L’AQUILA – Paura, un clima di inquietudine quasi incomprensibile, il ricordo nitido di una madre che fa scudo con il proprio corpo per evitare che i calcinacci colpiscano suo figlio, le notti in macchina, le tende blu, l’essere costretti ad allontanarsi dagli affetti, la percezione della perdita di normalità.

La notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009 alle 3,32, la vita di un’intera comunità è stata sconvolta da una scossa di magnitudo 5.8: una città distrutta, 309 morti, oltre 1.600 feriti e 80 mila sfollati. 

Oggi, in un capoluogo di regione che sta rinascendo, seppur con qualche difficoltà, tra quelle strade e all’ombra dei palazzi del centro storico che tornano alla luce, passeggiano quei ragazzi e quelle ragazze che 10 anni fa erano soltanto dei bambini.

Emanuele, Daniela, Giorgio e Isabella, studenti dell’Istituto d’istruzione superiore “Amedeo D’Aosta” dell’Aquila, raccontano ad AbruzzoWeb il loro terremoto, il ricordo di quella notte, delle settimane e dei mesi seguenti, il sisma dell’Aquila visto con gli occhi dei bambini.

“Avevo solo 7 anni nel 2009, ma ricordo bene quel giorno: mia madre si è gettata su di me per evitare che i calcinacci mi colpissero, quando la scossa è finita mio padre mi ha portato fuori, perché io non riuscivo a scendere le scale…avevo paura; in quei momenti non mi sono reso conto della situazione, ma il gesto dei miei genitori lo ricorderò a vita”, racconta Emanuele Magozzi.

“All’inizio eravamo tutti molto disorientati, non sapevamo se restare nelle tendopoli o andare in altre città, ma alla fine abbiamo scelto di restare all’Aquila per non lasciare sola la famiglia, che in questi casi è tutto. Bisogna restare uniti  – spiega il giovane aquilano – e questo l’ho capito solo dopo, quei momenti anche se terribili mi hanno insegnato cosa è veramente la vita: le cose dure possono accadere e bisogna superarle con coraggio e forza, soprattutto mentale”.

“Non ho sentito tutta la scossa, ma ricordo mia zia che è rimasta chiusa dentro casa, poi c’è stato un senso di smarrimento, le lezioni a scuola sono state interrotte per diversi mesi e ci siamo sentiti tutti molto spaesati, non sapevamo dove andare – aggiunge Daniela Tusi – Con la mia famiglia siamo andati da una zia che vive a Napoli. È stato molto strano vedere al telegiornale le immagini della mia città distrutta”. 

Ma le cose sono cambiate, sottolinea la ragazza: “Dopo 10 anni però poter passeggiare in centro è una sensazione bellissima”.

Anche Giorgio Vittorini il 6 aprile del 2009 era solo un bambino, ammette di non aver compreso bene cosa stesse accadendo, ma ricorda “un cambiamento dal punto di vista psicologico delle persone che avevo intorno, a partire da mia madre e dalla mia famiglia. Io quel giorno ero a casa di mia nonna, avevo sei anni, non capivo la gravità di quanto accaduto e soprattutto non mi sono reso conto delle conseguenze che avrebbe portato e che ho capito solo crescendo”.

“Dopo quella scossa abbiamo passato la prima settimana in una macchina, in un primo momento siamo stati ospitati dalla mia nonna paterna, poi da uno zio a Pescara e, infine, siamo tornati all’Aquila, dove abbiamo vissuto per sette anni nel progetto C.a.s.e. di Sant’Elia, prima di poter rientrare finalmente nella nostra casa”, spiega il giovane.

“Sono cambiate tantissime cose in 10 anni. Vedere la rinascita da un lato ed edifici ancora da ricostruire dall’altro è una sensazione strana, conflittuale: se non si vive in prima persona è difficile spiegare”, conclude Vittorini.

Isabella Gentile, originaria di Rocca Di Mezzo, comune a pochi chilometri dall’Aquila ricorda che “quella notte stavo dormendo, mi hanno svegliata i miei genitori. Papà è andato a prendere mia nonna e ho scoperto che la sua casa era crollata, a quel punto ho iniziato a piangere, ma non riuscivo a capire cosa fosse successo, me ne sono resa conto nei giorni successivi. Siamo stati nella tendopoli all’inizio, poi siamo rientrati a casa, ma era strano, non era come prima, c’era mia nonna con noi e poi vivevamo in un clima di ansia costante”, racconta.

“Vedere la rinascita dopo 10 anni porta speranza nelle persone, adesso quando il sabato si esce per una passeggiata si incontra gente per le strade, insomma c’è vita, la situazione sta migliorando. Resterò all’Aquila per fare l’Università – annuncia – mi piacerebbe frequentare Economia e Commercio, ma poi andrò via”, conclude.

Il professor Luigi Lattanzi, docente dell’Istituto D’Aosta, sottolinea “che dal punto di vista scolastico in 10 anni è cambiato molto. Proprio per capire cosa hanno passato quelli che il 6 aprile 2009 erano solo dei bambini, quelli che oggi sono gli studenti delle superiori e che 10 anni fa avevano dai 4 ai 9 anni, abbiamo lanciato a scuola l’iniziativa ‘Il mio terremoto’. Sicuramente la prima cosa che viene in mente è che non conoscono il centro storico, non conoscono L’Aquila, la sua storia, le sue vie, i suoi profumi, è come se una gran parte della città per loro non è mai esistita, conoscono i centri commerciali e l’ambiente delle periferie”, prosegue Lattanzi.

“Adesso le cose stanno cambiando, c’è una riscoperta della parte ristrutturata del centro, che è bellissima, ma questi ragazzi non possono dire di conoscere la città”, conclude.