L’AQUILA – “Con il centrodestra avevo acconsentito a mettere il mio nome e il mio viso per la città, punto. Non lo rifarei, ma se me lo chiedessero da un’altra parte lo farei. Se me lo chiedesse il Pd, vuoi fare il sindaco? Se un pazzo visionario me lo chiedesse, risponderei perché no? Lo farei per L’Aquila”.
La confessione ‘eretica’ ai microfoni di AbruzzoWeb è di Stefano Rossi, noto avvocato aquilano nella seconda parte dell’intervista per i suoi settant’anni.
Prima delle elezioni comunali del 2007, che tribuirono per la prima volta a Massimo Cialente la fascia tricolore, Rossi era stato a lungo papabile sfidante per il centrodestra in quota Forza Italia, prima che, con un ribaltone, venisse indicato Maurizio Leopardi che apparteneva all’Unione di centro.
A dispetto di questo, Rossi, in fondo, giustifica la sua rivelazione rivendicando un’origine legata al centrosinistra.
“Non mi stuferò mai di dire che ho un’estrazione socialista, io ho militato nel Psi anche quando significava uscire dalle galere”, afferma, e la ‘sbandata’ per il centrodestra la motiva anche con una “specie di revanscismo” per come era caduto in disgrazia il ‘garofano’ dopo tangentopoli.
“Ebbi quel tentativo di esperienza – aggiunge in riferimento alla candidatura sfumata – ovvero di passare a uno schieramento (Forza Italia, ndr) che tutto sommato aggregava componenti. Non credo proprio che Fi fosse fascista, anche se quelli stanno dappertutto”.
Un’altra candidatura sfiorata e mancata, e stavolta proprio con il centrosinistra, d’altronde, c’è già stato nel 2014, quando il suo amico Luciano D’Alfonso, poi vincitore delle elezioni regionali e oggi governatore, ha cercato Rossi per una candidatura nella sua civica Regione facile.
“Ero e ancora oggi sono suo amico, anche se è difficile ‘acchiapparlo’. Pensò di costruire una serie di visi, di partecipanti che potessero servire – ricorda – Dicevo allora e dico oggi che questo non gli serviva, avrebbe vinto lo stesso, come Renzi, è un momento storico così. Lui è un ottimo comunicatore, che ha bisogno fino a un certo punto delle liste, dei listini, delle listucce, di questo sistema politico che secondo me non ha ragion d’essere”.
E con i grillini del Movimento 5 stelle, a caccia di volti spendibili? “Non, non ci andrei, non mi interessa”, taglia corto Rossi.
Quanto all’ambizione di D’Alfonso di diventare ministro in un prossimo governo, “non lo so, qui saliamo a livelli alti. So per sentito dire, per colloqui con chi se ne intende, con chi ci sta dentro, che ci sono settori, aree del Paese, per esempio come quella cui appartiene Graziano Delrio (quello a cui D’Alfonso vorrebbe succedere, ndr), al cui confronto noi siamo pulci. Per carità, lui ha le maniglie per accedere anche a quei livelli, nessuno glielo potrà negare”.
Sul doppio mandato di Cialente, la valutazione di Rossi è positiva. “Sono state fatte varie scelte, ma la sua presenza è indubitabile e non mi pare che abbia agito con dilettantismo”, rimarca.
“La struttura comunale si è trovata davanti a qualcosa di mostruoso – evidenzia in relazione al terremoto del 2009 – Spesso i rilievi formulati dalla procura nei confronti del Comune sono caduti perché i giudici hanno capito che dentro una stanza c’erano dieci strutture, dieci scrivanie delle più disparate, dalla polizia municipale all’anagrafe”.
Sul futuro dell’Aquila, “non appartengo alla categoria di quelli che continuano a piangere. E non piangevo neanche prima, si sa che in questa città il piagnisteo è una malattia – conclude Rossi – È chiaro che quello che è successo ha determinato uno sfacelo incredibile, però che la città sia morta, come qualcuno dice, non è vero”.






