L’AQUILA – “La prima voce aquilana in tv, quella notte maledetta, fu la mia. Mi toccò il ruolo, inaspettato, di ‘inviato’ da una zona che sembrava di guerra. Dalla mia città distrutta da un terremoto”.
Giampaolo Arduini la notte del 6 aprile 2009 uscì con difficoltà dalla sua abitazione in via San Marciano, mentre L’Aquila, la sua città, era ormai un cimitero a cielo aperto.
Giornalista, ex vice sindaco dell’Aquila, oggi nell’ufficio stampa della Regione Abruzzo, quando il sisma colpì L’Aquila e diverse altre parti dell’Abruzzo aquilano e non solo, era consigliere comunale e di colpo si trovò, per un crudele scherzo del destino, a raccontare in diretta per Rainews24 le prime immagini dal capoluogo d’Abruzzo terremotato, mentre un altro aquilano, Flavio Massari, fu il primo operatore Rai ad arrivare in centro storico e a filmare la tragedia.
Come Arduini, alle 4 del mattino, dunque a solo mezz’ora dalla scossa delle 3.32 che alla fine avrebbe provocato 309 vittime.
“Mi chiamò dalla Rai Paolo Pacitti, giornalista aquilano, mio vecchio amico – racconta Arduini a distanza di sette anni dalla notte che cambiò tutto – ero in pratica l’unico che conosceva ad essere raggiungibile. Mi chiese subito di andare in diretta per Rainews24 ed in pratica per tutte le reti Rai, anche quelle radiofoniche e quelle televisive internazionali che permisero a molti miei amici di sapere che ero vivo. All’inizio, risposi che non me la sentivo, ero in piazza Duomo e intorno avevo solo maschere di sangue e di polvere e macerie, macerie ovunque. Poi, però, accettati. E cominciai a raccontare il momento peggiore della storia moderna della mia città”.
“Fu un’esperienza terribile – ammette Arduini – ma necessaria. Avevo paura, ero terrorizzato, c’erano feriti da tutte le parti e già si parlava di chi non ce l’aveva fatta a salvarsi. Mio figlio, poi, aveva appena saputo di aver perduto il compagno di banco a scuola. Non voleva crederci, e credo non riuscisse a capacitarsi del fatto che suo padre fosse in grado di raccontare in diretta quel dramma che più passava il tempo e più diventata grande, enorme”.
“Mi venne naturale – ricorda poi l’allora consigliere comunale – lanciare l’appello ‘Non dimenticate L’Aquila’, come se dentro di me avessi compreso tutto. Fuori, però, la situazione era difficile, isterica, molto delicata. Non potevamo muoverci da piazza Duomo, spuntava gente da ogni vicolo, sembrava la stessa dell’11 settembre negli Usa, maschere di polvere, corpi totalmente imbiancati. Ricordo l’allora vescovo don Giuseppe Molinari, immobile e stravolto davanti a San Massimo. Alla fine, comunque, presi coraggio e raccontai quel che vedevo, anche se la paura di non essere capace, cioè di raccontare male, di non riuscire a farmi comprendere, mi accompagnò per tutto il collegamento”.
“Davanti alla Prefettura crollata – conclude Arduini – realizzai. L’Aquila era un cumulo di macerie. Cominciò la conta dei morti e dei feriti. E tutti capirono. Compreso me, ‘inviato’ improvvisato da una zona di guerra”.



