L’AQUILA – “I pazienti con scompenso cardiaco si ricoverano entro sei mesi dalla prima volta per oltre il 40% dei casi e per il 30% più di una volta. Partendo anche solo da una riflessione sui costi, va evidenziato come questi siano legati in larga misura all’ospedalizzazione, per circa il 70%, non solo quindi ai farmaci che sono comunque una quota minore. Viene da sé che per ridurre i costi e per migliorare le cure per questi pazienti dobbiamo avere la capacità di ridurre l’ospedalizzazione, contando di più sul medico di famiglia che può diventare maggiormente protagonista nell’ottica di un miglioramento globale dell’assistenza”.
Lo ha spiegato il dottor Livio Giuliani, primario di Cardiologia ed Utic con Emodinamica, nel corso del convegno “Verso il nuovo piano nazionale cronicità: prospettive e proposte”, promosso nei giorni scorsi, a Palazzo Giustiniani a Roma, dal senatore aquilano Guido Liris, capogruppo di FdI in Commissione Bilancio e coordinatore e presidente dell’intergruppo parlamentare sulle cronicità e sulla prevenzione e le emergenze nelle aree interne.
All’importante incontro, oltre a Giuliani, hanno partecipato altri due primari dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila: Gian Luca Primomo, del reparto Pneumologia, e Luciano Mutti, del reparto Oncologia, presidente G.I.Me – Gruppo Italiano per la Ricerca e la Terapia del Mesotelioma e oncologia ambientale; oltre a Maria Concetta Fargnoli, direttore scientifico dell’IRCCS Istituto dermatologico San Galliano, che ha da poco lasciato l’Abruzzo per il prestigioso incarico dopo essere stata per anni direttrice della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia presso l’Università degli Studi dell’Aquila e responsabile dell’Unità di Dermatologia all’ospedale “San Salvatore”.
“Oggi si parla molto di integrazione ospedale-territorio – ha sottolineato Giuliani -, bisognerebbe però capire bene come agire concretamente implementando soprattutto la telemedicina. Un’altra cosa che ho imparato nella mia esperienza da primario, conoscendo i medici di base, è che in realtà hanno tanta voglia di far parte di questo processo e purtroppo sono lasciati un po’ soli, perché lo scompenso cardiaco impone una gestione clinica non facile, che i medici di base non possono trattare da soli”.
“In questo senso, sarebbe utile ideare un efficace rapporto ‘Hub and Spoke’, che funziona tanto in realtà per le reti delle emergenze, per le reti cardiologiche, in cui il centro Hub rimarrebbe il cardiologo ambulatoriale e il centro Spoke sarebbe rappresentato dai medici di base che vedono i pazienti, raccolgono i casi specifici con elettrocardiogramma, esami di laboratorio e attraverso strumenti di telemedicina, una o due volte a settimana, integrando così realmente il concetto di territorio”.
“Questo si tradurrebbe in evidenti benefici assistenziali e in una significativa riduzione delle ospedalizzazioni e, di conseguenza, dei costi”, ha concluso.






