L’AQUILA – Deve essere splendido vivere dentro l’oggetto dei tuoi scatti fotografici.
Cristian Nuvolone questa fortuna l’ha avuta, perché viveva in centro storico.
All’Aquila.
E in centro storico voleva tornare almeno a lavorare come fotografo, perché da casa sua in via Sturzo la parola terremoto non se ne andrà prima di qualche anno, ma i costi eccessivi e un presente di polvere, puntellamenti e confusione istituzionale l’hanno spedito a Sassa Scalo, un esilio forzato.
Il fotografo aquilano dal suo studio lontano tende ancora lo sguardo verso la città sfigurata che poi appende, cuore ferito, alle pareti, immortalata in mezzo agli scatti che la ritraggono bellissima perché bellissima L’Aquila lo è stata e bellissima tutti noi non possiamo far altro che considerarla. Ma non è solo la parete di uno studio a tenere in vita la nostra vita passata. Su Facebook Nuvolone ha creato una pagina sulla quale pubblicare i suoi lavori. Quelli sull’Aquila prima e dopo il sisma hanno ovviamente un gusto e un sapore diversi e scuotono la terra dell’anima.
In risposta alle scosse che l’hanno sfregiata, in onore di una città che continuerà a esistere nella memoria di chi l’ha vissuta e conosciuta.
Nuvolone, lei è diventato un fotografo professionista anche grazie a una donna molto speciale: la sua L’Aquila.
Sì, è così. Ho capito di voler diventare un fotografo all’Aquila e per L’Aquila. Il terremoto del 6 aprile del 2009 mi ha costretto a scegliere cosa volessi nella vita. Ho scelto la fotografia. Una passione, prima che un mestiere. E l’ho fatto in mezzo al nostro caos.
Come se qualcuno scegliere di fare il giornalista dopo i bombardamenti.
Esatto. E pensare che la notte del sisma, appena arrivato in piazza Duomo dopo aver lasciato il disastro di via Sturzo, ho avuto una sensazione molto strana, mi aspettavo di trovare molta più distruzione. Qualcuno addirittura non si era reso conto della gravità della cosa. Resta la profonda amarezza di aver creduto, dalle parti di casa mia e di Campo di Fossa, di vivere in abitazioni sicure che invece sono crollate.
Da quel momento in poi la fotografia si è imposta definitivamente nella sua vita.
Quando sono rientrato in casa per portare via qualcosa dopo la scossa, sono inciampato nello zaino con dentro tutta la mia attrezzatura. Il destino è così. L’ho preso e sono andato via insieme a pochi effetti personali. Mia mamma, qualche giorno dopo, ha ‘salvato’ le fotografie di famiglia. Ha salvato la memoria, insomma. Credo che lo abbiamo fatto tutti noi terremotati.
Ma non ha ‘approfittato’ subito della situazione. Un fotografo ha davanti a sé una zona di guerra, ma sceglie di non immortalarla.
Ho fatto pochissime foto il giorno del sisma, ho avuto una reazione diversa da quella degli altri fotografi. In quel momento non me la sono sentita, mentre tutti gli altri fotografi non facevano altro. Senza offendere nessuno, posso ammettere che mi sono anche un po’ infastidito. Però quei pochi scatti testimoniano il dramma di quelle ore. Può bastare.
Lei preferisce L’Aquila nella neve.
Mi fa sempre un effetto molto particolare. Chi come me è nato e cresciuto in centro non può non amare L’Aquila sotto la neve.
Cosa pensa di fare con tutto il materiale accumulato in questi anni?
Non ci ho mai pensato concretamente, io fotografo quel che vedo perché mi piace e mi fa sentire vivo. Un giorno, chissà, se troverò i fondi, magari pubblicherò una raccolta. Di sicuro, metterò a disposizione il materiale per quando ci sarà un luogo della memoria. Intanto delle foto in formato elettronico si trovano nell’archivio di Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi.
Lei avrebbe voluto lavorare in centro storico. E pensare che ha studiato ingegneria.
Certo. Purtroppo non ce l’ho fatta. Costi elevati per affitti e troppa incertezza sulla gestione delle zone commerciali. Però mi manca quel mondo anche ridotto male, non posso negarlo. Qui a Sassa mi trovo comunque molto bene, è una zona in continua espansione.
Cosa pensa della tecnologia sempre più ‘invadente’ nel mondo della fotografia?
Ha incrementato il numero degli appassionati, quindi anche il numero di chi diventa professionista. E dà l’opportunità di scattare migliaia e migliaia di foto. Per me è un bene, forse vado un po’ controcorrente. Oggi chi fa foto amatoriali può essere più bravo di un professionista. Io fino al 2011 sono stato un amatore, la prima Reflex l’ho acquistata nel 2007.
Non ha mai pensato di lasciare la città per avere qualcosa di meglio?
Mai. L’Aquila è il meglio per me. Va ricostruita, non abbandonata. Io il mio lo sto facendo, sono al servizio della memoria di tutti noi. Quindi anche del futuro di una delle città più belle del mondo, che nascondeva ovunque perle da immortalare. Ancora oggi riesco a emozionarmi pensando a quanto fosse bella, specie quando vado a fotografare i tanti posti stupendi dell’Italia e del mondo. Grazie alla bellezza che trovo nei luoghi che hanno la fortuna di essere ancora in piedi, ripenso alla bellezza della mia città.






