L’AQUILA – Abruzzo contemporaneo, lo storico quadrimestrale e rivista manifesto dell’Istituto abruzzese per la storia della resistenza e dell’Italia contemporanea, avrà una nuova distribuzione, grazie all’impegno e all’interessamento dell’editore Verdone.
AbruzzoWeb ne ha parlato con il presidente dell’Istituto, il professor Umberto Dante, sin dagli anni Ottanta noto docente di Storia contemporanea presso l’Università dell’Aquila, acuto e sensibile studioso di storia dei mezzi di comunicazione di massa.
Da cosa nasce l’idea di rinnovare questa pubblicazione?
Questo nuovo cambio di stagione per la rivista Abruzzo contemporaneo è stata una scelta quasi obbligata, frutto di un segnale non certo positivo. La Regione Abruzzo ha pesantemente tagliato i fondi destinati alla cultura. E senza avere più finanziamenti, abbiamo deciso di aprire una sorta di gara, rivolgendo un appello a tutti gli editori abruzzesi per salvare le sorti di questa pubblicazione. L’editore Verdone ci ha proposto una nuova possibilità, stavolta con una distribuzione vera. Su questa base abbiamo elaborato un progetto ambizioso: ora saremo sicuramente più presenti nell’ambiente editoriale e culturale, grazie ad uno strumento molto più d’attualità, rivolto alla storia più recente e all’Abruzzo del nuovo millennio.
Come è stata concepita questa nuova versione?
Su questo stiamo lavorando molto. Nell’ultima edizione ci sono degli spazi dedicati alla storia di internet, della televisione, del cinema. Quello che ci interessa maggiormente è l’aspetto iconostorico. Abbiamo abbandonato l’idea della vecchia rivista, un po’ grigia, un po’ spenta, volutamente austera. Un “prodotto” che usa l’immagine a tutta pagina, che si apre alle tematiche sempre attuali come la storia sociale delle donne, dei giovani. Nel passato questo quadrimestrale aveva senza dubbio più limitazioni di temi affrontati e una scarsa capacità comunicativa.
La crisi del sistema culturale in che misura ha coinvolto una città come L’Aquila?
Per L’Aquila il discorso è davvero complesso. In parte esiste una crisi dovuta al fatto che in passato tanti aquilani hanno avuto ruoli importanti nelle istituzioni e questo ha permesso di aver avuto dei vantaggi notevoli rispetto alle altre città. L’Aquila conosceva bene quei meccanismi e la prima vera crisi ha avuto origine quando c’è stata una riorganizzazione dei poteri. Poi non si può sottovalutare un declino generazionale, con la morte ad esempio di Lorenzo Natali, di Luciano Fabiani, di Nino Carloni. Le responsabilità locali si sono troppo rafforzate negli ultimi anni e ci si è permesso dei lussi che non si potevano avere.
Che ruolo ha svolto l’università in questo clima di cambiamento?
L’università è stata partorita da questa logica di sub-culture politico-affaristiche, svolte da gente poco dotata professionalmente. E allora abbiamo assistito col tempo ad una sorta di separazione voluta tra università e istituzioni culturali locali. Questa distanza tra le due dimensioni è stata ed è funzionale un po’ ad entrambe per aiutare logiche di piccoli egoismi, logiche interne.
Il risultato è che in questo modo la qualità decade, poi è destinata a morire. Un esempio per tutti: il premio dedicato alla scrittrice Laudomia Bonanni potrebbe rappresentare l’emblema di questo rapporto tra università e territorio.
Se in questo caso l’università fosse stata coinvolta e investita ufficialmente non sarebbero sorte evidenti sgrammaticature, come l’idea paradossale di dedicare questo premio alla poesia.
Giorni fa ero a una seduta di laurea di Scienze dell’Investigazione, che, ricordiamolo, ha portato all’Aquila migliaia di iscritti: questa facoltà è andata a morire per mancanza di risorse di docenze.
L’Aquila può ancora puntare su risorse importanti?
Quando si parla dell’Aquila si parla di una città dispersa. Molti nostri giovani e non solo sono in giro per l’Europa perché non hanno possibilità di esprimersi qui. Una grossa parte preziosa della città è già fuggita. Personalità di vero respiro culturale come Giorgio Agamben sono state costrette ad andare via. Lui non è più tornato. Tempo fa aveva chiesto di insegnare qui, ma non gli è stato concesso.
È davvero un peccato che le nostre risorse non vengano valorizzate per come meritano; penso al giovane cineasta aquilano Luca Cococcetta, tanto per fare un esempio.
Cosa manca ad una città come L’Aquila?
Secondo me, ha tutto quello che potrebbe avere una grande città. La tragedia del terremoto poteva essere un’occasione di rilancio. In genere accade così in ogni parte del mondo. All’Aquila no, è stato il contrario.
C’è un motivo particolare?
Posso solo dire che anche stavolta hanno vinto le piccole e grandi logiche di interesse personale, i soliti dannosi localismi. Prendiamo in considerazione l’apertura della sede aquilana del Centro sperimentale di cinematografia, ora Scuola nazionale di cinema. Nell’organigramma di questa istituzione già in partenza si notava come ci fossero anche qui interessi politici di mezzo.
Piuttosto che aprire alle presenze culturali di questa città, si è preferito dare spazio a professionisti esterni, quasi a voler offrire una versione più esotica.
Ma al di là di particolari specificità, che ci sono, L’Aquila riassume in fondo i mali del paese, che qui bene si riflettono ma anche altrove.






