CHIETI – È partita al calar delle tenebre dalla cattedrale di San Giustino, l’antica processione del venerdì santo di Chieti, tradizione commovente teatina.

La processione del Cristo Morto si è distesa nelle vie del centro, dalla Cattedrale a via Pollione, per passare poi per piazza Valignani, piazza Matteotti e continuare il suo tradizionale percorso fino al ritorno nella Cattedrale di San Giustino.

Tra i suggestivi tripodi accesi con fuoco di cera, si muoveva a passo silenzioso il popolo teatino stretto nell’ascolto dello struggente Miserere, intonato dal coro dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti. Un canto intenso, cullato nella musica tra fiati e violini.

Sfilavano una dietro l’altra le varie confraternite abruzzesi, ognuna con il proprio stendardo e il proprio crocifisso, seguite dal Capitolo Metropolitano e i membri dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro con l’arcivescovo monsignor Bruno Forte e il sindaco, Umberto Di Primio, poi i membri dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, con a capo il governatore Giulio Obletter.

I confratelli erano nascosti da un cappuccio nero in volto, alcuni membri portavano i simboli della passione di Gesù, accompagnati anche da valletti. Due le statue rappresentanti la processione, quella del Cristo Morto e della Madonna Addolorata, scortate dai Fratelli e da valletti.

La città piegava il capo al passaggio dei sacri simboli e al canto doloroso del Miserere, nella processione tra le più antiche d’Italia: una tradizione che non perde mai valore e importanza.

Il canto del Miserere stringe intorno a sé l’intera città, radunata in ascolto del coro, con Giuseppe Pezzulo come Maestro di Cappella e Loris Medoro, direttore del coro.

Un coro che prepara con costanza e impegno il repertorio della sacra processione; composto di circa 180 cantori e altrettanti musici, con ampia varietà d’età.

Tra i più giovani componenti del coro, Mario Pettinelli confessa ad AbruzzoWeb di far parte del coro “da circa un anno; far parte della processione del Venerdì Santo e del coro per me è un onore, è una manifestazione che mi ha sempre toccato ed è rappresentante della mia città. Nonostante richieda, per me, un grande impegno – sottolinea – è un momento di raccolta e tradizione e sono orgoglioso di farne parte”.

A illustrare ancora meglio, e mostrare l’impegno che si cela dietro questo evento, è proprio il direttore di Coro, Loris Medoro, che si apre a questo giornale.

Una tradizione che si tramanda e che ha sempre un grande successo: cosa si nasconde dietro questa antica processione?

La devozione del popolo teatino e il desiderio di testimoniarla nel momento centrale dell’anno liturgico. La Settimana Santa è sempre stata il cardine per la sua realizzazione e per la sentita partecipazione. Negli anni, inoltre, la processione ha assunto un ruolo centrale nella vita sociale cittadina e, pertanto, parallelamente al fortissimo culto religioso si è innestato il desiderio di condividere un forte momento comunitario e la consapevolezza di tramandare una manifestazione che in sé racchiude non solo un enorme valore di tradizione, ma giunge a essere un elemento di identificazione per la popolazione locale data anche la rilevanza assunta nel contesto nazionale e non solo.

Molti lo ritengono solo un “rito”, ma non bisogna essere così critici perché a Chieti tale rito penetra nell’interiorità della gente. Ho visto persone prepararsi a questa processione come a un “valore del gruppo di Chieti” è ciò è rispettabilissimo. È un avvenimento religioso molto sentito da cui molti traggono ispirazione per giungere alla vera Fede, cioè l’incontro con il Signore morto e risorto.

Il coro è composto di giovani ma anche di nomi veterani: è facile conciliare anche queste differenze di età?

Non è un problema, ma un punto di forza. Certamente il coro consta di una forte matrice “esperta”. Al contempo, però, l’esperienza personale mi ha mostrato come proprio tale componente tragga stimolo e rigenerazione dai componenti più giovani, presenti in numero non trascurabile. Dal punto di vista tecnico gli esperti offrono un grosso aiuto ai più giovani. Noto una specie di osmosi artistica e culturale tra i componenti perché i valori si trasmettono attraverso le tradizioni degli anziani e i giovani sono attratti da tutto ciò. Posso affermare comunque che non si tratta di una tradizione degli anziani o dei giovani ma di tutti coloro che si sentono “teatini”.

Quanto lavoro e tempo precede la processione del Venerdì Santo?

Per garantire una adeguata preparazione all’evento il coro inizia le prove il primo giovedì di quaresima con tre appuntamenti settimanali. Non si tratta solamente dello studio dei brani e di un affinamento delle doti canore dei componenti, ma di una vero e proprio avvicinamento allo spirito della Settimana Santa, in un ambito più intimo e spirituale.

La processione del Venerdì Santo è un momento di raccolta e di riflessione, ma anche grande commozione: quest’anno, tra canti e violini, quali pensieri?

Non sono in grado di rivelare le impressioni di ciascuno, certamente intrise di esperienze personali, ma penso di poterne tracciare un elemento comune. Durante la processione, la riscoperta della passione di Cristo nella vita di ognuno e la sua comprensione profonda albergano nella mente di tutti i partecipanti, dal più anziano corista ai molti acerbi violinisti, non trascurando tutti gli affiliati dell’Arciconfraternita, in modo da poterle trasmettere intatte ai molti che, come ogni anno, nel vedere sfilare la processione e nell’ascoltare il mesto canto, condividono le forti emozioni che continuano immancabilmente a suscitare. Emozioni riconosciute anche dal D’Annunzio, che definì il canto del Miserere una “fontana di lacrime”.

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Al termine della processione il coro si raccoglie per un’ultima volta nella Cattedrale di San Giustino, intonando “ Ti adoriamo o Cristo” e la prima e decima strofa del Miserere. E nel silenzio che segue, Chieti si raccoglie nell’orgoglio di una tradizione che si tramanda e che, anche quest’anno, ha vibrato d’emozione.

“Interpretare con il cuore, più che con le note”. Le parole del governatore Giulio Obletter, il modo di emozionarsi nel canto del Miserere, un cantuccio nel cuore ove abbandonare il proprio pensiero nel doloroso giorno della sofferenza di Cristo: sofferenza dell’uomo.