L’AQUILA – Dà l’impressione di avere una voce equilibrata e fragile allo stesso tempo, Antonino “Nino” Di Matteo.
La sua esistenza, in fondo, non può che essere una sintesi tra la paura di essere ucciso dalla mafia – paura condivisa insieme alla sua famiglia e alla scorta causa minacce reali e concrete da parte di boss mafiosi del calibro di Totò Riina, morto nel 2017 a Parma dove era detenuto presso il carcere di Opera per scontare ventisei ergastoli, e dell’ancora latitante Matteo Messina Denaro – e la spinta morale ed intellettuale di uomo che a Cosa Nostra fa paura da ormai un trentennio, tre decadi sotto una scorta passata al massimo livello di protezione.
Ed è stata proprio quella spinta morale ed intellettuale che ha contribuito a produrre, tra le altre cose, “Il patto sporco e il silenzio” (Chiarelettere, pp.234, acquistabile all’indirizzo internet https://www.chiarelettere.it/libro/il-patto-sporco-e-il-silenzio-saverio-lodato-9788832961287.html).
Un libro sulla inchiesta per la trattativa Stato-mafia all’epoca delle stragi dei primi anni ’90 del mai troppo lontano secolo passato che il magistrato palermitano classe 1961, consigliere togato indipendente del Consiglio superiore della Magistratura, ex pm antimafia ed ex presidente della Giunta distrettuale di Palermo dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) che nel gennaio di quest’anno è stato candidato alla presidenza della Repubblica (andata per la seconda volta consecutiva al palermitano Sergio Mattarella, fratello di quel Piersanti Mattarella ucciso da Cosa Nostra nel 1980 durante il suo mandato come presidente della Regione Sicilia, ndr), ha scritto, aggiornando la precedente edizione, insieme al giornalista Saverio Lodato.
In una lunga intervista in esclusiva concessa ad AbruzzoWeb con grande disponibilità nonostante le oggettive difficoltà legate al ferreo protocollo sulla sua sicurezza, Nino Di Matteo, che, come ha rivelato egli stesso a questo giornale, ha “lontane origini abruzzesi” e che sta per tornare a lavorare come sostituto procuratore nazionale antimafia, ha spiegato, con quella rabbia e quella indignazione che necessariamente vanno tramutate in equilibrio e capacità da magistrato che guarda in faccia Cosa Nostra, alcuni passaggi decisivi delle sentenze di primo e secondo grado del processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia, ossia su uno dei momenti più atroci – e mediaticamente non molto apprezzati, mettiamola così – della già particolarmente travagliata storia d’Italia.
Con l’obiettivo di mettere ulteriormente in chiaro che l’impianto accusatorio costruito anche da lui “è solido ed è sempre stato solido” e che nel 2022, ormai quasi 2023, i frutti avvelenati di quell’epoca e di quella trattativa sono ben presenti e visibili nel tessuto politico, sociale, culturale ed economico italiano.
Inoltre, dopo che nei giorni scorsi si era detto “perplesso” per quanto dichiarato dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sul tema delle intercettazioni (“In Italia il numero di intercettazioni telefoniche, ambientali, direzionali, telematiche, fino al trojan e un domani ad altri strumenti, è di gran lunga superiore alla media europea, e ancor più rispetto a quello dei paesi anglosassoni. Il loro costo è elevatissimo, con centinaia di milioni di euro all’anno. Gran parte di queste si fanno sulla base di semplici sospetti, e non concludono nulla”), Di Matteo ha risposto, con le consuete ragionevolezza e chiarezza espositiva, pure a domande più “ampie”.
Come quella sull’Abruzzo sempre più depresso economicamente, l’Abruzzo delle carceri in cui vige “l’insostituibile strumento per un contrasto veramente efficace alle mafie”, quel 41-bis che proprio la mafia cercò, con le stragi, di far eliminare, l’Abruzzo delle infiltrazioni mafiose contro le quali, come anche nel resto d’Italia, non bisogna abbassare la guardia poiché “le mafie si stanno sempre più infiltrando, anzi, addirittura in qualche caso impadronendo, in e dei settori ampi dell’economia, dell’imprenditoria, della finanza”, l’Abruzzo dei giovani che, come i giovani del resto del centro-sud d’Italia, hanno ricominciato ad emigrare in massa per evitare un futuro di precarietà e disoccupazione, i giovani a cui Di Matteo rivolge un appello chiaro e netto: “Capisco il loro disorientamento, ma l’unica possibilità di uscire fuori da questa spirale è quella di non farsi tentare dalla rassegnazione e lottare per superare il senso, che è anche etico, dell’impegno personale”.
O come quell’altra sulla possibilità che il livello più alto potesse essere riferibile, ad esempio, a Gladio, l’organizzazione paramilitare segreta facente parte della rete internazionale Stay-behind, dunque al di sopra e forse anche a fianco della feroce azione di Cosa Nostra.
Qualcosa che era nella mente e nelle carte, alcune delle quali sparite, di magistrati poi spazzati via dalle bombe come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel maggio e nel luglio del 1992, anno decisivo per la bruttissima piega poi effettivamente presa dalla nostra nazione (Di Matteo, che entrò in magistratura nel 1991 come sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, da pm del processo sulla Trattativa Stato-mafia nel 2019 venne addirittura inizialmente allontanato, ufficialmente a causa di alcune dichiarazioni, su fatti già noti, rilasciate a La7, dal pool messo in piedi per far luce sulla presenza di “entità esterne nei delitti eccellenti di mafia”, ndr).
Il tutto in un contesto di abbracci infami ed esiziali di antica data tra massoneria, servizi segreti, donne e uomini delle istituzioni che però hanno tradito le istituzioni, mafiosi di alto e basso rango, giornalisti, giudici ed intellettuali vari che ancora oggi negano o ridicolizzano la Trattativa Stato-mafia.
Dottor Di Matteo, cominciamo dalla domanda più banale che possiamo rivolgerle: come sta?
Sto bene. Mi accingo a ultimare questa esperienza al Consiglio superiore della Magistratura per tornare a svolgere il mestiere svolto prima di essere eletto, quindi il sostituto procuratore nazionale antimafia. Proprio alla Procura nazionale antimafia sono arrivato dopo aver vinto una procedura concorsuale.
Cosa può dirci della sua esperienza al Csm, organo di cui è stato vice presidente, tra gli altri, l’abruzzese Giovanni Legnini?
Credo che quella al Csm sia stata un’esperienza importante, nel solco di quello che ho sempre fatto, nel senso che io sostanzialmente in trent’anni di carriera mi sono occupato quasi esclusivamente di processi di mafia prima a Caltanissetta e poi a Palermo. La Procura nazionale antimafia mi consentirà di proseguire in questo mio impegno con un ruolo che l’Ufficio ha e che può essere importante, perché per le attribuzioni di legge la Direzione nazionale antimafia ha un ruolo che è sì fondamentalmente di coordinamento delle attività delle altre Direzioni distrettuali antimafia, ma è anche di impulso alle attività delle procure distrettuali. Quindi, spero di contribuire a valorizzare il ruolo che la legge attribuisce alla Procura nazionale antimafia, un ufficio che, non dimentichiamolo, fu voluto fortemente e concepito da Giovanni Falcone.
Leggendo il suo ultimo libro si “respira” questa alternanza di rabbia, consapevolezza ma anche delusione. Del resto, uno dei temi ricorrenti per chi fa il suo mestiere è, purtroppo, l’ostilità da parte di certi colleghi. Non sappiamo, allora, quanta fatica le è costata rimettere mano a un libro che è storia, ma anche e soprattutto informazione.
Il libro lo avevo scritto con Saverio Lodato già nel 2018, all’indomani della sentenza di primo grado del processo Trattativa Stato-mafia. Lo avevamo scritto già allora perché pensavamo che quanto emerso nel corso del processo fosse meritevole di attenzione e non per un interesse nostro, ma per un interesse dei cittadini e dell’opinione pubblica, che devono essere informati su quanto i processi consentono di accertare in ordine a fatti di estrema importanza che riguardano un periodo particolarmente importante e delicato della nostra storia repubblicana, quello delle stragi del 1992, del 1993 e anche del 1994 con il fallito attentato allo Stadio “Olimpico” di Roma. Quando poi è stata emessa la sentenza di secondo grado che ha mandato assolti gli uomini di Stato ma ha confermato le condanne per gli uomini di mafia, Lodato ed io abbiamo pensato che sarebbe stato corretto, nel solco di quanto fatto in precedenza, aggiornare il libro. Abbiamo aspettato le motivazioni della sentenza di assoluzione, e quelle motivazioni ci hanno particolarmente colpiti perché dimostrano che i fatti che avevamo ricostruito nella nostra inchiesta sono ritenuti provati anche nella sentenza di assoluzione, che si riferisce soltanto ad un aspetto della asserita mancanza di dolo nel comportamento di alcuni uomini di Stato, ma i fatti che vengono rassegnati e ricostruiti in questa motivazione ultima sono assolutamente gravi ed importanti. Ed in qualsiasi Paese che coltivasse la memoria, avrebbero dovuto scatenare un dibattito a livello sociale, giornalistico e politico, invece abbiamo registrato, rispetto a questa sentenza, soltanto silenzi e mistificazioni. Per questo abbiamo ritenuto di aggiornare il libro. Io sono del parere, poi magari entriamo nel dettaglio, che alcune conclusioni di questa sentenza siano talmente precise e talmente gravi che non possono essere ignorate, ma il nostro è un Paese che invece di confrontarsi con il passato, in certi casi come questo preferisce ignorarlo e oscurarlo.

Da una parte, dunque, c’è la consapevolezza di aver messo su un impianto accusatorio che ha retto, però dall’altra c’è un Paese sfilacciato, stanco, miope, dopo trent’anni di “contro-lavoro”, nei vostri confronti e non solo, che evidentemente ha sortito degli effetti negativi.
Una premessa alla risposta: in questa sentenza, tra le altre cose, è affermato e spiegato che mentre era in atto la strategia stragista dopo che erano stati uccisi Giovanni Falcone, sua moglie, anch’ella magistrato, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, una parte significativa dello Stato ha cercato la mafia per vedere cosa si potesse fare per far cessare quella strategia stragista. C’è scritto, in questa sentenza, che quegli imputati di Stato hanno cercato l’ala cosiddetta moderata della mafia per capire come fermare l’ala cosiddetta oltranzista della mafia. In sintesi: hanno trattato con un nemico per cercare di bloccare un altro nemico ritenuto ancora più pericoloso. A me sembra l’affermazione di un fatto assolutamente devastante. Uno Stato democratico, liberale, uno Stato di diritto, che tratta con il nemico. Credo che quanto hanno scritto i giudici dovrebbe provocare almeno un dibattito, anche politico, acceso. Può lo Stato trattare con Bernardo Provenzano, perché di questo si tratta, per bloccare la strategia stragista di Totò Riina? In altre parti della sentenza, inoltre, è scritto chiaramente che la mancata perquisizione del covo di Riina da parte dei Carabinieri del Ros subito dopo il suo arresto, un fatto assolutamente anomalo nella storia giudiziaria italiana e non solo, fu un segnale all’ala “provenzaniana” di Cosa Nostra per dimostrare la serietà dell’intento trattativista dello Stato. E ancora, in un’altra parte della sentenza c’è scritto che i vertici dei Carabinieri del Ros per alcuni anni protessero la latitanza di Provenzano, perché in quel momento lo stesso Provenzano doveva restare libero per poter “costituire” un alter ego rispetto all’ala che voleva proseguire con con le stragi. Addirittura, e cito le parole della sentenza, a proposito della protezione della latitanza di Provenzano si fa riferimento a “indicibili ragioni di interesse nazionale”, a un “superiore interesse che spingeva ad essere alleati del proprio nemico per contrastare un nemico ancora più pericoloso”. Quando si leggono queste cose scritte da giudici che comunque hanno dimostrato di non essere “schiacciati” sulle nostre posizioni, tanto che hanno assolto alcuni degli imputati, mi viene da pensare a coloro i quali, e sono tanti, tra uomini di Stato, magistrati, carabinieri, poliziotti, politici, che proprio per non scendere a nessun compromesso con la mafia, per avere rifiutato ogni forma di mediazione con la mafia, sono stati uccisi. E poi, quale credibilità può avere uno Stato che ad esempio pretende dai commercianti e dagli imprenditori vessati dalle estorsioni, una collaborazione, una volontà e capacità di denuncia, dopo aver preferito, in un momento cruciale della nostra storia, per evitare una conseguenza, dialogare a distanza e trattare con una parte cosiddetta moderata della mafia?
Come se l’ala di Provenzano fosse davvero “moderata”…
Quella stessa parte considerata moderata, Provenzano in primis, si è resa protagonista in quegli stessi anni di decine di omicidi e di attività mafiosa comunque importante e vessatoria a tutti i livelli. Ecco, allora, che il libro ha ragion d’essere nel riportare un minimo di attenzione su quelli che sono stati i fatti che hanno caratterizzato la storia d’Italia, in un passaggio cruciale, quello dalla Prima Repubblica alla Seconda Repubblica. Ritengo sia troppo facile e troppo concettualmente disonesto affermare che quelle sentenze hanno evidenziato che il nostro era un lavoro costituito su un teorema e non sui fatti. Questa è una mistificazione. Perché anche quest’ultima sentenza dimostra che il nostro lavoro di ricostruzione dei fatti, oltre ad essere stato difficile ed ostacolato, nonché pericoloso, è stato un lavoro che ha consentito di accertare fatti e situazioni realmente verificatisi.
Su quel periodo, anche a livello storico e socio-politico, non si trova facilmente un inquadramento “largo”. E a pagarne lo scotto è anche la memoria. Secondo lei può bastare la motivazione secondo cui di quelle vicende non si deve parlare, oppure se ne può parlare ma minimizzando, negando o mistificando? Forse c’è un problema più profondo?
A mio avviso sono tanti i fattori che concorrono a determinare queste sue amare conclusioni che condivido. Il primo fattore, probabilmente, è “culturale”. Il nostro sta diventando un Paese senza memoria e temo che secondo questo andazzo, come tutti i Paesi senza memoria, l’Italia possa diventare un Paese senza futuro. E poi c’è un’altra questione secondo me importante: di mafia e di sistemi mafiosi in generale conviene a tutti parlare soltanto quando si affrontano e si ricordano e si sottolineano gli aspetti, diciamo, militari dell’attività mafiosa, e non quando invece si dovrebbero affrontare gli aspetti strategici e soprattutto quando, come in questo caso, si affronta e si dimostra come lo Stato e le istituzioni non è vero che si siano, in maniera assoluta e incondizionata, sempre opposte ad ogni tentativo di influenza mafiosa della politica, ma tante volte hanno avallato una sorta di pacifica convivenza. Ecco perché questi sono argomenti scomodi da trattare. Anche del periodo delle stragi si preferisce celebrare un ricordo fine a se stesso, sterile, semplicistico, che tende a curare soltanto l’aspetto emozionale. Questo Paese, al contrario, avrebbe bisogno di capire a fondo le ragioni di quello che è accaduto, perché in quello che è accaduto si possono trovare i germi anche di ciò che accade oggi. Senza dimenticare, tra l’altro, il fatto che uno dei protagonisti mafiosi assoluti di quel periodo stragista, soprattutto delle stragi di Roma, Firenze e Milano del 1993, è ancora latitante. Parliamo, ovviamente, di Matteo Messina Denaro.
Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, in una intervista a questo giornale dieci anni fa spiegò che Falcone e suo fratello uccisi vent’anni prima fossero arrivati ad un livello troppo elevato. Forse si può parlare, tra tutti gli elementi di questa vicenda, anche di Gladio? Evitando di stilare classifiche, può essere quello il livello più alto?
Nello specifico non le posso rispondere, né tantomeno in una intervista vorrei parlare di una pista piuttosto che di un’altra. Posso dirle che sono stati proprio i processi, che si sono celebrati fino ad ora e che hanno riguardato in particolare gli uomini di Cosa Nostra anche processati e condannati per le stragi, ad aver fatto emergere in maniera sempre più prepotente con elementi sempre più numerosi e più consistenti quella che prima era la possibilità e che oggi mi sento di definire la probabilità di una compartecipazione alla ideazione, alla organizzazione e alla esecuzione delle stragi anche di soggetti che non appartenevano a Cosa Nostra. Su questo “crinale”, allora, non solo devono proseguire le indagini della magistratura e di più procure e con il coordinamento della Procura nazionale antimafia, ma sarebbe auspicabile che si verificasse quello che fino a ora non si è verificato, ossia un rinnovato interesse anche della politica, la “grande assente”, con le sue istituzioni come la Commissione parlamentare antimafia, ma pure più in generale da parte dell’opinione pubblica, anche stimolato attraverso la memoria coltivata dai media. Invece, sembra quasi che su questi argomenti alti e particolarmente delicati, una parte consistente del potere spera soltanto che vengano definitivamente archiviati non soltanto a livello giudiziario, ma anche a livello di conoscenza, discussione e attività di analisi, come se si volesse mettere una pietra tombale su una parte di storia italiana che ci ha riguardato e che continua a riguardarci, visto che anche se le mafie, almeno per il momento, sparano meno di prima, non è detto che non possano ricominciare a sparare come e più di prima. Posto che le mafie si stanno sempre più infiltrando, anzi, addirittura in qualche caso impadronendo, in e dei settori ampi dell’economia, dell’imprenditoria, della finanza.
L’Abruzzo appartiene nel bene e nel male al centro-sud d’Italia. Quanto ha influito, ammesso che secondo lei abbia influito, la distruzione dello stato sociale e dell’economia che ha subito una accelerazione proprio negli anni delle stragi di mafia? Parliamo di una distruzione che si è verificata anche qui in Abruzzo, dove, non dimentichiamolo, esiste il problema delle infiltrazioni mafiose e dove si trovano strutture carcerarie in cui vige il regime di 41-bis che per lei era e resta uno “strumento insostituibile per un contrasto veramente efficace alle mafie”. E cosa direbbe, a questo punto, ai giovani che da questa regione e da questa parte d’Italia non fanno altro che andare via?
Non mi sento di essere paternalista nei confronti di nessuno, neanche dei miei figli, ma direi ciò che dico discutendo proprio con i miei figli e con i loro amici, cioè che la situazione è sicuramente grave, che il tessuto sociale è sempre più sfilacciato, le condizioni economiche per una larga parte della popolazione sono sempre più precarie, ma direi pure che non dobbiamo cedere. Soprattutto i giovani non devono cedere al pericolo della rassegnazione. L’unico modo per contrastare questa deriva è recuperare un senso forte della necessità di un impegno collettivo, ciascuno di noi nel proprio ruolo, con le proprie aspirazioni e possibilità, per cercare di riportare, perché di questo si tratta, una effettiva libertà ed una effettiva democrazia nel nostro Paese, provando finalmente ad attuare i principi della nostra Costituzione che sono principi di libertà, di uguaglianza, di centralità del lavoro. Capisco il disorientamento dei giovani, ma l’unica possibilità di uscire fuori da questa spirale è quella di non farsi tentare dalla rassegnazione e lottare per superare il senso, che è anche etico, dell’impegno personale.
Ritrovare la fiducia, ultimamente persa, anche nei confronti della magistratura?
Quando parlo di impegno etico ed istituzionale, mi riferisco a tutti: politici, magistrati, istituzioni in genere. Insomma, un impegno istituzionale generale. Soltanto un risveglio delle coscienze di ciascuno di noi, a partire da chi esercita già funzioni istituzionali importanti come noi magistrati, può risollevare questo Paese. Alcune riforme possono servire, certo, ma se non sono accompagnate dalla consapevolezza dell’importanza dell’etica personale di ciascuno, i problemi non si risolveranno.






