L’AQUILA – Si procuravano ingenti guadagni prestando denaro a piccoli imprenditori e artigiani, tra cui alcuni abruzzesi, e applicando loro tassi di usura, oppure truffavano ripetutamente alcune banche, con la complicità di un paio di funzionari e l’alterazione di documenti, mettendosi in tasca i relativi finanziamenti che mai sarebbero stati erogati.

Sei persone sono così finite agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma che conta oltre 50 indagati.

Le misure cautelari, firmate dal gip Filippo Steidl, riguardano Giancarlo Sacchi, Giuseppe Coretti e Giuseppe Coltellacci, accusati tutti di associazione per delinquere e, a seconda delle posizioni, di abusivismo finanziario, usura aggravata, riciclaggio e bancarotta fraudolenta.

Solo di usura aggravata rispondono, invece, Giovanni De Cesari e Claudio De Giorgis con la figlia Giorgia.

L’indagine, condotta dal pm Stefano Rocco Fava e dal procuratore aggiunto Nello Rossi e affidata al nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, aveva preso il via dal suicidio di un piccolo imprenditore (ramo costruzioni), impiccatosi nel 2007 perché, stando ai suoi familiari, Sacchi e Coltellacci lo avrebbero vessato psicologicamente affinché restituisse quasi 500mila euro.

Sul punto l’indagine è ancora aperta perché il giudice non ha ritenuto assolutamente provata l’istigazione al suicidio, che era stata ipotizzata nella denuncia.

La Finanza ha evidenziato decine di operazioni bancarie sospette messe in atto dagli indagati su conti correnti propri o intestati a persone e società prestanome.

Analizzando un flusso vorticoso di denaro e un giro di assegni, si è scoperto che la banda, il cui ‘dominus’ riconosciuto era Sacchi, dal 2005 al 2009 (sono 24 i capi di imputazione di usura) ha prestato a lavoratori autonomi in difficoltà economica più di un milione di euro, applicando tassi che, su base annua, andavano dal 45 al 4.552 per cento e creando così un giro di affari pari a 12 milioni di euro.
Riguardo agli episodi di truffa alle banche (avvenuti dal 2003 al 2007, per un importo di un milione e 600 mila euro, stando ai 16 capi di imputazione per i quali il gip non ha emesso alcuna misura), un ruolo determinante, secondo chi indaga, è stato svolto da Tiziano Cangini e Federico Longhi, rispettivamente direttore delle filiali romane della Banca Popolare di Ancona e della Bipop Carire.

Aggirando i controlli interni, i due, indagati a piede libero per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e al concorso in falso, avrebbero avallato le aperture di conto fino a 200 mila euro per volta, garantendo, d’accordo con il gruppo di Sacchi, su soggetti nullatenenti o in difficoltà economiche (che mai avrebbero potuto permettersi di comprare un appartamento) che venivano fatti passare, attraverso documenti fittizi, per persone solvibili e in grado di ottenere un mutuo per l’acquisto di una casa il cui valore veniva sovrastimato grazie a una falsa perizia.

Il risultato era che i funzionari di banca compiacenti incassavano tra i 3 e i 5 mila euro a pratica, il resto del prestito veniva suddiviso dai componenti della banda.

Per i due istituti di credito quell’erogazione rappresentava una perdita secca iscritta in bilancio come sofferenza.

C’è, poi, un altro funzionario di una sede capitolina dell’Unicredit indagato per mediazione usuraria per aver dirottato ai due direttori di banca un cliente bisognoso di prestiti.

A Coretti la procura ha contestato il reato di riciclaggio: avrebbe ripulito 230 mila euro, frutto di usura, versati su più conti correnti di varie banche, svolgendo operazioni dirette a ostacolare la provenienza del denaro. Ma gli episodi di riciclaggio contenuti nel provvedimento restrittivo, e contestati anche ad altri indagati, sono in tutti 19 per la cifra complessiva di 5 milioni di euro. 

Oltre a notificare le misure cautelari, la Finanza ha sequestrato 66 conti correnti, 56 tra immobili e terreni, diverse auto e quote o azioni di dieci società.