L’AQUILA – “Mi mancano assolutamente gli elementi per poter esprimere un qualsiasi giudizio sullo svolgimento dei soccorsi ad Amatrice” mentre per il terremoto del 6 aprile 2009 a L’Aquila e la gestione dell’emergenza “sono persuaso che l’importante era che la città venisse desertificata nel più breve tempo possibile”; “da questa catastrofe si doveva fare uscire il fiore del G8”.
Lo precisa lo storico aquilano Raffaele Colapietra, chiarendo il suo pensiero in relazione a un’intervista dei giorni scorsi, dopo il sisma del 24 agosto in Centro Italia.
“Ad aprile, maggio e giugno – aggiunge lo storico – non si è lavorato ad altro che al G8: un evento che serviva esplicitamente a Silvio Berlusconi e non serviva a L’Aquila né agli aquilani. Berlusconi è venuto 22 volte a L’Aquila e ha avuto un ruolo personale in questa vicenda fino a novembre, dopodiché è sparito”.
Per lo studioso, “l’esito catastrofico del terremoto doveva essere sottolineato dalla desertificazione della città, al di là dei danni”.
“E questa – ha aggiunto Colapietra precisando il suo pensiero – non è una soluzione ma è la distruzione sociale di una città essendo sparita la popolazione, portata su pullman e camion sulla costa fin dalle primissime ore del 6 aprile”.
“Di questo particolarissimo aspetto del fenomeno si sentono ancor oggi le conseguenze: manca il tessuto sociale che è stato distrutto in poche ore dalla Protezione Civile”.



