L’AQUILA – Antonio Moretti, 51 anni, di professione è geologo e docente all’Università dell’Aquila “specializzato in sismotettonica”, tiene a precisare.

Appena chiamato, dice subito: “Ma è possibile che ogni volta che fa una ‘botta’ voi giornalisti mi contattiate?! Mica faccio l’oracolo di mestiere!”.

È un toscanaccio ironico, il professor Moretti, trapiantato da anni nel capoluogo, convinto ambientalista “non allineato”, come si autodefinisce.

Sull’ultima scossa di magnitudo 3.2 non si scompone troppo, “è il solito sciame, la paura è comprensibile ma tocca conviverci”.

Con lui AbruzzoWeb affronta il problema della chiusura del centro storico del capoluogo, “è pericoloso e non da oggi, l’ultima scossa non c’entra nulla”.

Senza peli sulla lingua Moretti conferma anche che un terremoto importante a Sulmona “è una cosa che accadrà”.

Occasione per parlare anche del processo alla commissione Grandi rischi: “Non potevano rassicurare perché il sisma non si può prevedere, ma la sentenza è sbagliata, scarica sugli scienziati colpe di altri”.

Professore, che cosa può dire ai lettori di AbruzzoWeb su questa scossa di magnitudo 3.2 che ha fatto tornare la paura?

E che devo dire, si tratta sempre del solito sciame, un coda naturale del 6 aprile 2009, che si va normalizzando. Ce ne potrebbero essere ancora molte nei prossimi decenni. È comprensibile che noi aquilani, ancora scottati, si salti ancora in aria per la paura. Tocca conviverci.

Insomma, le faglie si muovono ancora?

La faglie aquilane stanno ora buone e calme; storicamente, dopo un forte terremoto, non ci sono ritorni in tempi brevi: è un’attività elastica della crosta terrestre che si carica e poi si rompe, un fenomeno meccanico che si chiama “ciclo sismico”. Sul “cratere”, come noto, insistono due faglie: quella che attraversa Arischia, Pettino, il centro cittadino e arriva a Navelli; e quella che parte da Stiffe e arriva a Roio. Ci troviamo del resto in una valle, dove ci passa un fiume, e dove c’era il lago dell’Aquila.

Ha detto il lago dell’Aquila?

Sì, un lago che andava da Sassa a Barisciano, grosso modo. Stiamo parlando del periodo compreso tra 1 milione e 100 mila anni fa, e proprio in quel lago affogò il nostro Mammuth. Orbene, questo lago ha formato una zona paludosa, che si ritirava secondo la modifiche del clima, e ha condizionato il sottosuolo. Per esempio, dai nostri rilievi si vede come a Onna vi siano torbe e argille tipiche di terreni alluvionali di origine lacustre.

Che cosa pensa della situazione che si è creata con la chiusura del centro storico?

Il centro cittadino è pericoloso, non da oggi. I puntellamenti peggiorano, non ci sono adeguate vie di fuga. Ci vorrebbe una strategia amministrativa che favorisse rinascita “naturale”, non con movide forzate o con il turismo sull’orrendo delle macerie. Oggi lo si vuol chiudere, ma dico io, perché non un mese fa? La scossa ultima non conta, in tal senso: i pericoli ci sono tutti, immutati. L’amministrazione comunale sta certamente sottovalutando il problema.

Anche nel resto del “cratere” non è che si è messi meglio.

I comuni stanno redigendo i piani di ricostruzione, dove a mio avviso è carente l’elemento geologico. Architetti e ingegneri pensano subito alle case, e invece bisognerebbe consolidare prima il sottosuolo. In Umbria al primo punto degli interventi c’era il problema del consolidamento, lì avevano molte frane; qui invece il problema sono i suoli sabbiosi. I Borboni, saggiamente, impedirono dopo il terremoto del 1703 di ricostruire a Porta Napoli e in diversi centri storici limitrofi, in base all’analisi di risposta del suolo.

Cosa si dovrebbe fare allora?

La Protezione civile ha redatto la “microzonazione”, ma se poi i progettisti se ne infischiano, basandosi solo sui parametri di legge vigenti, è tutto inutile. La tecnica costruttiva dovrebbe tener conto del tipo di terreno. A Onna case in muratura si sono sbriciolate, sarebbe accaduto anche per muratura consolidata; mentre ha resistito quella in cemento armato; ciò perché quel tipo di terreno porte a un tipo di onda che fa su e giù, non destra-sinistra. Un ingegnere si basa sui punti individuati sulle carte Ingv quando redige il progetto, e invece occorrerebbe il saggio geologico obbligatorio, con tanto di sismografo, che ti fa capire tutto.

Ma un sisma si prevede?

Volete che dica giorno e ora? Certo che non si può. Gli scienziati tecnici della Grandi rischi hanno sbagliato a parlare troppo, non potevano rassicurare proprio perché non si può prevedere. Ma la sentenza è ingiusta, a mio avviso: è servita in realtà a scaricare su di loro colpe e responsabilità che certamente invece vanno spalmate sulle autorità preposte, dalle forze di pubblico intervento, al prefetto, al sindaco. Sono loro i preposti dalla legge.

Si dice che a Sulmona faccia un terremoto, è vero?

Sì, è una cosa che accadrà, ce lo dice la storia dei terremoti in Abruzzo. È conseguenza di quello dell’Aquila: Gran Sasso e Majella sono legati come due “poppe”, avanza una, avanza l’altra. E così è in generale l’Appennino, dall’Emilia sino alla Lucania.

E sul lato della prevenzione, che cosa bisognerebbe fare?

Occorre che in Italia si crei un “protocollo unico di intervento” in caso di sisma, e dotarci di una comunicazione certa, come ben ribadito anche in un recente convegno che si è svolto in città. Chi comunica? Chi dirige? Se c’è un sisma, tutto ciò non è ancora ben definito in Italia dalle leggi vigenti. Terremoto nuovo, protocollo nuovo. Così non funziona per un Paese a rischio sismico diffuso.

Il Comune ha redatto un piano di protezione civile.

Non fatemi essere ingeneroso: non basta una brochure con punti di raccolta! Mi chiedo perché l’amministrazione non si sia interfacciata con la parte scientifica del territorio, con chi lo fa di professione, Università in primis. Siamo a disposizione gratuita. C’è poi il grosso problema di San Giuliano.

Sarebbe a dire?

Dopo l’incendio, la montagna di San Giuliano è a rischio alto di alluvioni. Le cenere delle piante bruciate ha creato uno strato impermeabile e melmoso, in caso di pioggia come quelle della mia Maremma, l’invaso non ce la farebbe e avremmo certamente una alluvione sulle case della Madonna Fore, sino alla stazione o alla zona di Santa Barbara. Occorre fare prevenzione, anzitutto individuando le abitazioni di evacuare, e predisponendo interventi sulla montagna, al fine di limitare i danni in caso di alluvione forte. È la zona più a rischio del nostro comune per alluvionabilità, molto più delle zone vicino al fiume.

Un’ultima considerazione, questa da cittadino, sul cambio di governance della ricostruzione: da Letta/Bertolaso/Chiodi a Barca/Mancurti.

Le cose a mio avviso sono peggiorate: questi del governo Monti non ci hanno dato nulla, tentano di togliere basta. Si rischia la paralisi della ricostruzione. Dio ci scampi dai professori. (E se lo dice un professore…, ndr)