L’AQUILA – “All’Aquila anche le bandiere sono stanche, quando guardi in giro ce ne sono alcune che fanno pena. Io me ne sarei già andato”.
Una città “rassegnata e inerte” quella che descrive il fotografo Oliviero Toscani, da ieri nel capoluogo per imprimere sulla sua pellicola volti e occhi, strade e ferite della città che non c’è, nell’ambito dell’iniziativa di Nuvolaverde, community promotrice di ‘Aquilani digitali’, il progetto di fotografia dei volti dei cittadini del capoluogo quattro anni dopo il terremoto del 6 aprile 2009.
“Non credo in una ricostruzione in questi termini – spiega – C’è voglia di ristrutturare, ma non vedo grande attività. Qui ci vogliono migliaia di operai, invece ne ho viste due dozzine. Ci vorranno mille anni così!”.
Un giro in centro storico, tra voragini e puntelli, per fissare e raccontare al mondo di portoni incatenati e di pezzi di vita ancora incastrati nel cemento squarciato, di erbacce che crescono strafottenti e indisturbate tra secoli di storia sospesi.
“Io non avrei pazienza di stare qui per guardarmi indietro, mi farebbe arrabbiare. Non starei qui a ricostruire niente – afferma il fotografo – Questa città mi ha tradito, l’avrei già lasciata. Mi domando se ha un senso restare qui. A che cosa serve?”.
C’è un sole accecante a dare la risposta a tutte queste domande e a rischiarare gli occhi di chi ancora guarda L’Aquila con la speranza di un figlio che rifiuta l’abbandono di una madre.
“Dopo la guerra negli anni ’50, tante cose erano già ricostruite. Qui forse è più difficile perché non è stato un bombardamento, ma una natura vigliacca”, conclude.






