministro Remo Gaspari, conterrraneo teatino di Gissi, scomparso nel 2011, all’Emiciclo c’è stato dal 2000 al 2005, nella legislatura di Giovanni Pace, rieletto poi con l’Udc nel 2009, oppositore ‘dialogante’ della maggioranza di centrodestra di Gianni Chiodi.

Allora avvocato Menna, com’è la vita fuori dall’Emiciclo?

Non mi lamento affatto, sono tornato a fare l‘avvocato a tempo pieno, ma la professione, grazie a valentissimi collaboratori in realtà non l’avevo mai abbandonata.

E la politica attiva invece l’ha abbandonata?

Diciamo pure di si, non condivido più una politica fatta di troppe chiacchiere e pochi fatti, sono orgogliosamente un uomo della Prima Repubblica, quando si era capaci di fare programmazioni, intuire i mutamenti storici con anticipo, si curavano davvero gli interessi e lo sviluppo dei territori.

I tempi in cui c’era lui… intendiamo Remo Gaspari

Gaspari era per tutti noi un riferimento certo, un grande statista dotato di straordinario intuito. Ho ammirato la sua capacità di organizzare l’azione a più livelli, di fare la politica vera, che ha portato risultati, lavoro e sviluppo per tutto l’Abruzzo. Ed era anche una persona umile, non risponde al vero il detto che ‘non si muoveva foglia se lui non voleva’, tante sue decisioni sono state condivise, alcune suggerite anche da me.

L’erede di quella esperienza, l’Udc, non se la passa molto bene, cosa è accaduto?

L’Udc è un’esperienza politica conclusa. Il partito in Abruzzo è commissariato da Enrico Di Giuseppantonio, che non si degna nemmeno di una telefonata. Un peccato, potrei dargli consigli preziosi, ricordo anche che fui io a candidarlo e farlo eleggere alla presidenza della Provincia di Chieti. Ma del resto Di Giuseppantonio è un commissario liquidatore. A Roma poi l’Udc si è di fatto entrato nel Nuovo centro destra, asservito a Matteo Renzi.

Renzi però per molti osservatori politici è il vero erede della Dc, condivide questo giudizio, che per qualcuno non è poi un complimento?

Renzi è un uomo solo a comando, è convinto di essere unico e insostituibile. Non è lo statista che servirebbe in questa fase di profonda crisi. I problemi non si risolvono con un cinquettio su twitter. Quando c’era ancora la Dc lui aveva solo 13 anni. Più che altro guardando al suo eccesso di decisionismo, al suo ottimismo di facciata, mi pare che sia più che altro l’erede di Silvio Berlusconi.

Che giudizio da invece di D’Alfonso, cattolico come lei?

Riconosco che si sta impegnando molto, ha le idee chiare, credo che otterrà buoni risultati, al termine della legislatura, visto che in poltica i frutti non si possono raccogliere nel breve periodo. Vedo anche un suo impegno sui tavoli romani. Si, D’Alfonso è un buon democristiano.

Nella politica  abruzzese, anche dentro il Consiglio regionale, sono molti quelli che provano costruire una ‘cosa di centro’, trasversale ai partiti, in una terra di nessuno a metà tra la destra e la sinistra. Come giudica questi tentativi?

Vedo tante componenti che si muovono, ma la frammentazione resta enorme. Più che tentativi di rifare il centro, parlerei più che altro di una lotta di potere, in vista delle prossime candidature. Non vedo gradi idee, e soprattutto non vedo grandi personalità. Dovrebbe accadere qualcosa di importante a Roma, nei partiti nazionali, ma anche lì c’è una grande frammentazione, e non c’è traccia all’orizzonte un processo costituente, con una seria piattaforma programmatica.

Che giudizio dà della riforma della sanità che dovrà ridimensionare un’epoca democristiana, si pensi ai tanti ospedali proliferati compreso quello di Gissi, paese non a caso di Gaspari?

Ci sono stati errori, perché abbiamo fatto tanti ospedali fotocopia, troppo costosi, ma l’idea originaria era buona, era quella di presidiare anche le aree interne, ma con funzioni differenziate per ciascun ospedale, dal primo livello ai semplici ospedali di comunità. Poi invece la politica politicante ha preso il sopravvento e ha ingigantito le piccole strutture. Ora però più che di riforma parlerei di taglio dei costi, che pagheranno i territori che rimarranno sguarniti di offerta sanitaria. La colpa però non è di D’Alfonso, come non è stata di Chiodi, è una politica imposta a livello nazionale ed anzi europea, ed è una logica solo ragionieristica.