L’AQUILA – Nel terremoto perse l’anziana madre, rassicurata dalle dichiarazioni rese alla stampa da alcuni dei componenti della Commissione Grandi Rischi riuniti all’Aquila il 31 marzo 2009 e oggi sotto processo per omicidio e disastro colposo.

Aldo Scimia, scrittore aquilano, le ha dedicato dei versi che fanno parte di una serie di appunti scritti come una sorta di terapia nei momenti di disperazione del dopo sisma.

Poca la voglia di raccontare quei momenti di disperazione dove il mondo crollava letteralmente addosso; molta però la voglia di scrivere, il bisogno di comunicare ancora con la madre scomparsa, di non dimenticare.

“La raccolta – spiega Scimia ad AbruzzoWeb – ha un nome un po’ onomatopeico, si chiama ‘tremalaterratrematremalaterratrema…'”.

QUESTI I VERSI CHE HA VOLUTO CONDIVIDERE CON NOI

Una rondine non fa primavera! Due rondini non faranno primavera. Non sarà primavera. Non nasceranno fiori quest’anno. Sarà due novembre tutto l’anno.

Le rondini erano arrivate a marzo. Erano state puntuali e numerose, come non accadeva da anni. Avevano nidificato, solcavano il cielo sopra di noi e sfioravano la terra solcata e i prati verdi. Avevano covato. Quella notte hanno abbandonato i loro nidi, la loro dimora. Hanno abbandonato le loro uova.

Da tempo non costruivano più nidi all’interno delle stalle aperte e dei pagliai. Ricoveri non più presenti, non ce n’erano più in paese. Avevano continuato, invece, a dimorare sotto le grondaie dei tetti . Sono venute giù insieme ad esse.

Il terremoto ha ferito l’anima, vuotato lo sguardo, annerito i sentimenti. Il cuore secerne fiele.

“Una rondine non fa primavera” mia madre citava spesso nei suoi discorsi i proverbi e i detti popolari. Spesso erano solo accostamenti di rime inconcludenti. Ma in essi trovava il senso del vivere, la saggezza del suo vivere.

Lei, mia madre amava cantare. Era stata allieva, da bambina, di Don Antonio Friscioni sacerdote di Fossa e impareggiabile maestro di canto.

Quando eravamo in campagna per i lavori stagionali cantavamo insieme: e le piaceva un mondo ascoltare la mia voce che la accompagnava. I canti popolari a me non piacevano ma, insieme a lei e lontano da orecchie indiscrete, cantavo anche quelli.

Mia madre amava muoversi in bicicletta. Il paese era tutto in piano, era comodo e veloce muoversi sulle due ruote. Le consentiva di evitare di fermarsi e fare banali  commenti con le altre donne del paese: un saluto cordiale e via come il vento. E con quel suo andare e venire, solcare le strade del centro in bici, la facevano apparire ai miei occhi come una rondine.

Dina, (da Anna Berardina Bonanni),  questo era il suo nome, era stata la fornaia del paese: così è stata appellata quando hanno ritrovato il suo corpo “è la fornaia, Dina la fornaia”. Per anni aveva esercitato questa attività nel forno comunale. Per anni aveva sudato e penato davanti alla bocca del forno che bruciava il suo viso. Ma quando il pane era cotto, bello spugnoso, dorato Lei volgeva gli occhi al cielo, in silenzio in segno di ringraziamento.

Mia madre, era una forza della natura, amava il sole e l’aria aperta, amava coltivare l’orto, colpire la terra a colpi di zappa, con forza, sovente era quello il suo modo di sfogare la rabbia covata dentro, per una vita vissuta in maniera maledettamente complicata. Le piante di pomodori, i fagioli, le patate erano il suo orgoglio negli anni di buon raccolto. Zappava, sudava e prendeva il sole; le rughe del viso le si accentuavano. Zappava, si fermava un attimo per riprendere fiato …si guardava intorno, ammirava le piante che coltivava con tanto amore. Io mi fermavo in mezzo ai filari, lei  mi mostrava i frutti del suo orto, orgogliosa del suo lavoro delle sue braccia, con la stessa fierezza con cui mi presentava ai suoi conoscenti.

Mia madre era stata per lunghi anni operatrice sanitaria; adesso la gente, chi l’ha conosciuta, mi ferma e mi chiede di lei: ognuno mi racconta di quante buone parole ha saputo dispensare in ogni occasione, in momenti e nei luoghi di dolore. Qualcuno, alla notizia della sua tragica morte, diventa zitto e, con un groppo in gola, la piange.

In queste notti, capita spesso di udire, sopra la tenda dove adesso alloggio, una civetta che stride continuamente, vola via, fa un giro, poi ritorna. È un grido acuto, squillante, agghiacciante quello della Dea della notte..

Quel suo canto ha qualcosa di tetro, macabro, per la sapienza  popolare  invece evoca la figura delle streghe, di riti sabbatici. Fin dall’antichità se ne parlava. Per Ovidio e Plinio, essa era un essere vivente da temere,  il verso di questo animale rappresentava la morte. Se una civetta entrava in un edificio, questo doveva essere purificato con acqua e zolfo.

Mia madre, non conosceva Ovidio, ma  temeva il canto di queste stringidi, riteneva il rapace   rappresentasse presagio di sventure o possibili disgrazie. “Ridi dove canta, triste dove mira” ripeteva con tono scuro. Le veniva la pelle d’oca. Assimilava il canto del piccolo rapace ad alcuni eventi dolorosi della sua vita.

A me oggi non interessa più di tanto dove canti e dove miri. Ben’altri sono i rumori che mi hanno inflitto punizione. Quel  boato che ascolti, che  non sai da dove viene, dove sta andando, ti cinge, ti avvolge e ti strangola, ti opprime: la polvere ti secca la gola, ti soffoca. Cerchi di invocare qualcuno lassù, un caro defunto, un santo, un’immagine ma gli oggetti che ti circondano ti cadono addosso, i muri si aprono, il boato che viene da fuori ti angoscia, ti opprime. Ti ritrovi quasi inconsapevole a recitare una preghiera, una supplica. Senti la morte tragicamente vicina, la vedi, la pensi, ti sfiora. Ed hai  le persone care che ti sono vicino.  Nessuna altra cosa può darti tanta paura. Nessuna altra cosa può darti tanto dolore. E’ questa la disperazione?

Mia madre è morta a Onna, sotto le macerie del terremoto delle 3,32 del 6 aprile 2009. Era venuta qui 54 anni fa dopo  il matrimonio. Era un angelo. Tanti sono gli angeli che ci hanno lasciato quella notte. Il  canto della civetta, solitario e nel buio, mi dà tristezza. Tornerà il giorno, tornerà a splendere il sole, ma non sarà primavera, non ci saranno fiori: saranno solo fiori secchi: l’erba non è più verde, è coperta mestamente di polvere.  Una rondine non fa primavera. Non sarà primavera quest’anno. Sarà invece il due novembre tutto l’anno.