L’AQUILA – Forse non c’è il caporalato classico, quello degli immigrati clandestini che, come schiavi, lavorano per pochi spiccioli 14 ore al giorno sotto ricatto, ma nelle fertili campagne del Fucino, in provincia dell’Aquila, desta comunque allarme il fenomeno dei rapporti di lavoro fittizio, ovvero delle truffe delle partite Iva agricole che, senza seminare e raccogliere nulla, intascano ingenti assegni di disoccupazione e maternità. Con dietro l’ombra lunga della criminalità organizzata.
Nel 2014, in tutta la provincia dell’Aquila i casi scoperti sono stati 142, ma il fenomeno è tutt’altro che sradicato. E a confermarlo sono le inchieste giudiziarie in corso, che hanno portato allo stop cautelativo di ben 700 richieste sospette da parte dell’Inps.
Il meccanismo è semplice e, nello stesso tempo, sofisticato, come spiega ad AbruzzoWeb il direttore di Confagricoltura L’Aquila, Stefano Fabrizi, che ha già segnalato molti casi alla Commissione regionale di coordinamento per le attività di vigilanza presso la direzione regionale del Lavoro, a seguito del protocollo di legalità stipulato tra le associazioni di categoria e la Prefettura del capoluogo.
Il sindacalista della Fai Cisl Feliciantonio Maurizi invita, a sua volta, a tenere la guardia molto alta anche perché il copyright di questa tipologia di truffa è generalmente riferibile alla criminalità organizzata.
Fabrizi e Maurizi concordano con fermezza su un punto: è pressoché assente nel Fucino il fenomeno del caporalato, e dunque l’allarme lanciato a settembre dal deputato di Sinistra ecologia libertà Gianni Melilla alla prova dei fatti, si è rivelato infondato.
“Tutto ha inizio – esordisce Fabrizi, descrivendo la piaga reale delle truffe – aprendo una partita Iva agricola, e affittando anche dei terreni, ma non è necessario, e assumendo un certo numero di braccianti. A questo punto si fanno figurare prestazioni di lavoro insistenti, ovviamente con la complicità dei lavoratori, che sono semplici prestanome. Infine si presenta all’Inps a fine stagione la richiesta di assegno di disoccupazione, di cui ha diritto un lavoratore che ha svolto almeno 102 giornate di lavoro in 2 anni”.
Per far funzionare la truffa, sottolinea poi Fabrizi, è necessario “il fondamentale apporto di avvocati, commercialisti, consulenti aziendali, capaci di produrre documentazione fittizia di tutta la filiera produttiva e imprenditoriale”.
Una truffa molto redditizia che provoca un danno erariale enorme per effetto dell’erogazione di prestazioni economiche previdenziali e assistenziali non dovute, oltre a una enorme evasione contributiva da parte di ditte con attività inesistente.
Gli assegni arrivano, infatti, a 5 mila euro l’anno a bracciante e a 12 mila in caso di donne incinte.
Un fenomeno che, assicura Fabrizi, non deve essere sottovalutato in un tessuto produttivo ancora sano come quello del Fucino.
“I controlli ci sono, ma potrebbero essere più efficaci – afferma il direttore di Confagricoltura – Il problema è che il personale è scarso per truffe spesso molto sofisticate, che presuppongono, dunque, accertamenti lunghi e complessi. A complicare le cose non esiste una banca dati unica, tra Inail, Asl ispettorati del lavoro e forze dell’ordine”.
Proprio a seguito di controlli e segnalazioni, l’Inps ha provveduto a bloccare 700 richieste di assegni di disoccupazione sospette. Nel mazzo, probabilmente, ci sono capitate anche aziende in regola e dunque è forte è la pressione, anche politica, per sbloccare i pagamenti.
“Il fenomeno dei rapporti di lavoro fittizio sono molto diffusi nel Centro Sud, nel Casertano e nell’Agro Pontino laziale in particolare – aggiunge il sindacalista Maurizi – ed è evidente una regia da parte della criminalità organizzata, camorra in testa. Del resto si presuppone un’ampia rete di complicità, i finti lavoratori a cui viene versato l’assegno di disoccupazione devono spartire i proventi illeciti, serve l’apporto dei colletti bianchi. Non è come si dice una truffa casereccia”.
A confermarlo sono i numeri forniti per il 2014 dal servizio vigilanza dell’Inps: dei ben 68.115 rapporti fittizi scoperti nel 2014 in tutta Italia, 66.812, oltre 98 per cento si concentrano nel Sud, e nelle aree a più massiccia presenza delle mafie, 1.226 nel Centro, appena 77 nel Nord.
Insomma, la truffa delle partite Iva nel Fucino potrebbe in moti casi essere sinonimo di presenza mafiosa, seppur defilata e invisibile.
Quanto al caporalato, il deputato Melilla aveva parlato di un “fenomeno particolarmente accentuato nel Fucino perché ci sono diversi immigrati non in regola con il permesso di soggiorno che di conseguenza non possono denunciare: questi invisibili delle campagne del Fucino non hanno nome e per questo spesso non possono essere aiutati”.
Denuncia rilanciata dalla Cgil, che ha però causato le sdegnate reazioni delle associazioni degli agricoltori, e di altre sigle sindacali.
A tal proposito, aggiorna Fabrizi, “le 700 aziende agricole operanti sul Fucino sono state quest’anno più volte controllate, da ben quattro nuclei investigativi arrivati a dare manforte dall’Aquila, Perugia, Latina e Frosinone. Ebbene: i casi di caporalato scoperti sono pari a zero”.
Esistono solo casi isolati di intermediazione illecita di manodopera, ovvero extracomunitari che trovato il committente formano squadre di braccianti tra i connazionali e chiedono una percentuale sullo stipendio.
“Del resto il fenomeno del caporalato – conclude Fabrizi – è strettamente legato a quello dei clandestini, e in uno spazio relativamente ristretto e controllato come quello del Fucino, sarebbe un rischio troppo alto impiegare lavoratori invisibili e senza permesso di soggiorno”.





